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Storie di frontiera: quotidianità a Ventimiglia

Di: Eloisa Pantano

Viviamo in una società in cui vige la piena libertà di circolazione delle merci e dei capitali, ma non delle persone, dei migranti, ai quali invece rimane solo la violenza delle frontiere e della polizia.

In questo momento mi trovo a Ventimiglia, città di confine. Confine che separa, allontana e blocca tutti i ragazzi che sperano un giorno di arrivare dall’altra parte, in Francia.
Questa frontiera è per molti di loro invalicabile. C’è chi prova a varcarla attraverso sentieri di montagna e c’è chi spera di raggiungere la Francia provando a viaggiare in treno, tentando di fare ciò che italiani e francesi fanno senza avvedersene tutti i giorni.
Nella stazione dopo Ventimiglia, precisamente quella di Mentone Garavan, ad attendere gli shebab (ragazzi, in arabo) c’è però la polizia francese, la gendarmerie. Un poliziotto sale in testa ed uno in coda alla carrozza, controllano che non ci siano neri nascosti sotto i sedili o nei bagni, e quando ne trovano uno, chiedono i documenti. Coloro che non li hanno sono costretti a scendere, anche se sono donne o adolescenti; sono costretti a ritornare a Ventimiglia, talvolta a piedi, in violazione delle norme del diritto internazionale a tutela dei minori.

Le persone, così obbligate a ritornare in territorio italiano, si accampano sotto il cavalcavia che collega l’Italia alla Francia, lungo il greto del fiume Roja. Sono circa cinquecento i ragazzi, la maggior parte dei quali sudanesi, in età compresa tra i 12 e i 30 anni.

Le condizioni igienico-sanitarie sono drammatiche; mancano i bagni e i ragazzi sono costretti a lavarsi nel fiume. Molti di loro bevono quest’acqua, rischiando di compromettere la propria salute: a fine luglio infatti, contemporaneamente ad un intervento fatto passare come un’azione di pulizia della zona (effettuata con ruspe e sotto il controllo delle forze dell’ordine) due rubinetti di fortuna, unica fonte per approvvigionarsi, sono stati chiusi.

Inoltre, da inizio agosto, la prefettura ha deciso di chiudere la chiesa delle Gianchette, da sempre punto di riferimento per minori e famiglie lì ospitate, ora trasferiti all’interno del Campo Roja (gestito dalla Croce Rossa Italiana), del tutto privo di spazi protetti per minori e ragazze, che  vivono in promiscuità con adulti ed esposti ad abusi e sfruttamento. La maggior parte dei ragazzi non ha intenzione di entrare in questo campo, piuttosto preferisce rimanere sotto il cavalcavia; per potervi accedere è necessario rilasciare ancora una volta le proprie generalità e le impronte digitali. Questo significa che i migranti, qualsiasi cosa decidano di fare, devono forzatamente essere identificati. Il campo è completamente militarizzato e circondato dalla polizia, che presiede la zona ventiquattr’ore su ventiquattro. I migranti, all’interno di esso, vengono privati della propria libertà di autodeterminarsi e di auto-gestirsi.

Come quasi tutti i campi governativi, queste strutture spersonalizzano gli individui: essi non solo non gestiscono la propria vita all’interno di questi spazi, ma non possono nemmeno cucinare, devono sottostare a degli orari di entrata e di uscita e non gli viene proposta alcuna attività ricreativa.  There is no freedom in  the camp.” mi spiega Mohamed, prima di riprovare per l’ennesima volta ad arrivare in Francia.

Quasi tutti i ragazzi che stazionano lungo il fiume vogliono lasciare l’Italia per raggiungere la Germania o la Gran Bretagna, e ricongiungersi con amici o familiari. Alcuni di loro hanno conseguito un titolo di studio nel loro paese d’origine, altri invece sperano di proseguire gli studi in Europa. Martin vorrebbe diventare un medico, Ali un agricoltore, Hussein un avvocato: ognuno persegue il proprio sogno nel cassetto nella speranza di poterlo realizzare.

