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Sguardi ad Est: la Romania e il ritorno nelle piazze

Di: Beatrice Moramarco e Selena Frasson

“Quando la politica non è sufficiente a difendere le nostre vite, la dignità e il futuro, ci rimane sempre una via d’uscita: la protesta. Quando i partiti rimangono immobili siamo noi, i cittadini, a dover scendere in  piazza”

 Le vicende verificatesi in Romania alcuni mesi fa hanno suscitato in noi un forte senso di amarezza e di sdegno non percependole così estranee da molte delle dinamiche che si verificano e che continuano ad inquinare il nostro Paese.

Per avere una visione complessiva della realtà, e un punto di vista critico in merito a tali eventi, abbiamo deciso di ripercorrere brevemente l’evoluzione storica della politica del Paese. Inoltre, la forte reazione specialmente di nostri coetanei per opporsi a questa iniziativa anti-domocratica ed anti-costituzionale perpetrata dal neo-eletto governo socialdemocratico, ci ha spinte a voler approfondire la questione dialogando e ponendo direttamente ad alcuni di loro qualche domanda.

31 gennaio 2017: In Romania il governo socialdemocratico, guidato dal Primo ministro Sorin Grindeanu, approva l’ordinanza d’urgenza n.13; il decreto prevede una riduzione delle pene nella legislazione anticorruzione. Nei tredici giorni successivi abbiamo assistito al susseguirsi di intense proteste, in piazza a Bucarest i manifestanti ricreano, con le luci dei cellulari, una bandiera blu, gialla e rossa, la bandiera rumena, a testimoniare che il popolo è presente, forte, unito.

Per il popolo rumeno la ribellione contro un governo che non garantisce diritti fondamentali non è una novità; nella memoria collettiva sono ancora impressi i ricordi delle proteste successive alla “rivoluzione” del 1989, le Mineriade degli anni che seguono il crollo del regime e quelle del 1999. Con la caduta di Ceauşescu i cittadini rumeni speravano di ottenere dei cambiamenti strutturali all’interno delle istituzioni politiche e alla base della società, il loro era un forte anelito verso forme autentiche di democrazia. Questi cambiamenti non sono avvenuti, gli animi si sono spenti e una silenziosa accettazione dello stato delle cose ha preso il sopravvento.

Repubblica Socialista di Romania, 1989: dopo quarantadue anni il Paese continua ad essere governato dal PCR ( Partito Comunista Rumeno), e dal ‘74 Nicolae Ceaşescu ricopre la carica di Presidente della Repubblica.

All’interno del Paese il clima è teso, in tutta la popolazione rumena e nei Paesi limitrofi si respirano  insoddisfazione e malcontento nei confronti del regime. Sarà proprio la Romania a rovesciare il regime in modo violento.

Nessun processo di de-stalinizzazione attraversa il Paese negli anni antecedenti la caduta del regime, al contrario, la perseveranza del Presidente nel portare avanti la sua politica di sviluppo economico, nonché l’aumento della morsa della polizia segreta (Securitate), saranno i fattori ai quali verranno attribuiti la povertà e la miseria del Paese da un lato, il senso di controllo, timore e repressione dall’altro.

“Comunista non conformista” era stato inizialmente definito così Ceaşescu per la sua politica che non seguiva gli interessi sovietici, e per la sua opposizione all’invasione della Cecoslovacchia nel ‘68.

In breve tempo il leader del PCR si dimostrò un dittatore a tutti gli effetti, le sue scelte politiche evidenziarono la volontà di controllare la popolazione rumena.

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Credits to: www.dutchromaniannetwork.nl

Timisoara, 16 dicembre: la città rumena viene travolta da una manifestazione di protesta nei confronti del governo che aveva cercato di espellere il pastore riformato Làszlo Tokés, un dissidente ungherese, in seguito ad una critica che quest’ultimo rivolse al regime, mediante mass-media stranieri. La situazione degenera in maniera drammatica a seguito dell’intervento dell’esercito e degli agenti della Securitate. Le istituzioni si rifiutano di ascoltare le rivendicazioni del popolo.

20 dicembre: in città giungono i lavoratori delle fabbriche dell’Otenia, una regione della Romania meridionale. L’obbiettivo del regime sarebbe stato quello di servirsi di costoro per frenare gli intenti sovversivi della popolazione, quantomeno per ridimensionare la portata delle proteste. Tuttavia, contro ogni previsione del governo, questi si unirono ai manifestanti.

I mezzi di comunicazione ufficiali censurarono accuratamente il susseguirsi degli avvenimenti, riportati clandestinamente da  poche stazioni radio.

