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La Linière. Credits to MSF
La Linière. Credits to MSF

Welcome to the (new) Jungle!

Di: Ilaria Bianco

A 40 km circa da Calais è situato il piccolo comune di Grande-Synthe dove nel marzo del 2016 è nato il campo dall’omonimo nome, meglio noto come campo de ‘La Linière’, in quanto situato sulla ‘linea’-terreno di una vecchia cooperativa locale di trasformazione del lino. Dalle modalità in cui esso è nato nonché dalle varie realtà che hanno collaborato alla sua nascita, questo campo avrebbe dovuto rappresentare un unicum nella sua specie: stando alle testimonianze di chi è lì sin dai primi giorni e che, ahimè, ne ha visto col tempo e dopo un anno cambiare parvenza, bisogna comunque riconoscere quanto meno l’intentio iniziale che ne aveva accompagnato l’ideazione. Per la prima volta in Francia si è infatti cercato di costruire un campo umanitario confacente alle norme internazionali definite dall’Alto Commissariato per i rifugiati dell’ONU: pensato agli inizi del 2016 da ‘Medici Senza Frontiere’ (MSF) esso ha da subito ospitato i più di mille migranti che fino ad allora erano vissuti (o meglio sopravvissuti) in una bidonville vicina particolarmente insalubre, Basroch. La storia del campo che sto raccontando infatti comincia proprio lì dove finisce quella di quest’ultima.

MSF, da sempre anima pulsante in questo tipo di operazioni, si è battuta affinché quelle persone potessero spostarsi da lì, migliorando seppur di poco le loro condizioni di vita. Una volta stanziati 3,1 milioni di Euro, destinati alla costruzione di circa duecento capanne in legno e con bagni adeguati, a sostenere l’allestimento di tale campo, nonostante la ferma avversione del governo francese, MSF ha trovato il sostegno della municipalità locale rappresentata dalla figura del sindaco ecologista Damien Carême che, specialmente nei primi giorni di vita del campo, sottolineava come quello fosse “Un gran momento per la solidarietà umana” e, più rilevante tra le sue dichiarazioni, riconoscendo come proprio la solidarietà “avesse prevalso sul fallimento dello Stato”. Parole dure, forti, ma soprattutto parole che mostrano come di tanto in tanto sia possibile trovare un sindaco che prenda una linea d’azione opposta a quella più generalmente diffusa soprattutto qui in Francia, come ad esempio accade a Calais.

Proprio a Calais infatti Natacha Bouchart non ha d’altronde mai nascosto il suo non volere affrontare in prima persona il problema migranti; o meglio forse sì, ma a modo suo: esiliandoli al di fuori della città con la creazione della ben nota Jungle, per poi smantellarla lo scorso 7 novembre col chiaro intento di liberare il più possibile la costa settentrionale e spingere così i tanti migranti lì stanziati, in attesa di un passaggio di ‘fortuna’ in Inghilterra, nei CAO francesi (centri d’accoglienza e orientamento), ove sarebbe possibile un migliore controllo degli stessi. Ad oggi, marzo 2017, il sindaco si trova però a comprendere come la situazione non sia stata arginata, anzi di come i suoi tentativi di risolvere il problema al di fuori del cuore della città abbiano -con una sorta di effetto boomerang- lo abbiano riportato proprio di fronte agli occhi di tutti. Ad oggi il sindaco Bouchart, sempre ‘coerente’ con la sua politica ‘migrants unfriendly’ si impegna a suon di divieti ed ordinanze comunali che impediscono ora la costruzione di docce nei locali del ‘Secours Catholique’ (da sempre associazione attiva localmente nel sostegno dei migranti), ora col divieto per le differenti realtà locali ed associazioni umanitarie di donare cibo e pasti (ordinanza fortunatamente sospesa dal Tribunale Amministrativo di Lille dopo il ricorso delle varie Ong in questione); situazione analoga si sta verificando anche a Ventimiglia, non a caso città di frontiera anch’essa, dunque città che non può fingere di non aver mai conosciuto prima d’ora una realtà di questo tipo. Ma la storia è sempre la stessa e si ripete effimera: quanto ci vorrà affinché si comprenda che il problema migranti riguarda tutti?

