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Signora libertà, signorina anarchia

Di: Stefano Triggiani e Stefano Allegro

 

Percorriamo le strade di Genova con la notte sopra e nessuno intorno. I lampioni aprono squarci timidi che chiamano la vita ad esprimersi, ma l’umanità del centro dorme silenziosa. E allora spostiamoci lontano dai letti della maggioranza, prendiamo quella direzione ostinata e contraria in cui la vita biascica, balbetta, urla, ride, piange, sputa. Sorrisi amari e sorrisi autentici. La cattiva strada in cui la vita suona. Qui c’è stato qualcuno che dai margini ha rubato i suoni grevi e, come un’alchimista, li ha trasformati in note liete, per restituirle ancora ai margini con una goccia di splendore. Fabrizio De André ha scelto di raccontare le minoranze astenendosi dal giudicarle, schierandosi contro ogni forma di potere coercitivo, criticando il marciume di valori borghesi indifferenti e colpevoli. Egli stesso d’estrazione borghese, “giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, amico delle bagasce, sposo inaffidabile”, ha fatto politica cantando l’emozione, predisponendo la coscienza profonda dell’ascoltatore ai sentimenti autentici e solidali, indagando lo spettro delle pulsioni viscerali di donne e uomini, per costruire una sorta di consapevolezza da cui sprigiona la vitalità degli ultimi del mondo.

L’infanzia di Fabrizio, soprannominato Bicio al tempo dei giochi e della costante meraviglia per le cose del mondo, è già terreno fertile per esperienze che ne accrescono la spiccata sensibilità, incastonata in un temperamento insofferente al rigore e alla disciplina. Caratteristiche, invece, sedimentate nella figura del padre Giuseppe, insegnante di scuola e assessore alla cultura per il partito repubblicano. Sarà ricordato dal figlio come un uomo passionale, burbero, con un finissimo umorismo goliardico e lo sguardo ciecamente proiettato ad una vita imbevuta di onestà e rettitudine, sbronza di retorica meritocratica senza mezze misure.19075164_10212090573651286_1244777669_n

In quegli anni un fatto apparentemente positivo segna profondamente la coscienza di Fabrizio: il ritorno dalla guerra dello zio Francesco, dopo due anni di reclusione in un campo di concentramento tedesco. Ascoltando i racconti di quell’esperienza, fatta di uomini svuotati di umanità, monta dentro di sé il ripudio della guerra, e quando arriverà il tempo della chitarra dove finiscono le dita, questo sentimento di rifiuto sarà centrale in alcune delle sue canzoni, come La ballata dell’eroe e La guerra di Piero.

Fabrizio cresce nelle contraddizioni di una città pervasa da un clima perbenista, conservatore e reazionario, a cui risponde con l’anticonformismo e la follia di una gioventù ai limiti della dissennatezza. Tende a frequentare persone semplici, con un bagaglio culturale spesso più leggero, da cui, però, può imparare la vita poco contaminata dai tabù e dai calcoli dell’arrivismo borghese.

La caratteristica più tipica di Fabrizio era proprio questa straordinaria autenticità, era un ribelle naturale, in tutte le sue manifestazioni. Per cui anticonformista nel vestire, nel muoversi, nell’atteggiarsi, nel fare casino, nel non farlo, nel prendere le cose sul serio sostanzialmente. Sì, le prendeva su serio, ma in maniera molto allegra, molto incasinata. Era un borghese di nascita che però non voleva esserlo.” (Attilo Oliva)

L’incontro con la poesia di Remo Borzini, imperniata prevalentemente sull’umanità “di scarto” raffigurante prostitute e zingari, semina nella coscienza di Fabrizio il desiderio di documentarsi sulle opere di alcuni importanti scrittori: Steinbeck, Cronin, Dostoevskij, Maupassant, Flaubert, Balzac, Villon, fino ad arrivare a Bakunin e a Stirner. Fino ad arrivare alla signora libertà, signorina anarchia.

Sono libero da ciò di cui mi sono liberato, padrone di ciò che ho in mio ‘potere’ o di ciò che ‘posso’. ‘Mio’ lo sono sempre in qualunque momento e circostanza, se so mantenere il possesso di me stesso e non rinunciarvi in favore di altri. Essere libero è una cosa che non posso veramente ‘volere’, perché la libertà non posso farla, non posso crearla; posso solo desiderarla, aspirare a essa. A ogni momento la realtà scava solchi profondi nella mia carne. Ma ‘mio’ rimango.” (Max Stirner).

La lettura de L’unico e la sua proprietà di Stirner può essere considerata, in qualche modo, un tassello essenziale nel mosaico teorico che compone la coscienza politica di De André, già avviato ad una certa visione del mondo dalla passione che nutriva per la musica del cantautore francese Georges Brassens.

Mi piace il pensiero solitario, detesto il gregge, ma questo non ha niente a che vedere con i necessari sforzi collettivi. Il mio individualismo di anarchico è una lotta per pensare liberamente, non voglio che un gruppo mi detti legge. Siamo il risultato di quanto ci è stato dato, di quanto vediamo e sentiamo. Non posso pensare da solo, ma non voglio abdicare davanti al pensiero di un gruppo e neppure di un maestro. […] Quando in me, in un amico o in un popolo la libertà viene ostacolata, mi sento spinto a scriverci sopra qualcosa. Io mi limito ad accennare, suggerire, far pensare a..chissà cosa, poi, davvero non lo so.” (Georges Brassens)19114576_10212090573411280_924495145_n

Fabrizio ha tradotto e adattato diverse canzoni di Brassens, scoprendosi in completa sintonia con la sua poetica. All’anarchico cantastorie occitano sono riconducibili Il gorilla, Morire per delle idee, Le passanti, Delitto di paese, Marcia nuziale, Nell’acqua della chiara fontana, La morte.

