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Il nero, il rosso, il grigio: breve storia di fascismo provinciale

di Renzo Nuti 

Arezzo è una piccola città, raramente attraversata da fermenti politici, perlopiù lontana dai riflettori del dibattito pubblico, estranea alla generale tendenza di sinistra che da sempre contraddistingue la Toscana. Non che ci si stia male eh. Anzi forse è proprio perché, essendo cresciuto in questa quiete, nel bene e nel male le sono legato, che l’idea di un’indisturbata conferenza stampa di Casapound nel caffè più rinomato del centro mi provocava un prurito non indifferente. “Ah, ma come sei antidemocratico! Più fascista dei fascisti!”; invito gli immancabili (ahimé) Voltairiani che hanno subito pensato questo a morire, metaforicamente, s’intende, perché io possa esprimere la mia idea, e a leggere fino in fondo: vedranno che la mia condotta è stata per i loro criteri assolutamente lodevole.

Dicevamo: Di Stefano, il candidato premier di Casapound, che fa campagna elettorale a venti metri dal mio vecchio liceo. Ma c’è poco da fare, da diversi anni quella neofascista è l’unica voce che si sente nel deserto dell’associazionismo politico, soprattutto giovanile, di questa provincia. Tristemente, non mi aspettavo dunque alcuno sfoggio pubblico di resistenza, antagonismo o indignazione, né da parte dei giovani né da parte dei più anziani; a chi come me aveva l’amaro in bocca e i pugni stretti mancava la possibilità di organizzarsi, di trovarsi, di costruire un gruppo sostanzioso che potesse far sentire sulla piazza una presenza ostile alla recrudescenza di estrema destra.

Che fare, dunque?

… sai che ti dico? In mancanza di qualunque alternativa, per una volta andiamo a sentire cos’hanno da dire. Tappiamoci il naso e proviamo ad ascoltare. Bisognerà pur capire come sia possibile parlare di “sostituzione etnica” in un contesto che non sia una partita di Risiko, bisognerà pur sforzarsi di comprendere quali sono le leve che i neofascisti riescono a muovere nel senso comune, bisognerà pure conoscere il proprio nemico. Non che ci siano da attendersi grandi sorprese da chi si dichiara con fierezza fascista, che sia del terzo millennio, del secondo o dell’età della pietra. Ma a dirla tutta ero quasi curioso: in fondo non ho mai sentito parlare in pubblico un fascista. Forse perché sta scritto sulla Costituzione che questa cosa non dovrebbe mai succedere, ma ultimamente pare si preferisca sacrificare i principi fondamentali sull’altare dell’ordine pubblico: e allora cogliamo l’occasione no? Vediamo come reagisce l’uditorio, vediamo le loro facce, cerchiamo di capire in che punti il discorso neofascista può essere messo all’angolo pubblicamente (notare l’assurdità di doversi porre un interrogativo simile nel Paese che il fascismo l’ha inventato e patito per vent’anni). Se bisogna combatterli in ogni luogo, troviamo il modo di farlo anche nello spazio aperto del dibattito mainstream che tanto si stanno sforzando di colonizzare (con qualche aiutino da parte dei nostri “professionisti dell’informazione”, ma questa è un’altra storia). Massì, in fondo è una conferenza stampa aperta a tutti, potrà partecipare anche chi dissente, no? Fa parte del “gioco democratico” (espressione estremamente pruriginosa) ascoltare chi la pensa anche “molto diversamente” ed eventualmente controbattere, giusto? È l’argomentazione migliore che vince, no? .. No, sbagliato. La dolce zolletta di liberalismo che mi ero forzato ad inghiottire per l’occasione mi è andata di traverso e si è infine trasformata in un rigurgito acido: ma non per volontà mia. Voltairiani, io ce l’ho messa tutta. Andiamo però con ordine.23

Non mi sono fatto scrupoli a passare inosservato. Ci mancherebbe altro. Ho i capelli lunghi, tanti e rossi, e già questo basta a qualificare una presenza estranea in un contesto in cui si apprezza e si rivendica fieramente la calvizie. Ho messo una camicia a quadri verdi e rossi, calzoni un po’ larghi, stivali: nulla di sgargiantemente politicizzato in realtà, avevo pure un Woolrich addosso, lo ammetto.. solo il minimo indispensabile a far capire che c’era almeno qualcuno non a suo agio nel contesto. Mica mi terranno fuori solo perché sono rosso di vestiti (poco) e di capelli, dai. Viviamo in una democrazia, perbacco!

