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She Fighter: Il coraggio di dire basta alla violenza

La storia del primo centro di autodifesa per donne in Medio Oriente

Di: Francesca Bellisai

 

 

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Lina Khalifeh è una giovane donna giordana di 32 anni che nel 2012 ha fondato SheFighter, la prima palestra in Medio Oriente dove vengono insegnate alle donne tecniche di autodifesa personale. Mettendo insieme la sua passione per le arti marziali e i suoi studi universitari in Economia è riuscita a creare un progetto che al giorno d’oggi ha allenato più di 12.000 donne, rendendole più consapevoli delle loro potenzialità e sicure di sé. Lavorando in una società patriarcale Lina ci racconta che ha dovuto affrontare diverse sfide, a partire dalla stessa mentalità delle donne che sono educate in modo diverso dagli uomini. Infatti alle ragazze si insegna che possono essere dipendenti da un uomo, che essere autonome economicamente e in generale in ogni aspetto della vita non è necessario. Attraverso l’allenamento Lina riesce a fargli realizzare quanto sono forti e alla fine a cambiare il loro modo di pensare, rendendole consapevoli delle loro capacità e rafforzando la loro autostima. Uno dei maggiori ostacoli è rappresentato da quegli uomini che spesso vedono come una minaccia le donne forti, sicure di sé, che raggiungono posizioni di potere. Nonostante all’inizio sia stato molto difficile portare avanti questo progetto, poichè in molti le dissero che avrebbe fallito, alcuni la minacciarono, altri le fecero causa, Lina ci spiega come sia stata un’esperienza meravigliosa e quanto abbia imparato grazie a SheFighter.

Ciao Lina! Raccontaci, com’ è nato questo progetto?

Capture-Lina-KQuest’idea è nata quando ero all’università. Un giorno una mia amica si è presentata a lezione con lividi sulla faccia, era stata picchiata e aggredita dal padre e dal fratello. Fin da piccola ho praticato arti marziali come il taekwondo, la boxe e il kickboxing quindi mi venne spontaneo dirle che avrebbe dovuto difendersi, che avrebbe dovuto fare qualcosa, denunciare. Tuttavia lei mi rispose che no, non aveva senso, non avrebbe reagito. A quel punto ho realizzato che dovevo fare qualcosa, dovevo agire. Per questo ho iniziato ad insegnare alle donne le tecniche di autodifesa personale. Tutto è cominciato allenando alcune ragazze nella cantina della casa dei miei genitori. Lo prendevo come un hobby ma poi, con il tempo, sempre più donne sono venute ad allenarsi. Quella che era partita come un’attività che svolgevo nel tempo libero è diventata qualcosa di più grande; tant’è che nel 2012 ho fondato SheFighter.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno appoggiata?

Si. Inizialmente pensavano: “è solo un hobby”, ma poi sono diventati dei grandi sostenitori di Shefighter.

SheFighter è l’unico progetto di questo tipo in Medio Oriente?

Si è l’unico. SheFighter al momento è l’unica palestra di autodifesa per donne. Ci sono scuole che fanno lezioni di arti marziali per le donne ma non tutta la scuola è dedicata a loro, a differenza di Shefighter.

Qual è l’età media delle donne che prendono parte a questi corsi di autodifesa?

La maggior parte sono ragazze che frequentano la scuola o l’università.

E qual è la loro estrazione sociale? Provengono da famiglie ricche?

Direi che principalmente provengono dalla classe media. Tuttavia abbiamo programmi di allenamento a favore delle donne più svantaggiate nelle aree rurali. In questo caso copriamo tutte le spese, in modo che loro non debbano pagare gli allenamenti.

Quindi il governo vi supporta?

No, il governo non ci supporta.

Lina-Khalifeh-SheFighter (1)Come vede questo progetto la società giordana ?

Molta gente mi appoggia, sia donne che uomini. Ma ovviamente ci sono persone a cui non piace quello che facciamo perchè stiamo cambiando la mentalità della gente nella società.

 

 

Da quando hai creato Shefighter pensi che la situazione sia migliorata?

Si. Ci sono stati dei cambiamenti nella vita delle ragazze, alcune hanno guadagnato molta fiducia in se stesse, altre sono diventate a loro volta allenatrici. Alcune sono riuscite a difendersi in diverse situazioni di pericolo.

