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Vite al confine: la storia di Marwan

di Paola Fracella

Me lo immagino mentre si sistema i capelli con il gel prima di uscire da casa: il taglio all’ultima moda deve essere sempre impeccabile.

Un bacio al volo alla mamma e poi via, fischiettando sulle scale.
Marwan esce per andare nello studio dove lavora come tatuatore, e magari quando avrà finito andrà a bere una birra con gli amici.
Quest’ultima abitudine magari non è esattamente propria di tutti i ragazzi di Homs, la sua città, ma a lui piace e poi per la sua religione, il cristianesimo, bere alcol non è proibito.

Campo profughi di Tel Abbas, Akkar, nord del Libano. Foto da Operazione Colomba
Campo profughi di Tel Abbas, Akkar, nord del Libano. Foto da Operazione Colomba

 

I cristiani stanno con il regime dicono in Italia, ed in effetti è così, ma a Marwan non interessava molto.

Lui si sentiva solo un ragazzo di vent’anni che voleva vivere la sua vita e stare il più lontano possibile dai casini vari ed eventuali che caratterizzano la politica siriana.

Poi un bel giorno quei casini sono diventati troppo grandi per poter essere ignoranti, e si sono presentati alla sua porta con le sembianze di un fucile da impugnare, senza alcuna possibilità di scelta.
Così Marwan all’improvviso si ritrova a dover combattere tra le colline della Siria.
I capelli sono ora coperti da una kefiah viola e nera, in mano ha armi mal funzionanti che non sa e non vuole maneggiare.

Per questo al suo comandante lui proprio non andava giù e se non avesse pagato fior di quattrini sarebbe finito tra le prime fila di combattenti, tra i primi che Daesh, il mostro nero, attaccava ogni notte.
La battaglia di Palmira io la seguivo in televisione, a stento avrei immaginato che un mio coetaneo era stato strappato alla sua vita e catapultato nello schermo della tv, oltre il quale però l’orrore era reale.
La guerra, le sue condizioni estreme, la corruzione dei generali che ti mandano a morire per primo se non puoi pagare per stare in un posto più protetto, la paura e poi l’esplosione.
Per cinque volte la stessa aviazione degli alleati ha colpito Marwan e gli altri ragazzi con lui.
Colpiti per errore, come se le bombe potessero essere davvero intelligenti e le guerre umanitarie o necessarie.

Da lì la decisione di partire: appena dimesso dall’ospedale, con la divisa ancora addosso per non farsi fermare ai posti di blocco, Marwan è fuggito via in sella ad una moto. Ha passato il confine tra la Siria ed il Libano, ma forse dentro di lui anche quello della sofferenza che un essere umano può sopportare.

Campo profughi di Tel Abbas, Akkar, nord del Libano. Foto da Operazione Colomba
Campo profughi di Tel Abbas, Akkar, nord del Libano. Foto da Operazione Colomba

La divisa l’ha gettata via in fretta appena giunto in territorio libanese, come a volersi togliere di dosso quello che aveva vissuto.
Infondo lui era lì, aveva fregato la guerra, i comandanti, il regime, Daesh, aveva fregato tutti quelli che pensavano di averlo intrappolato, di aver scritto per lui il suo destino.
A nessun altro dei suoi compagni la vita aveva dato un’altra occasione: erano tutti morti davanti ai suoi occhi scuri, che oggi piangono ripensando a quegli attimi.

Lui però adesso è lontano, vive comunque in un posto in cui non dovrebbe vivere nessuna persona al mondo, ma almeno qui tutti gli vogliono un gran bene.
La Siria gli manca molto, finché ci sarà il regime non ci potrà tornare.
Non sa cosa ne sarà di lui, però Marwan da poco ha ricominciato a fare i tatuaggi.

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