Arrivo in piazza. Due camionette blindate, una ventina di agenti più pochi altri in borghese. In mezzo, di fronte al caffè, una piccola folla attende con calma il segretario del movimento. Non proprio un contesto da “destra sociale”, vicina al popolo italiano umile e sfruttato dal turbocapitalismo internazionalista etno-sostituente : lo sfarzo di uno storico caffè del centro, ovunque camicie bianche, cappotti e scarpe eleganti, da qualche parte anche un paio di labbra e zigomi pesantemente siliconati sotto degli occhiali griffati. Riconosco diverse facce: figli dell’alta imprenditoria aretina, dell’aristocrazia locale, molti massoni; ma non è un mistero né uno scandalo, Arezzo ne è piena. In ogni caso, sono evidentemente un estraneo.

“Scusi, sono della polizia, lei sta aspettando qualcuno qui?”

Mi volto, un agente in borghese sulla quarantina. Sono francamente sorpreso dalla domanda.

“No guardi, sto aspettando l’inizio della conferenza stampa, ho visto che dentro non c’è ancora nessuno”

“ Scusi ma perché le interessa? Lei mi sembra, diciamo, diverso dal resto del pubblico”

“Si guardi, io sono del versante opposto, non lo nascondo, ma ho sentito che la conferenza stampa era libera ed ero curioso di venire a sentire. Non ho in mente colpi di testa particolari, se è questo che la preoccupa, sono uno tranquillo”

“ah, quindi è così, per arricchimento personale? Beh veda lei, secondo me non è una grande idea. Questi potrebbero non gradire la sua presenza, diciamo”

Il sorriso che spontaneamente mi si era allargato sul volto a sentire “arricchimento personale” accostato ad una conferenza stampa di Casapound svanisce col finale della sua frase.

“..Cioè scusi, che intende dire, sto rischiando la salute a stare qui?”

“No no, non lo so, diciamo che secondo me non è la scelta migliore. Io fossi in lei mi allontanerei, ma insomma veda un po’ lei”

“.. Grazie, penso che mi tratterrò”. Si allontana di qualche passo. Sono confuso, è la prima volta che un funzionario dello Stato mi fa capire che la mia presenza in un dato luogo non è gradita. Il problema è che in questo caso non è gradita a dei fascisti, in quanto elemento perturbatore della loro compatta omogeneità ideologica (nonché estetica). Dal momento, però, che se una cosa non è gradita ai fascisti allora è solitamente una cosa bella e buona, l’unico esito che il monito dell’agente ottiene è la mia immediata e gongolante (lo ammetto) decisione di restare.

Passano neanche cinque minuti.

“Scusi, polizia, mi fa vedere i documenti?”

Accanto a me una donna in borghese, con l’aria di chi preferirebbe essere altrove. Sono allibito dal fatto di essere l’unico in tutta la piazza che stia ricevendo questo tipo di attenzioni, ma le mostro prontamente la carta d’identità.

“Perché è qui? Sta aspettando qualcuno?”

“No guardi, l’ho già detto al suo collega, volevo solo ascoltare la conferenza stampa, non voglio fare scenate di alcun tipo”

“Guardi.. lei non può stare qui.. ehm, gnehmm, beh.. serve la prenotazione. La conferenza stampa è una cosa tra di loro..casapound-di-stefano-3

Avete presente quando, in Tre uomini e una gamba, Aldo Giovanni e Giacomo spiegano a Marina Massironi che lavorano in un negozio di ferramenta? Avete presente quando Aldo, dopo che Giacomo ha brutalmente vanificato i tentativi di Giovanni di edulcorare la dura realtà della loro occupazione, asserisce a denti stretti “Cioè non è che proprio nostro, ci lavoriamo…” . Ecco, cercate di tenere presente quel misto di imbarazzo, goffaggine e desiderio malcelato di concludere il prima possibile la conversazione, che ha nella fronte aggrottata di Aldo il proprio epicentro; trasponetelo sul volto stanco di un’agente di polizia che si sta inventando di sana pianta motivi per farvi levare le tende.