Magazzino.
Magazzino.

Il campo della Linière dopo un anno ormai dalla sua nascita ha senza dubbio visto l’avviarsi di un processo di involuzione ed, anzi, ora si trova in uno stadio avanzato di tale processo. Esso appare ormai fortemente sovraccarico rispetto ai suoi presupposti iniziali, con strutture di 5 metri quadrati che si trovano ad ospitare più persone di quante potrebbero, nonché ormai obsolete e inefficienti sotto molti punti di vista (come per il sistema di riscaldamento); oltre a ciò si sono iniziate a contare numerose violenze soprattutto ai danni delle donne. Durante gli ingressi quotidiani che la mia Ong, L’auberge des Migrants, compie assieme ad Help Refugees, ho avuto modo di apprendere dai miei colleghi francesi ed inglesi, passando nei vari ‘shelter’ del campo (le costruzioni-riparo in legno), che vi è ormai molta ‘mafia’ (così dicono loro, col loro francese che pone l’accento sulla ‘a’ finale): molti ci rispondono in maniera strana, altri non si comprende come sia possibile vivano in 10 stipati in ripari di circa 5 metri quadrati; infine molte sono le testimonianze di intimidazioni subite dagli ultimi arrivati da parte di ‘veterani del campo’ per non occupare i vari ‘shelter’ inoccupati.

Di fronte a ciò è ormai dal mese di gennaio che si parla di un suo smantellamento: a Grande-Synthe si sarebbe ricreata la medesima situazione della Jungle smantellata, nonostante i presupposti diametralmente opposti. Lo scorso 14 febbraio il sindaco avrebbe però domandato il rinnovo del campo, ottenuto qualche settimana fa. “La sovrappopolazione e le condizioni dei capannoni hanno fatto sì che tale campo, il solo che inizialmente rispettava le norme internazionali al momento della sua costruzione, ora non sia più a norma”, afferma con rimpianto e tanta delusione Amin Trouvé Baghdouche, coordinatore generale di Medecins du Monde nella zona del Nord-Pas-de-Calais. Il sindaco Carême, rinnovato l’accordo per la durata del campo, auspica in cuor suo che “lo stato realizzi dei nuovi rifugi più duraturi, nonché più adatti al clima e alle famiglie”; il sindaco si augura anche che lo stato ricominci a far uscire dal campo i migranti che chiedono asilo in Francia. “Sono 200 a voler partire per andare in un CAO francese, ma nessuno è stato evacuato dopo lo smantellamento della Jungle”; i posti liberi infatti vengono riservati prioritariamente a quanti escono dal campo transitorio di Parigi.

Tornando a parlare della violenza molto presente ormai nel campo, l’associazione Gynecologie Sans Frontière, che lì fornisce un sostegno permanente, riconosce senza alcun dubbio che alcune donne siano effettivamente state vittime di violenza; tuttavia Richard Mathis, vice presidente dell’Ong, aggiunge di “non indagare per sapere se queste violenze abbiano avuto luogo in occasione del tentativo di passare oltre la Manica, quando poi le donne ritornavano verso il campo, oppure se queste violenze siano state perpetuate all’interno del campo stesso”. Non mancando casi di violenze coniugali, l’Ong ha messo a disposizione da qualche tempo un appartamento che permette di mettere in sicurezza queste donne: il ‘Women’s Centre’. Questo ‘safe space’ all’interno del campo appare quasi come un’oasi in pieno deserto: un posto in cui le donne del campo possono trovare conforto ed ascolto, magari con i propri figli, avendo l’occasione di entrare a contatto con volontarie di tutto il mondo, professionisti e ginecologi, nonché donne come loro. Numerose donne ad oggi domandano alle varie ONG una protezione per la notte, essendo pericoloso per loro semplicemente raggiungere i sanitari, nella più totale oscurità.“La sicurezza è calata– rileva Brigitte, responsabile dei volontari di MDM- vi sono molte violenze verbali, liti. Seppur non siamo mai state prese fisicamente da parte, abbiamo comunque l’obbligo di spostarci in gruppo per il campo, nonché il divieto di entrare nei rifugi”. Un altro volontario sostiene:”La notte le donne non possono andare da sole nei bagni, potendo questi