Molti di loro però prima di giungere in Francia devono fare i conti con la frontiera, con la violenza  poliziesca e con le deportazioni arbitrarie verso l’hotspot di Taranto. Quasi ogni giorno in stazione, in spiaggia o sotto il cavalcavia vengono compiuti rastrellamenti sulla base dei tratti somatici; le forze dell’ordine caricano i ragazzi sui pullman della Riviera Trasporti (RT), e scortati da una camionetta della polizia, si dirigono verso Taranto.  Queste operazioni costano circa cinquemila euro allo Stato, che utilizza i trasferimenti coatti per alleggerire la pressione al confine. Oltre ad essere onerosi per le casse del governo, vengono effettuati senza alcuna procedura legale e sono inutili perché dopo solo quattro o cinque giorni i ragazzi tornano al punto di partenza, Ventimiglia. Le deportazioni avvengono circa tre volte a settimana (se non di più) e i rastrellamenti non vengono messi in pratica solo a Ventimiglia ma anche a Como e Milano, sebbene in misura minore. Come emerge da alcune testimonianze, ad essere trasferiti non sono solo gli irregolari, ma talvolta i richiedenti asilo, i titolari di un permesso di soggiorno e spesso anche dei minori, che sono soggetti vulnerabili.

I ragazzi vengono trattati come pacchi postali, pedine di un gioco deleterio, oggetti da scovare, prendere, caricare e deportare. C’è chi ha dovuto attraversare tutta l’Italia anche cinque, sei o sette volte. Gli shebab vengono sottoposti quotidianamente ad una vera e propria violenza psicologica: “mi mancava davvero poco e sarei arrivato dall’altra parte ma sono stato preso e, a pedate, fatto ritornare indietro”, “non siamo criminali, per quale motivo ci trattate in questo modo? ” mi ripete Wiz con gli occhi lucidi. Oltre a dargli tutta la mia solidarietà, non so come rispondere, mi sento così impotente e allo stesso tempo arrabbiata.

La violenza perpetrata dalle istituzioni ed il clima di ostilità nei confronti di queste persone è la normalità: vai al tuo Paese”, “vai in Africa”, “torna nel Burundi, fuori dai coglioni” sono le parole con le quali un poliziotto si rivolge ad un ragazzo alla stazione di Ventimiglia.
Per non parlare poi della repressione attraverso fogli di via, minacce e identificazioni da parte della polizia nei confronti dei solidali e di chi cerca di opporsi a queste politiche ingiuste. Per il solo fatto di chiacchierare con i ragazzi sotto il cavalcavia o al parcheggio, dove in serata viene distribuita la cena, ripetutamente ci vengono chiesti i documenti.

L’indifferenza e il razzismo sono all’ordine del giorno: un vecchio insulta i ragazzi passandogli accanto in bici, un negozio espone delle calamite con l’immagine del duce in vetrina. La gendarmeria francese perpetua forme di violenza fisica attraverso le manganellate ed i gas lacrimogeni. La frontiera stessa di per sé è violenza e tutto questo avviene nel disinteresse e nell’indifferenza generale: mi sento di vivere in un’epoca in cui l’uomo non conta nulla: è un documento, un semplice pezzo di carta, a contare tutto.

Nonostante ciò, i tentativi di superare la frontiera avvengono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. I ragazzi non si arrendono, non perdono la speranza. La strada in montagna è lunga e pericolosa, costituita da impervi e stretti sentieri, che gli shebab percorrono di notte, rischiando di essere beccati dalla polizia o di inciampare e cadere nel “passo della  morte”, un dirupo nel quale hanno perso la vita molti ragazzi. Fulminati o investiti, i ragazzi morti mentre cercavano di varcare il confine sono numerosi.

L’Europa democratica è artefice di questa violenza, continuamente perpetuata attraverso leggi ingiuste ed accordi con governi dittatoriali, che hanno il solo fine di bloccare giovani che si dirigono prima in Libia, poi nei paesi dell’Unione Europea.

Per questo, dopo aver vissuto quest’esperienza a Ventimiglia, credo che sia assolutamente necessario non solo creare corridoi umanitari per evitare ulteriori tragedie in mare, ma anche concedere permessi di soggiorno per la ricerca di un lavoro e rivedere gli accordi di Dublino, in modo che vi sia la libera circolazione delle persone e venga promossa un’inclusione sociale.

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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