Fino a che punto è diffusa la violenza contro le donne in Giordania? Le donne possono andare in giro liberamente senza paura di essere aggredite?

Si, quello si. Tuttavia sono ancora frequenti gli episodi di violenza domestica e molestie. Penso che il modo migliore per risolvere questa situazione sia insegnare alle donne ad essere sicure di sé stesse e come difendersi in caso di ogni possibile aggressione.

5607c4f8-2802-47eb-84e6-5a3e73e3ef55Pensi che anche la mentalità della gente stia cambiando?

Si, sta cambiando. Stiamo avendo molto supporto dalla gente e ora anche molti uomini sostengono il progetto.

La Giordania ospita circa 2 milioni di rifugiati che scappano dalla guerra in Siria. Voi di Shefighter avete lavorato anche con loro?

 Si, abbiamo lavorato molto con le rifugiate soprattutto in collaborazione con l’associazione Un ponte Per. Le donne siriane sono molto esposte agli abusi sessuali e anche a stupri di gruppo nei campi profughi. Con le donne siriane bisogna porsi in modo diverso poichè provengono da una situazione di guerra. In particolare è diverso il modo di vedere le donne e i loro diritti; pertanto non si può incolparle per essere cresciute con questa mentalità. Per fare un esempio concreto, uno dei problemi più grandi sono i matrimoni  precoci.  E’ diffuso nei campi profughi il fenomeno di far sposare le bambine di 11/12, persino 9 anni con uomini adulti in cambio di soldi. Frequentemente poi accade che l’uomo che le ha comprate le abbandoni dopo una settimana ai confini del campo, dove rischiano di morire dissanguate o di contrarre malattie. Nella cultura siriana il matrimonio precoce è molto frequente, se non sono 12 anni sono 14. E’ molto difficile parlarne e il modo migliore per fargli cambiare idea non è attaccarli, ma cambiare approccio. Allora non dico loro che stanno sbagliando ma gli chiedo: “Cosa ne pensi dei matrimoni precoci?” Alcuni sono d’accordo, altri no, ma questo apre comunque un dibattito e a volte si riesce a far cambiare idea a una o due persone. In certi casi l’hanno fatto per talmente tanti anni o le donne stesse si sono sposate a quell’età e lo considerano normale. Alcune ragazze vorrebbero che le cose cambiassero all’interno dei campi profughi,  alcune non parlano perchè sono state oppresse. E’ un momento delicato perchè sono povere e, venendo dalla guerra, farebbero di tutto per avere dei soldi. La situazione è difficile nei campi per rifugiati, ma stiamo facendo progressi.

Quali sono i tuoi piani futuri quando tornerai in Giordania? Vorresti estendere Shefighter in altri paesi?

Si. Ci stiamo lavorando, vorremmo espanderci in altri paesi. Vorremmo fare un franchising di Shefighter in diverse località. Quindi si, ci abbiamo già pensato.

Precisamente in quali Paesi?

Per esempio ora sono in Italia per far conoscere SheFighter anche qui. Spero possa essere il primo passo per creare una sede di SheFighter anche in Italia. Vorremmo fare lo stesso in Turchia e Arabia Saudita, in Kuwait e a Dubai.

lina_khalifeh.jpg__1300x778_q85_crop_subsampling-2_upscale Per finire, ti definiresti una femminista? 

Fino a 3 anni fa non sapevo neanche cosa significasse la parola femminismo, ho dovuto cercarlo su Google. La gente mi diceva: “Sei una femminista!” e io “Cosa intendi? Stai cercando di offendermi?” Ho dovuto cercare su internet cosa significava effettivamente la parola femminismo. In fin dei conti, visto che lotto per i diritti delle donne, penso di essere una femminista. Ma sono una femminista pratica. Il femminismo lo metto in pratica tutti i giorni lavorando con le ragazze e le donne nella società.

 

maxresdefaultRiconoscimenti: Lina Khalifeh ha vinto nell’ottobre 2016 il premio “Female Intrepreneur of the year 2016” a Dubai, il “Women in Business Global Award” a Ginevra alle Nazioni Unite nel 2014 e nel maggio 2015 Barack Obama ha citato SheFighter nel “Forum Globale della Imprenditorialità” alla Casa Bianca.

 

 

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