“Come scusi? Ma è una conferenza stampa, in mezzo alla campagna elettorale, da nessuna parte c’era scritto che fossero necessarie prenotazioni! Che senso avrebbe fare una conferenza stampa privata in pieno centro??”

“Eh.. lei non può stare qui, è tutto pieno, non c’è posto. Vada via, su. Non può”

“ Ma scusi, lei mi sta praticamente sgomberando?”

“insomma su, vada via, basta, tanto non può entrare, che vuole fare?”

Sono completamente senza parole. Il mio sguardo attonito le chiede se sta facendo sul serio, ma con la bocca riesco solo a opporre un vago “… viva la democrazia..”.

Faccio per allontanarmi e un energumeno pelato sui cinquanta, che ha assistito alla scena, chiosa con un didascalico “ecco sì spostati che tanto è uguale..” ; non raccolgo la provocazione, che si spegne in un borbottìo tronfio e astioso.

Mi siedo sul sagrato della chiesa, arriva finalmente Di Stefano, accompagnato dai dirigenti locali del movimento, saluti, sorrisi, entra nel caffè. Immagino l’atmosfera gioviale, patinata, gli sguardi fieri dei giovani militanti e quelli rincuorati dei cittadini più anziani, meno rampanti ma finalmente soddisfatti di sentirsi dire “prima gli italiani”.

Rimango fuori, cinque, dieci, venti, quaranta minuti; non c’è nulla che io possa fare, comincia anche a piovigginare, fa freddo a stare fermi, ma qualcosa mi trattiene. Voglio guardarli di nuovo in faccia quando usciranno. Nel mio piccolo, nell’insignificanza di questo episodio così provinciale, di questa doppia lesione della Costituzione (si fanno parlare i fascisti, e poi si proibisce a chi dissente di ascoltarli, per motivi.. cromatici?), perpetrata con la goffa impersonalità della burocrazia, con distratta sufficienza, io non posso comunque lasciare la piazza. Anche se nessuno ne parlerà, anche se riuscirò al massimo a ottenere qualche occhiataccia o sorriso di scherno. Né eroismo né martiropatia, non sto cercando di trovare un modo per far cantare le mie ipotetiche gesta dagli aedi dal giornalismo locale. Questa situazione non è né uno scandalo né il frutto di un qualche complotto criptofascista della giunta comunale o del questore; è solo avvilente, frustrante, banale, deprimente. “Dai, siamo ad Arezzo, lasciamoli parlare, ci sono altri modi e luoghi per combatterli. Ovìa su, fa’l bravo”. E invece no, non è così che dovrebbe essere, per nulla proprio.

Non possono pensare che questa città, questa piazza, questa giornata siano indisturbatamente loro. Non posso lasciarglielo pensare.

Solo questo piccolo, irriducibile, scarno pensiero mi rimbalza ossessivamente per la testa. Devono vedere che c’è almeno qualcuno che è indignato per la loro presenza qui, che non può accettarla e non dimenticherà quest’offesa, che è del tutto marginalizzato ed impotente, probabilmente ridicolo, ma che, privo di tutti gli altri, impugna lo strumento politico più rudimentale, grezzo e fondamentale: la propria muta presenza fisica. Forse solo per obbedire ad una propria idiosincrasia, perché non c’è e non c’è mai stata nessuna vittoria da poter strappare a questa squallida e amara giornata. Al massimo le risate dei fascisti di fronte alla romantica ostinazione di una zecca rossa. Meglio questo che niente, “viviamo per combattere un altro giorno”. Meglio questo che niente.casapound-di-stefano-4

La conferenza è finita, escono: di nuovo sorrisi, saluti, Di Stefano si avvia verso un rinomato ristorante del centro. Li guardo scorrere calcare il selciato antico, qualche occhiata con dei militanti di base, nulla di più. Esattamente come mi aspettavo, un finale insipido per una vicenda insipida. Apro Facebook, incappo in un articolo di Raimo su Minima & Moralia che riporta il discorso di Pertini all’indomani degli scontri tra manifestanti antifascisti e polizia per il congresso dell’MSI a Genova nel ’60. Leggo d’un fiato, palpitando per la fatalità della coincidenza.

..Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato”

Tutto quadra perfettamente, e tutto diventa più sconfortante. Non succedendo, sono successe un sacco di cose: non sono entrato, non ho ascoltato, non ho potuto parlare, non c’è un corteo di opposizione, non c’è un uditorio, non c’è un Pertini (o anche solo qualcuno che gli somigli da lontanissimo) che gli si rivolga, il fascismo non è compatibile con la Costituzione. E tutto questo non essere ha il peso di un macigno. Qua ci sono solo io, a sopportarlo.

Allora cerco un supporto e penso a chi era a Macerata e a chi oggi è a Bologna. Penso ai canti e alle arringhe, a chi riempirà di nuovo le strade e le piazze ogni volta che ce ne sarà bisogno. “Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza, il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.”

Finché esisterà una gioventù come questa.

Una scintilla di rivalsa si accende in questo epilogo umido e spento. Terrò ben presente questo discorso.

.. Anzi, quasi quasi non perdo tempo e lo condivido subito con i poliziotti. In fondo ci ho parlato anche prima, sono persone tranquille e probabilmente poco contente di dover obbedire a certi ordini. Aretini tranquilli, li conosco i mi’ polli. E poi è Pertini, mica le BR!

Raggiungo quelli che mi avevano interrogato poco prima, li saluto cordialmente, preannuncio di voler solo chiedere un parere. “Ho trovato per caso questo discorso di Pertini, sostiene che essere antifascisti significhi impedire ai neofascisti di manifestare..”

“Ma allora sei fascista anche te!” sbotta amichevolmente quello che mi aveva fermato per primo, sfoderando un sorriso spavaldo che ho visto solo sul volto dei peggiori 5 Stelle. Uno di quei sorrisi che ti fanno perdere ogni speranza.

Interviene però un altro, chiedendomi se so chi è davvero Pertini. Sono un po’ imbarazzato, “partigiano, socialista, Presidente della Repubblica…”

“No no, te lo dico io”. E attacca con una lunga digressione su Pertini, sui suoi soggiorni in carcere, sulla sua irriducibilità e incorruttibilità. Sa di quello che parla, fa riferimento anche a qualche biografia ufficiale.

“Ecco chi era Pertini. Capito che vuol dire la coerenza? io da giovane ero comunista, ti capisco a te, però noi in giro col Woolrich non ci si poteva andare, non si poteva fare manco le vacanze al mare. Era roba borghese. Capito?” E’ uno di quegli aretini buoni e sanguigni, con quell’eloquio brusco che viaggia su canali tutti suoi. Canali che evidentemente rendono il passaggio da giovane comunista a tutore dell’ordine del tutto lineare. Ma annuisco, avendo perso completamente il filo del discorso insieme a quel briciolo di speranza che avevamo momentaneamente ritrovato. Non era questo il punto.

“Insomma, vai a casa dai, mi sembri un bravo citto te. Se vuoi risolvere sti problemi studia, dovete studiare ragazzi, studiare”. D’accordo anche su questo, ma non era questo il punto. Saluto e giro i tacchi, la timida fiaccola della rivalsa si spegne nella piatta insofferenza che ha ormai conquistato stabilmente la giornata, avendo imbrigliato ogni mio piccolo slancio in contorte reti di imbarazzo e insignificanza.

Ma me ne concedo un ultimo, e immagino un finale diverso. La miracolosa e imprecisata circostanza che mi consente di leggere anche solo qualche riga del discorso agli astanti, poliziotti o meno, agli indifferenti più o meno maldisposti all’ ascolto di un coglioncello sovversivo affamato di declamazioni. Loro, il pubblico ideale.

A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?

Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.

Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.

Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi”.

Voltairiani, o supposti tali, tacete. Non moriremo per lasciar parlare i fascisti.

 

I diritti delle immagini vanno ad arezzonotizie.it

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