Home / All you can read / Storie di capa e di Spada
robertospada

Storie di capa e di Spada

di: Davide Vicini

È difficile che chi ora legge non abbia incontrato in questi giorni, volente o nolente, le immagini dell’aggressione di Roberto Spada ai danni di un giornalista di Nemo. Una craniata repentina ed improvvisa, accompagnata da un piccolo inseguimento manganello alla mano (arma nascosta con una certa destrezza e che appare quasi dal nulla, a completare il colpo di scena iniziato dalla testata precedente).

Il video è piuttosto impressionante: ammetto di aver faticato a riguardarlo più volte. La gratuità improvvisa del gesto colpisce soprattutto chi si sente, o sente di potrebbe finire, dalla parte della vittima. Io in primis, che sono qui ora a scrivere per questo progetto, potrei ritrovarmi un giorno ad intervistare la persona sbagliata, e venire gonfiato di botte. Una volta un mio professore, parlando di logos e di altre cose filosofeggianti, disse: “Io potrei anche farti il miglior discorso del mondo, ma se tu mi tiri un pugno ben assestato io finisco per terra”.

Ritratto di Louis-Sebastien Mercier (fonte: Wikipedia)
Ritratto di Louis-Sebastien Mercier (fonte: Wikipedia)

La violenza, a-logica per definizione, è una possibilità radicale, non bisogna scordarsi questo. A volte si dimentica che c’è il rischio concreto che il dialogo sfoci in violenza, e si vaneggia di una società in cui le uniche testate di cui si possa sentir parlare siano quelle degli amplificatori o, al limite, quelle giornalistiche. Nelle utopie della modernità (come quella francese pre-rivoluzionaria di Louis-Sébastien Mercier, intitolata L’anno 2440) la violenza viene eliminata dalla narrazione, per mostrare un mondo puramente razionale. Tuttavia un aspetto così importante della vita umana non può essere semplicemente cancellato, per quanto ci si provi: anche in questi tentativi romanzeschi, la violenza si diffonde, si disperde in meccanismi di controllo sociale che la reinterpretano ma non la annullano, poiché essa rimane sempre sullo sfondo, magari in potenza e non in atto, ma sempre presente.

Dunque la violenza non va dimenticata o rimossa dalla nostra concezione del mondo. Tuttavia non bisogna neanche permettere che dilaghi in maniera scriteriata. Ci sono varie forme di controllo sociale sulla violenza che fungono da “impedimenti” all’esondare di questa forza distruttiva. Uno di questi processi è la delegittimazione. Quando una violenza viene percepita come illegittima da un gruppo sociale, essa verrà criticata e, conseguentemente, ostacolata in varie maniere.

Ecco che ritorniamo dunque alla questione con cui si era aperto l’articolo. Quello che veramente impressiona di un gesto del genere non è la testata in sé. Tutti abbiamo assistito a delle risse in vita nostra: non sono un fenomeno raro né tantomeno isolato. Ciò che emerge da questo caso invece è il frutto di una legittimazione politica che porta come conseguenza anche la legittimazione di determinati atti. In una zona “abbandonata dallo stato” come Ostia, il potere viene spartito da fazioni differenti, spesso mafiose, che nel loro dominio territoriale trovano autorità anche sul piano della legittimità. Lo stesso piano nel quale può inserirsi, in maniera capziosa, un partito come Casapound, di chiara matrice fascista, che può arrivare, proprio ad Ostia, a sfiorare il 10% alle urne. Legittimare istituzionalmente un partito del genere significa legittimare la violenza che esso porta inevitabilmente con sé. Non devono essere due pacchi di pasta regalati ai bisognosi a far dimenticare quello che sta dietro ad un’ideologia politica di questo tipo.

Logo di Casapound (fonte: www.osservatorioantisemitismo.it)
Logo di Casapound (fonte: www.osservatorioantisemitismo.it)

Il processo di istituzionalizzazione di un gruppo come Casapound porta a due risultati concomitanti e contrastanti. Da un lato l’entrata nell’ambito della politica partitica implica l’entrata in un insieme di regolamentazioni che affievoliscono gli aspetti radicali del gruppo (anche se magari solo in maniera formale); dall’altro si avvia un processo di equalizzazione rispetto agli altri partiti, il quale modifica la “posizione” da cui gli esponenti del partito prendono la parola. Se prima vi era una più facile stigmatizzazione del gruppo, in quanto para-parlamentare e marginale, con l’autorità conferita dalla forma partito, le possibilità di dialogo si moltiplicano. Questo porta a dibattiti pubblici a cui partecipano intellettuali con una posizione politica ammiccante al neo-fascismo come Diego Fusaro e giornalisti dall’amplissimo seguito come Enrico Mentana.

È evidente che quando si ha a che fare con partiti di questo tipo, ossia basati su un forte radicamento territoriale e locale, fatto di micro-azioni che si muovono nell’ampio ventaglio che va dalla beneficienza alle intimidazioni, si presenterà uno scollamento tra la parte più prettamente istituzionale (minoritaria) e quella extra-istituzionale (maggioritaria). Un fratello di un boss mafioso, come Roberto Spada appunto, non potrà mai assumere ruoli di importanza istituzionale all’interno del partito, ma è evidente che il suo apporto sul territorio sarà fondamentale. Che in consiglio comunale si presenti qualcuno in giacca e cravatta, con facilità di linguaggio ed una capigliatura elegante. Ma è fuori dalle seggiole lucide delle istituzioni che Casapound vuole giocarsi la sua partita, con una violenza mascherata ma non troppo, presente e assente insieme, latente come una costante minaccia.

È proprio in questo scollamento, in questa scissione che occulta, che si spiega il perché di quella testata. Ben più di un gesto inconsulto di un uomo violento. Un atto compiuto non nell’anonimato di una strada buia la sera, ma davanti ad una telecamera che possa riprendere. Nella coscienza che sì, un bel pezzo d’Italia rimarrà scandalizzato da quello che ha visto, ma che una fetta, sempre più grande dirà: “Vabbe’, ma fanno anche tante cose buone”.

Check Also

Credits: http://www.nationalgeographic.it

Addio ai ghiacciai (e non solo a loro)

Di: Giulia Ioselli