Women's Centre
Women’s Centre

essere aperti dall’esterno; ma se hanno dei bambini è al contempo impensabile per i loro mariti accompagnarle lasciando i piccoli senza sorveglianza.  Allora le mamme sono sempre più costrette ad utilizzare pannoloni. Le docce si fanno quasi sempre fredde e riscaldare l’acqua nei ripari fa correre il rischio di intossicazioni da monossido di carbonio”. Se i corpi sono esposti a tante sofferenze, lo spirito non è comunque da meno: nel ‘social space’, un prefabbricato che fa da sala comune, Erwan Bois, psicologo per MDM, riscontra sempre più la presenza di sindromi da stress post-traumatico: “Soffrono molto per ciò che hanno visto nei loro paesi, per quello che hanno vissuto durante il tragitto e ad ultimo per ciò che subiscono qui. Molte storie sono terribili. Bisogna aspettare molto affinché ciascuno riceva l’assistenza ed il sostegno legale richiesto, ma così rischiamo di creare una generazione di persone che non sta bene”. “La tensione è aumentata, è certo -rimpiange il sindaco- ma la gente è lì da molto tempo, è stanca ed esasperata”. Ha anche aggiunto con fermezza, per sostenere l’importanza del mantenimento del campo, quando le sorti di questo erano ancora incerte, che “Questo campo è oggi più che necessario, poiché se siamo lì e se esso esiste, è perché la risposta umanitaria europea non è sufficiente!”.

In questo campo che per molto è stato abitato soltanto da curdi, ormai convivono anche afgani ed in ultimo, sebbene in numero inferiore, siriani. I cosiddetti ‘passeurs’, per lo più di nazionalità curda, hanno dovuto cedere una ‘fetta’ della loro zona d’influenza: ciò, secondo più fonti, ha sicuramente contribuito a rompere l’equilibrio precario sul quale il campo si era finora retto. Lo Stato ha posto però, congiuntamente al rinnovo del campo, delle condizioni: la Linière non dovrà accogliere più di 700 rifugiati (attualmente sono 1500 circa) e delle porte di sicurezza saranno istallate alle entrate e alle uscite. Sulle modalità da seguire per portare il campo ad un numero pari alla metà degli attuali residenti le soluzioni finora appaiono molto difficili da trovare, soprattutto di fronte ad una palese inefficienza dei CAO francesi, “dispostivi che, nei fatti, non funzionano”, riportando le dichiarazioni stesse del sindaco Carême. Inoltre, in questi ultimi giorni, la strategia più sostenuta della rimozione forzata di shelter per evitare dunque nuovi arrivi appare, senza troppe spiegazioni a riguardo, la più ridicola ed inefficace.

Risse e tensioni tra i rifugiati sono sicuramente un fattore importante che ha contribuito all’indebolimento del funzionamento del campo. Bruno Le Roux, da poco ‘ex’ Ministro degli Interni francese, fermamente schieratosi per la chiusura del campo si era mostrato inquietato per i fenomeni inaccettabili constatati, quali ‘riscatti’ e ‘prestiti’ per limitare l’accesso a servizi come le docce. “Questi fenomeni non possono più persistere, soprattutto tenendo conto dell’afflusso che può continuare” e, in questo contesto, secondo lui il campo rappresentava esso stesso “un fattore d’attrazione per gli altri migranti desiderosi di raggiungere la Gran Bretagna”: dunque la sua proposta era di eliminare il problema a partire dalla base, smantellando tale calamita attrattiva, ignorando dunque ancora una volta il fatto che è la posizione in sé di città come Calais o GrandeSynthe ad attirare i flussi migratori, in quanto poste al confine con la tanto desiderata costa inglese.

