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copertina stormaco

Stomaco storto e vuoto

di Corinna Morini

La luce del mattino è un fascio rosa e bianco che inonda lo spazio tra binario uno e binario due, solcato da rotaie scure.
Rotaia, sassi.
Riga rossa, riga gialla, pavimento grigio poroso. Un involucro vuoto di un Twix è trattenuto a terra da una scarpa con tacco anni venti laccata verde, vestita da una vecchia signora dalle mani anticamente lisce e affusolate, adesso rugose e con unghie spesse. La parte dell’involucro non schiacciata dalla scarpa è spigolosa e produce un fruscio leggero, mossa dalla brezza fresca, che scivola fluida sulle superfici.
La donna è immobile, con la testa bassa e il collo rigido, gli occhi puntati verso le sue scarpe laccate verdi. Una goccia atterra sulla cartaccia. Sposto in su lo sguardo; è una sua lacrima. Poi un rumore ostinato e acuto.
Si alza, con le gambe pesanti, anima dolorante e stanca in viaggio, sale sul treno che si ferma lentamente.
La carta del Twix rotola libera per un po’, a scatti, fino a che non finisce di nuovo incastrata tra il pavimento e un palo che regge un cestino, storto e vuoto.
Come il mio stomaco.
Storto e vuoto, si contrae per la fame incredibile. Si contrae per la carta, che mi pare un essere agonizzante, e le scarpe e la lacrima sulla carta. Nessun bar aperto. E’ tutto chiuso; vado in bagno per passare il tempo.
Per entrare c’è un tornello che si sblocca inserendo un euro, prezzo sufficiente a sostituire la classica puzza mista e penetrante dei bagni pubblici con un altrettanto penetrante odore di disinfettante.
Non ho monete, così mi siedo su dei gradini lì accanto aspettando qualcuno che mi cambi cinque euro.
Arrivano tre persone.
Una ragazza sulla trentina tenuta per mano da una signora tutta soda e profumata, con la faccia contratta e severa. Le segue un uomo. Ha le mani grandi, che reggono il peso di una borsa rossa.
La ragazza sulla trentina fatica a muoversi, è spastica probabilmente. stazione
Va a scatti e s’incastra nel tornello. Spinge, ma non riesce a farlo girare.
La signora che la teneva per mano non fa passare neanche un secondo e le dice con voce stizzita di stare ferma e non spingere in modo casuale; lei però è proprio impigliata, e i suoi movimenti non l’aiutano. L’uomo sposta delicatamente la donna tonda, -sua moglie? toccandola sui fianchi, raggiunge la ragazza -sua figlia?, le stringe le mani, che si calmano subito e smettono di tagliare invano l’aria a scatti.
Insomma, alla fine entrano. La moglie sbuffa.
Il mio stomaco è storto e vuoto.
Arriva una ragazza snella e atletica, con una valigia, una maglia rossa a collo alto. Si ferma davanti a me. Guarda oltre il tornello, ma non c’è niente. Aspetta? Forse, ed è infastidita.
Dopo poco escono dal bagno i tre; la signora tonda tiene di nuovo per mano la ragazza, che ha un viso perso, uno sguardo in continuo movimento, che non si focalizza su niente. Palline tristi e impazzite.
Stomaco storto e vuoto.
Ma ecco, che vede l’altra fuori, quella snella con la maglia rossa che sta dritta davanti a me e a quanto pare era in loro attesa.
Il suo viso cambia, s’illumina come, e allo stesso tempo si contrae e storge, ma di felicità.
Lo spazio intorno a noi si riempe di risate di gioia scomposte, di gridi strani e non controllati, di frasi mozze e dette con fatica, di un continuo “e’ arrivata, è arrivata” detto a volume altissimo.
Si libera la mano, e comincia a sbracciare, a tagliare a scatti l’aria, ad andare verso la ragazza con la maglia rossa, ma s’impiglia di nuovo nel tornello, fa rumore, spinge, rimane bloccata; le braccia in avanti tese, le mani con le dita tremanti per lo sforzo che si contorcono, noncuranti della parte inferiore limitata dal tornello. Ride, grida, si sporge; dietro scorgo lo sguardo della signora che la inchioda, come se fosse infastidita da quella reazione. Agonizzante, penso. Un impasto densissimo di felicità e dolore.
In un’unica ragazza un conflitto insanabile, di una vita meravigliosa comunque, e di una difficoltà perenne, inevitabile.
L’uomo tiene ancora la borsa e guarda triste sua moglie.

A me toglie solo il respiro questa calda umanità viva, soffocata in spigoli e spasmi.

Passano tutti oltre il tornello, e si avvicinano sempre più alla ragazza con la maglia rossa, che va incontro loro a sua volta. Abbraccia solo la signora tonda -sua madre?, anche in modo frettoloso e freddo. Ignora l’uomo -suo padre? , ignora la ragazza – sua sorella? che s’impiglia nei tornelli.
Adesso sono davanti a me.
Maglia rossa, borsa rossa.
Scarpe da uomo marroni, tacchi neri bassi da signora.
Gambe magre e spigolose sotto jeans chiari, rattrappite, si muovono a scatti.
Facce indurite, gioie incomprese, grida fuori luogo, fastidi nell’aria.
Emozioni che eccedono la normalità consentita e abituale.
Però anche, dinamiche a me sconosciute, di cui s’intravede la stratificazione e la complessità.
Di cui s’intravedono i dolori di ognuno.
Non ne sai la storia, ma li avverti, li, in quella mattinata fresca, in quella stazione, in quell’ odore di rotaie e disinfettante, in quell’attimo di tensione , in quelle fatiche, in quegli sguardi infastiditi, in quegli sbuffi. In tutti quei limiti, che stringono ma sono anche meravigliosamente umani. In quelle quattro figure illuminate da questa luce rosata.
Stomaco storto e vuotoSi avviano verso l’uscita.
Sento un ultimo spezzone di discorso tra le due giovani.
Sei arrivata presto!” – Frase detta a fatica, mezza urlata, con la voce rotta ed impastata.
Neanche si gira la ragazza con la maglia rossa, cammina agile in testa al gruppo, guardando avanti. Sbuffa: “Perché, sarei dovuta arrivare tardi?”
Questa freddezza mi prende il cuore, lo calpesta ben bene e lo rimette li. Come se niente fosse.

Diventano sempre più piccoli.

Non riesco a giudicare, eppure fa male lo stesso.
Mi giro, devo andare in bagno e in tutto questo non ho chiesto a nessun di loro di cambiarmi i soldi. Luce rosa, stomaco storto e vuoto, odore di rotaie.
Agonie.

Chissà dov’è la carta spigolosa del Twix.

Photo credit: Elisa Begani, Claudio Pietrini.

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