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François Mitterrand (www.Lettera43.it)
François Mitterrand (www.Lettera43.it)

Può uno stato democratico essere forte?

Di: Alessandro Galli

Tutto si può dire sull’Italia, salvo dubitare della sua democrazia. Giusto?
I neofascisti non sono fascisti, ma persone di estrema destra che hanno diritto di accedere all’arena politica. I populisti ci son sempre stati, poco importa se usano informazioni tendenziose e paura, e in ogni caso l’elettore sa cosa scegliere. Insomma potremmo considerare la democrazia italiana incrollabile. Il dibattito politico è florido, e lo sappiamo bene in questo post-elezioni, c’è una giustizia indipendente ed una stampa libera. Abbiamo la possibilità di esprimerci liberamente e poi, in linea di massima, viviamo in uno stato di benessere diffuso che, per quanto intaccato tra crisi economica ed una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza, è comunque degno di un paese del “primo mondo”.

Ci sembra che sia scontato tutto questo sistema di tranquillità, siamo fieri della nostra Costituzione e contenti dei nostri diritti, armati di matita copiativa, diciamo la nostra. Inutile ricordare che tutto ciò non era affatto scontato durante il sistema politico dittatoriale nazifascista e che occorre prestare attenzione ai fenomeni che sotto mentite spoglie ripercorrono le grandi linee dell’autoritarismo italiano. Non possiamo pensare che la nostra libertà di democratici sia in una botte di ferro, protetta da ogni ingiuria, palese o velata, e che rimanga vita natural durante imperturbata. Poco più di quarant’anni fa l’Italia, soprattutto il centro-nord viveva una situazione di violenza diffusa, una “guerra civile a bassa intensità”: erano i cosiddetti Anni di Piombo, un aspetto che si sta cominciando a studiare storicamente negli ultimi anni.
Le bombe fasciste, i sequestri degli estremisti rossi e gli scontri di piazza disegnavano un’Italia molto diversa da quella che viviamo ora. Un clima di violenza segnava tutte le grandi città soprattutto quelle a forte presenza operaia e studentesca, come Milano, Torino, Roma, Padova e molte altre ancora. In questo contesto particolare lo Stato italiano irrigidiva le sue posizioni per difendere il potere costituito e raffreddare i caldi climi di contestazione. Secondo alcuni intellettuali, in maggior parte di sinistra, le manovre orchestrate dallo Stato costruivano un sistema autoritario che difficilmente si poteva assimilare ad una libera democrazia liberale.
Molte critiche giunsero dalla vicina Francia. L’Italia infatti, nell’immaginario d’oltralpe, non solo era fortemente irrigidita dalle leggi speciali emanate per arginare gli estremismi e i movimenti, ma anche fortemente sottosviluppata dal punto di vista istituzionale, dove la Democrazia Cristiana imperava al governo senza possibilità di rivalsa da parte dell’opposizione comunista (troppo antisistema per ottenere una maggioranza di governo nell’atlantica Italia). Insomma si sviluppò l’idea, sostenuta da gran parte dall’establishment politico-istituzionale francese, dell’Italia come una democrazia illiberale, azzoppata, con istituzioni autoritarie e scarso dialogo politico, come se fosse in atto una sorta di rievocazione mascherata di fascismo.

Con questi presupposti si sviluppa in Francia a partire dai primi anni Ottanta la Dottrina Mitterrand, dal nome del Presidente della Repubblica francese François Mitterrand, una prassi politico-giuridica che prevedeva di non estradare verso l’Italia gli estremisti di sinistra italiani (ma non solo anche baschi e tedeschi) che cercavano rifugio nelle città francesi. In realtà la politica di Mitterrand non è una novità, ma persegue una prassi già consolidata dalla classe politica francese, che aveva alle sue spalle una lunga storia di protezione di esuli rimarcata sin dalla Carta Costituente del 1789 (“Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”) e che fu provata empiricamente con l’asilo agli esuli antifascisti durante il ventennio.
In breve, grazie a questa visione politica della contestazione e al ruolo storico della Francia come terra d’asilo, gli estremisti che non si fossero macchiati di reati gravi (“sanglant”) e che non fossero ancora attivi in organizzazioni politiche extraparlamentari (Discours au Palais des sportes de Rennes,1er fèvrier 1985; institut François Mitterrand), potevano rifarsi una vita nel territorio francese con la relativa sicurezza di non essere estradati in Italia.