Entrando nel campo di Grande-Synthe, esso appare come un luogo freddo, amorfo, a tratti sembrerebbe un posto

Attività per bambini.
Attività per bambini.

fantasma visto che, nelle ore in cui maggiormente ci troviamo ad operare, i suoi vari ‘residenti’ sono nei propri ‘shelter’ ancora a dormire, sebbene non sia comunque presto; ma è normale: cosa c’è da fare d’altronde? Eppure, camminando per un po’ al suo interno, ci sono delle zone di colore, animate, quasi gioiose verrebbe da dire: sono il ‘Women Centre’ (di cui ho sopra accennato) ed il ‘Dunkirk Refugee Children Centre’, spazio per i tanti bambini presenti nel campo, essenzialmente ideato per continuare ad educarli ma soprattutto per cercare di stimolare la creatività espressiva di bambini troppo piccoli per smettere già di sperare e fantasticare. Due camion sormontati da un bouquet di fiori ed un quadretto con un piccolo uomo arroccato su di un tappeto volante coi colori della bandiera francese e tedesca: questa sagoma è stata disegnata da Danoush, bimbo di 7 anni che frequentava il Children Centre. “Non lo vediamo più– racconta Barbara, volontaria per MDM- lui e la sua famiglia saranno riusciti a passare nel Regno Unito”. Ed è questa del resto la prassi nel campo della Linière: si soggiorna lì se va bene qualche settimana o qualche mese, aspettando con impazienza e fantasticando sull’Inghilterra.

Associazioni come L’auberge des Migrants, RCK ed Help Refugees continuano in loco le loro attività con diverse equipe di lavoro: quella di ‘distribuzione mobile’ visita ogni shelter del campo per fornire vestiti, prodotti per l’igiene, coperte, utensili per la cucina; l’equipe di ‘vulnerabilità materiale’ risponde ai bisogni urgenti dei rifugiati c.d vulnerabili, tali quali nuovi arrivati, famiglie, minori non accompagnati, donne, persone invalide. Si lavora parallelamente con il ‘Dunkirk Legal Support Team’ per la protezione dell’infanzia: ci sono circa 100 minori non accompagnati che vivono ad ora nel campo, molti dei quali dormono nelle ‘community kitchen’ e non nei ripari ad hoc. E poi c’è l’incredibile squadra di RCK, che non solo prepara pasti per i vari migranti sparsi qua e là e senza un riparo a Calais, ma continua a fornire 400 pasti al giorno per i residenti del campo della Linière, gestendo inoltre da poco in esso due ‘free shop’ per permettere ai residenti di cucinare loro stessi, potendo autonomamente scegliere i propri alimenti, restituendo dunque loro un quadro più dignitoso ed umano e facendo loro riacquistare un pezzetto di normalità quotidiana, per quanto possibile.

Volontari servono cibo
Volontari servono cibo

Il primo giorno che sono entrata nel campo, la scorsa settimana, credevo di essere già pronta al peggio: ero stata già nella Jungle ed in un momento storico importante, ovvero quando essa si stava appena ‘costituendo’. Eppure a cominciare dal nostro arrivo quel giorno, ci è stato subito difficile entrare: non accade spesso, a detta dei miei colleghi. Il campo ha però da poco cambiato le modalità di accesso, avendo messo dei cancelli di sicurezza ai vari ingressi. Fuori da quello principale, accanto al presidio costante della Polizia non molto amicale, vi era un gruppo di migranti che non era dotato di braccialetto numerato; il numero di shelter donato comunque alle guardie poste all’accesso non era a detta loro il vero corrispondente (da notare però che molti shelter sono stati appositamente distrutti dal sindaco e dalla Polizia per gestire gli arrivi e il sovraccarico di rifugiati). Aprire i cancelli per farci passare con la nostra macchina ed il nostro furgone avrebbe sicuramente scatenato un tentativo di accesso di questi, impensabile: abbiamo dunque atteso una mezz’oretta circa, spostandoci anche da lì davanti per cercare di non inimicarci troppo la polizia già non molto simpatica e disponibile con noi. Dopo aver allontanato i poveri da lì, siamo entrati; da quel momento ho subito capito che, nonostante le premesse diametralmente opposte, stavo sicuramente entrando nella nuova Jungle.

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