Quello che mi ha colpito del mondo dei carruggi è stata l’abitudine alla sofferenza e quindi la solidarietà. Erano solidali in qualsiasi occasione, perché si trattava di sottoproletariato, quindi neanche di una classe precisa, agguantabile da quelli che erano i partiti politici tradizionali, era un mondo che in qualche misura si difendeva dallo stato e quindi io ci ho sguazzato dentro. Avevo già delle idee politiche ben precise, ricavate da Brassens che ascoltavo dalla mattina alla sera, grazie ai dischi che mio padre mi portava dalla Francia, e lui descriveva questo mondo, questi personaggi emarginati che poi io ho ritrovato a Genova. La latitudine era un’altra, ma sempre di quelli si trattava. È stata una confluenza di diversi tipi di influenze, non disgiunte da un certo tipo di carattere come il mio.” (Fabrizio De André)

Altra figura di riferimento nella formazione artistico-politica di Fabrizio è stata senza dubbio Riccardo Mannerini, poeta anarchico genovese, semi-cieco a causa di un incidente avvenuto quando lavorava sulle navi da crociera.

Il rapporto tra i due ha corso lungo binari abbandonati e arrugginiti ma, nello stesso tempo, ardenti del calore di quel sole che chissà quale buttafuori ricacciava in cielo ogni giorno, e con ancora più forza negli anni in cui hanno convissuto, tra il 1959 e 1964, in un monolocale a Rapallo.

Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave dei Costa una caldaia gli era esplosa in faccia.
È morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall’alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico.”
(Fabrizio De André)

Mannerini è l’ultimo tratteggio del quadro che abbiamo provato ad abbozzare, mostrando alcune delle personalità che hanno influenzato l’opera di Fabrizio. Ora, questo scorcio disegnato lo utilizziamo come ponte per entrare nel merito del suo lavoro, concentrandoci sul percorso politico che accompagna Storia di un impiegato.

Pubblicato nel 1973, questo concept album non è frutto di un mero riconoscimento ideologico di Faber nel pensiero anarchico, ma risponde a precise necessità del suo tempo. Siamo a cavallo tra gli anni sessanta19047893_10212090573491282_2002724053_n e settanta, un forte vento di cambiamento soffia su tutto il mondo occidentale, dove studenti e operai sono i promotori di un pensiero che tenta di abbattere le barriere del conformismo borghese. La contrapposizione al potere costituito funge da trampolino verso nuovi valori e categorie di pensiero, dal pacifismo all’antirazzismo, dal femminismo ai temi ambientali. De André non si limita a veicolare un preciso contenuto politico, ma tende invece a intrecciare questa componente con l’indagine sull’interiorità, rifiutando di comporre un quadro teorico che prescinda dai fattori umani.

Ed è un’umanità che arranca quella che traspare dall’immagine dell’impiegato protagonista, angosciato di badare al proprio trancio di effimera ricchezza, guadagnato col sudore alienato del lavoro salariato male. Smosso dalle note de La Canzone del Maggio, comincia un viaggio insieme all’ascoltatore dentro la sua coscienza agitata, che freme per straripare dagli argini di una dimensione passiva, imbrigliata nelle logiche di accumulazione e sussunzione del capitale.

Sentendosi ormai troppo distaccato dal fuoco collettivo che anima le proteste di quel periodo, decide di prendere in mano la situazione operando di propria iniziativa. Nella celebre canzone Il bombarolo, coerentemente con quanto esperito, realizza la sua vocazione anarchica dando vita ad un attentato ai danni del parlamento, che sfortunatamente fallisce, con l’ordigno che colpisce un chiosco di giornali. Costretto al carcere, nella sua ora di libertà può finalmente tirare le somme sulle gesta compiute, realizzando come, per incidere sulla realtà, servano forme di azione collettiva, processi di massa composti da individui con bisogni comuni. Studenti e Operai che agiscono insieme hanno le chiavi per avviare un radicale processo di cambiamento dell’esistente. Mentre l’iniziativa solitaria, che pur consente una frattura personale dai vincoli di potere, risulta in fin dei conti sterile e autoreferenziale se non è accompagnata da una processualità condivisa in grado di ribaltare l’ordine del discorso. Ed è su questo piano che si dà la differenza tra l’impiegato e Fabrizio De André. Quest’ultimo può scegliere di definirsi anarco-individulista nella misura in cui porta alla luce un’arte che è humus per il terreno su cui operare un possibile ribaltamento dello stato di cose esistenti. Che poi certo è l’arte di Faber e dei suoi tanti collaboratori, ma è anche l’arte di tutti i protagonisti delle sue storie: è l’arte dell’impiegato, di Piero, Marinella, Michele, Geordie, Andrea, Sally, Barbara e Gesù; di Pier Paolo Pasolini, Franziska e Princesa; è l’arte delle donne amate e dei figli, degli eretici e dei matti, dei sepolti sulla collina di Spoon River, degli indiani d’America, dei morti per il naufragio della London Valour, dei rom che sanno leggere il libro del mondo. E anche noi, donne e uomini, spiriti solitari con le nostre diseguali solitudini, quel libro, grazie a Fabrizio, abbiamo imparato a sfogliarlo.

Fonti:

Luigi Viva – Non per un dio ma nemmeno per gioco

Walter Pistarini – Il libro del mondo, le storie dietro le canzoni di Fabrizio De André

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