(www.Globetellers.com)
(www.Globetellers.com)

Un’analisi più approfondita degli anni di piombo in Italia è d’obbligo per capire le linee di questa politica francese che sembra fuori luogo ad un osservatore esterno e ottiene aspre critiche in tutto il panorama politico italiano del tempo, con eccezione forse del Partito Socialista, politicamente più concessivo con i gruppi extraparlamentari (da vedere per esempio il suo comportamento durante il rapimento dell’On. Moro). La critica francese all’Italia democristiana si muoveva su più assi filosofico-giuridici, i principali sono la legislazione speciale, che processava con giudizi politici e non giuridici gli eversivi; la carcerazione speciale, che esauriva la sua funzione nella sterilità della pena-punzione (contravvenendo alla legge approvata dal parlamento italiano nel 1975 sulla riforma carceraria); la visione storica di terra d’asilo, motivo d’orgoglio per i francesi.
Le leggi speciali furono emanate in risposta alla violenza degli estremismi; la prima di queste riforme è la c.d. Legge Reale, dal nome del suo propositore il Ministro di Grazia e Giustizia Oronzo Reale appartenente ai Repubblicani, che all’aspetto legittimo e funzionale di vietare “l’uso [in manifestazione] di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”, ne aggiunge un altro costruito sul sottile confine tra il legittimo monopolio statale della forza e la sfera privata del cittadino. Questo infatti prevedeva la possibilità di un’immediata perquisizione sul posto in determinate circostanze di rischio. La sfera privata è ulteriormente limitata da un successivo decreto del 1979 (chiamato decreto Cossiga) che aumenta i poteri delle forze dell’ordine per lo stato di fermo e la perquisizione in caso di urgenza. Ma questo decreto, poi convertito in legge, presenta degli aspetti ancora più problematici perché contiene l’aggravante di “terrorismo” che sovrasta qualsiasi attenuante. Questa caratteristica era fortemente dipendente dalla sensibilità politica del giudicante e dunque non forniva quella certezza del diritto necessaria per una pena equa.
In aggiunta a questo particolare impianto giuridico “speciale” vi è la legge sulle dichiarazioni dei pentiti (Legge 304 del 1982) che prevedeva forti sconti di pena in caso di collaborazione con la giustizia. Il problema risiedeva proprio nella difficile verificabilità dell’affermazione, che a volte era il pilastro principale delle indagini e che magari era elargita con facilità, esaudendo il desiderio degli imputati di ottenere una condanna meno pesante. Insomma da parte francese si contestava la sommarietà dell’operato della Giustizia, tantoché molti dossier per le richieste di estradizione erano invalidati dall’apposito organo francese, la Chambre d’Accusation, che aveva il compito di dare il via libera alla cattura del ricercato.
Ad onor del vero la società italiana, forse perché toccata dal vivo dalla violenza di questo fenomeno sociale sosteneva la linea dura del governo. Infatti nel 1978 con un referendum veniva deciso di non abrogare la legge Reale e, con lo stesso principio, si confermava la legge Cossiga nel 1981. I due referendum erano segno che per il popolo italiano il pesante clima politico e sociale giustificava qualche restrizione. Le limitazioni alle libertà, dettate dalla modifica al Codice Penale e Codice di procedura penale non furono le uniche discusse, infatti nel 1977 venne introdotta in Italia un’altra novità: le carceri speciali. Fu una manovra che alzò numerose critiche da intellettuali sia francesi sia italiani, come quelle mosse dal gruppo l’Espresso che pubblicò numerosi articoli di denuncia sulle condizioni e sui trattamenti delle persone rinchiuse in questi luoghi. I francesi invece, figli della rivoluzione del 1789, si sentivano storicamente i tutori della libertà di parola (e perché no forse anche di dissentire) e mal digerirono queste nuove norme, complice anche l’assenza in Francia di una così vasta e organizzata rete di movimenti dissidenti violenti. La presenza di queste leggi particolarmente restrittive, di un sistema di carcerazione “speciale” per i terroristi (decisamente contrario ai diritti minimi del carcerato approvati dal governo italiano nel 1975) e la sensazione di un governo debole incapace di sviluppare le riforme che il paese chiedeva contribuirono alla messa in discussione della democraticità dell’Italia tra gli anni Settanta e Ottanta e a teorizzare la Dottrina Mitterrand, con il risultato che la giustizia italiana, incapace di lavorare, non riuscì ad impedire che i reati contestati cadessero in prescrizione a vantaggio dei fuggitivi. Gli strascichi di questa situazione si avvertono ancora oggi, con la possibile estradizione di Cesare Battisti dal Brasile, ex militante dei PAC condannato in contumacia per alcuni omicidi, dopo aver goduto per anni della protezione di Mitterrand in Francia.

Se ci sembra assurdo la difesa d’un estremismo politico violento, che a volte non si è fermato neppure prima dell’orrore dell’omicidio, è d’obbligo domandarsi perché le idee che alimentavano questi movimenti negli anni Settanta-Ottanta furono, se non condivise, quantomeno protette da uno Stato di lunga tradizione democratica come quello francese. La spiegazione non è scontata e gioca sulla percezione del pericolo e sensibilità delle singole persone.
Fino a che punto uno Stato ha il diritto di compromettere le libertà individuali del cittadino?

Per approfondire l’argomento della carcerazione speciale: https://www.ambientediritto.it/dottrina/Dottrina_2005/riforma_ord_penitenziario_zeppi.htm consultato il 26/03/2018

Fonti:

G. Bocca, “Se i giudici ogni tanto leggessero il codice”, Espresso, 25 Luglio 1979

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