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Sicurezza ed immigrazione: sugli ultimi decreti Minniti

Di: Davide Vicini

In un momento storico particolare come questo, dove il nevrotico dibattito mediatico è in una continua oscillazione tra attentati sventati e reati commessi da cittadini stranieri, avere il primato sulla questione della sicurezza è fondamentale a livello politico. Chi ottiene la fiducia su questo tema conquista il centro della scacchiera. Per questo da sinistra arrivano sempre più impulsi in questa direzione, in un ambito che storicamente è sempre stato di interesse delle forze opposte.
I decreti Minniti-Orlando sull’immigrazione e Minniti in ambito di sicurezza ne sono un segno lampante. E ancora più rappresentativa è la maniera in cui essi sono stati accolti: per gli esponenti di destra, questi sono troppo morbidi, per gli esponenti della sinistra non legati al Partito Democratico, questi sono  troppo duri. Per i rappresentanti del PD il fatto che siano stati definiti troppo di destra dalla sinistra e viceversa pare essere la dimostrazione del buon lavoro fatto (come se ci fossero bisogno altre prove del centrismo di un PD che ormai è difficile definire di sinistra).

 

Il Ministro Marco Minniti (fonte Wikipedia)
Il Ministro Marco Minniti (fonte Wikipedia)

L’obiettivo di questo breve pezzo è quello di chiarire i punti salienti di questi decreti ed analizzarne il contenuto e la formulazione. Come già accennato sono due, e sono entrambi legati alla figura di Marco Minniti, politico formatosi negli anni ’80 nel Partito Comunista Italiano (anni non proprio d’oro per il PCI) e laureato in filosofia, nominato il 12 dicembre dell’anno scorso Ministro degli Interni, al posto di Angelino Alfano, spostato agli Esteri. Salito subito agli onori della cronaca in maniera fortuita (in quanto era Ministro da pochi giorni) a causa dell’uccisione, vicino a Milano, di Anis Amri, l’attentatore del camion di Berlino, si è subito dimostrato un “uomo di ferro”, raddoppiando il numero delle espulsioni, riaprendo i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) e trattando molto da vicino con il governo e le diverse tribù libiche per impedire gli sbarchi. Per mostrare con evidenza questa fama da uomo forte, è abbastanza rappresentativo che, all’affermazione dei capi tribù libici: «Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue», il ministro abbia risposto: «Io sono calabrese, e anche per la regione da cui provengo conta il sangue».

Per verificare se questa fama sia solo una sorta di alone mistico o qualcosa di concreto è il caso dunque di esaminare alcuni aspetti di questi decreti. Partiamo in ordine cronologico.
Uno dei grandi snodi del del decreto legge intitolato “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale.”, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana il 17 febbraio, è quello dello snellimento delle procedure giudiziarie nei processi di richiesta d’asilo.
Nel testo, complesso e tremendamente burocratico, a saltare agli occhi anche di un profano del diritto, oltre alla cancellazione della possibilità di appello per i richiedenti asilo, cosa tanto grave e sulla soglia dell’incostituzionalità, è in particolare un passaggio:

 

E’ fissata udienza   per   la   comparizione   delle   parti

esclusivamente quando il giudice:

a) visionata la videoregistrazione di cui al comma 8, ritiene

necessario disporre l’audizione dell’interessato;

b) ritiene indispensabile richiedere chiarimenti alle parti;

c) dispone consulenza tecnica ovvero, anche d’ufficio, l’assunzione

di mezzi di prova.

Nel nuovo sistema, l’udienza standard con il giudice viene eliminata. In sostituzione viene registrato un “videomessaggio”, che il giudice visiona per prendere la decisione sul caso che gli viene proposto. Come si intuisce dall’estratto, l’udienza diviene solo una sorta di procedura ausiliaria per casi di necessità, non la normale routine. Viene tolta la possibilità di un contraddittorio, il diritto che ha un imputato di difendersi davanti al giudice.
L’abbreviazione dei tempi si traduce qui dunque in uno smantellamento dell’udienza. Non si velocizzano le scadenze, non si snellisce la burocrazia: si elimina il confronto diretto.

Quello che si ottiene infatti non è una semplice diminuzione dei tempi: riducendo la possibilità del dialogo faccia a faccia, è chiaro che anche il numero di richieste di asilo accettate diminuiranno. Il fatto di potersi difendere “dal vivo”, non è un mero fatto burocratico che può essere cancellato o aggirato, bensì è parte costitutiva del diritto di una persona ad avere un processo giusto. Motivare le proprie ragioni in una registrazione, in cui non si sa su che temi insistere, o che aspetti chiarire non è la stessa cosa che potere difendere la propria parola.
Una volta che sia stato scritto poi, ogni discorso circola ovunque, allo stesso modo fra chi capisce, come pure fra chi non ha nulla a che fare e non sa a chi deve parlare e a chi no . E se é maltrattato e offeso ingiustamente ha sempre bisogno dell’aiuto dellautore, perché non é capace né di difendersi né di aiutarsi da solo.”, diceva Socrate nel Fedro platonico, testo che forse il “filosofo” Minniti dovrebbe rispolverare.

Forze di polizia schierate a Roma in occasione della manifestazione del 25 marzo (fonte Paolo Manzo/VICE News)

L’altro decreto porta il nome di “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Il punto cruciale e più discusso di questo secondo decreto è il cosiddetto “DASPO urbano”, ossia un divieto che, sul modello del DASPO adottato negli stadi, proibisce l’accesso a determinati luoghi cittadini in determinate situazioni, già utilizzato per impedire l’accesso di alcuni manifestanti a Roma il 25 marzo. Il testo del decreto comincia con questa interessante definizione:

si intende per sicurezza urbana il

bene pubblico che afferisce alla vivibilità e

al decoro delle città”

 Ammettendo che vivibilità sia un termine chiaro e comprensibile a tutti (anche se poi spiegare come debba essere una città per essere considerata vivibile è forse un altro paio di maniche), il termine decoro presente invece più difficoltà.
Cosa rende decorosa una città? L’assenza di spacciatori? O quella dei senzatetto? O dei venditori ambulanti? Il fatto che non vi siano manifestazioni?
Il termine è ampio, e fondamentalmente, come una parte costantemente crescente dei termini impiegati nella politica odierna, vuoto. Termini di questo tipo hanno un grande vantaggio a livello di decreti legge e dei provvedimenti legati al potere esecutivo, poiché lasciano un ampio margine d’azione non precisamente normato, ossia una libertà d’agire non predeterminata da leggi chiare e definite. Il decoro diviene dunque concetto cangiante, che può mutare forma in base alla necessità. E questo va nelle direzioni delle amministrazioni forti ed autoritarie.

Lo spostamento della legalità verso il polo dell’esecutivo rispetto a quello del legislativo è una tipica tendenza delle destre, per cui stona un po’ vederla formulata in questa maniera da un esponente del Partito Democratico. Ma ciò diviene comprensibile nell’ottica di una politica formulata per tempi brevi, per vincere le elezioni e proponendo solo soluzioni a breve termine.
Il problema dei richiedenti asilo non viene affrontato, ma, piuttosto che provvedere a fornire possibilità di integrazione viene reso più complesso l’ottenimento del diritto d’asilo e sono allestiti più centri per il rimpatrio, . L’unica proposta che sembra andare in questo senso è quella di un lavoro non retribuito per i migranti, ma, appena ci si pensa un po’ su, si vede come un impiego che non porti guadagno possa unicamente spingere verso attività laterali ed illegali.
La questione della sicurezza non viene affrontata attraverso il tentativo di comprendere e arginare i problemi sociali che portano alla criminalità, ma attraverso forme di autoritarismo più o meno marcate. Le manifestazioni non vengono più viste come segnali di disagi diffusi, ma sono considerate unicamente situazioni di caos che è meglio evitare a priori. Che il detto “prevenire sia meglio che curare” abbia un valore è questione che non metterò qui in dubbio. Ma ciò che va prevenuto è la malattia, non i suoi sintomi.

Purtroppo però, finché lo sguardo della politica insisterà nella sua miopia, senza progetti a lungo termine, non sarà possibile uscire da questi meccanismi. Ed in un mondo instabile ed in continua accelerazione è difficile immaginare che lo sguardo possa estendersi tanto. Ma una logica di continua esclusione -degli immigrati, degli emarginati, dei manifestanti- non fa altro che aumentare il fronte dei “nemici”; ciò che è necessario è una logica di integrazione che aumenti la coesione interna e di conseguenza il benessere di tutti; una logica che, con chi è sempre in bilico sulle soglie di una società decorosa, cerchi il dialogo.
Magari non con un videomessaggio.

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