All’interno del Consiglio Politico Esecutivo del Partito Comunista Rumeno l’atmosfera diviene sempre più agitata; il 22 novembre il presidente sovietico Gorbacev invia una lettera al PCR chiedendo al Presidente di mettere in atto alcuni cambiamenti. Il distacco è ormai inevitabile, e si realizza definitivamente quando Ceaşescu viene invitato da Mosca a rassegnare le dimissioni.

Ceaşescu parte per l’Iran. Al suo ritorno il generale Stanculescu, da tempo ormai a capo della cospirazione nei confronti del regime, convince il presidente a tenere un comizio pubblico.

21 dicembre, ore 12.30: una folla ostile e contraria alle parole di Ceaşescu si raduna nella piazza antistante il palazzo del Comitato Centrale.

Ha inizio il colpo di stato. Bucarest è travolta dal caos e i moti di protesta dilagano nelle altre città.

Ascoltando il suggerimento del generale Stanculescu (nominato Ministro della Difesa a seguito del suicidio del ministro Vasile Milea, accusato di tradimento dal presidente) Ceaşescu  e la moglie abbandonano la capitale.

Durante il tentativo di fuga i coniugi vengono raggiunti da una pattuglia e, chiarito l’esitio degli scontri tra forze governative e ribelli, la polizia non esita a consegnarli nelle mani dell’esercito.

25 dicembre: i due coniugi vengono processati e condannati a morte da un tribunale militare appositamente costituito. Il giorno stesso la televisione di stato trasmette in diretta l’esecuzione.

Il regime di Ceaşescu è ufficialmente crollato.

20 maggio 1990: il FSN, registratosi come partito politico, vince le elezioni parlamentari con il 67% dei voti.

Il suo leader Ion Iliescu ( ex membro del Partito Comunista Rumeno, nonché istitutore del Tribunale Militare Eccezionale da cui fu pronunciata la condanna a morte dei coniugi Ceaşescu), sostenuto dalla classe operaia, diviene il primo presidente della Romania post-comunista.

Le grandi aspettative nutrite dal popolo per la realizzazione di cambiamenti sostanziali che dovevano investire le fondamenta del sistema politico ed economico, vennero deluse dallo stesso Fronte di Liberazione Nazionale ( attore principale durante e dopo la “rivoluzione”).

Quest’ultimo, infatti, aiutò le organizzazioni comuniste e dei servizi segreti a sopravvivere, e consentì che esponenti politici, la cui carriera era stata promossa da Ceaşescu, assumessero importanti cariche istituzionali nel nuovo governo.

Sotto la guida dei partiti democratici il Paese attraversa un periodo segnato da instabilità e incoerenza politica. Crimini economici e finanziari segnano i governi social-democratici, rovinati da innumerevoli scandali e da lente riforme, ritardando l’ingresso della Romania nell’UE ( il Trattato di adesione della Romania all’UE fu approvato dal PE solo nell’aprile del 2005).

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Credits to: imgur.com

La corruzione è un fenomeno endemico che si stratifica nella società intaccando tutti i livelli dell’amministrazione.

L’esempio più recente di questo costume sociale è stato dato dalla formulazione dell’ordinanza approvata dal governo per favorire, tra gli altri, il presidente del Senato Liviu Dragnea.

In qualità di leader del PSD, Dragnea fu protagonista della netta vittoria del partito alle elezioni parlamentari del 2016, ma non poté presentare la propria candidatura alla posizione di primo ministro per via delle accuse, promosse dal DNA ( Dipartimento Nazionale Anticorruzione), che pendevano a suo carico per frode all’ Unione Europea e abuso d’ufficio, e per la condanna del 22 aprile 2016 della Corte d’appello dell’Alta Corte di cassazione e giustizia per frode elettorale.

Qui di sotto riportiamo le domande rivolte ad alcuni studenti rumeni che hanno vissuto in prima persona le manifestazioni verificatesi a Febbraio.

-Quali sono le motivazioni che vi hanno spinti a “scendere in piazza” con tanta convinzione?

Abbiamo avvertito il dovere e la necessità di dimostrare che non abbasseremo lo sguardo, noi come giovani e come cittadini rumeni ci siamo e vogliamo lottare perché i nostri diritti non vengano calpestati.

Gli interventi previsti dall’ordinanza d’urgenza 13/2017 avrebbero comportato una modifica sostanziale del codice penale: a seguito dei cambiamenti, per esempio, l’infrazione da abuso d’ufficio da parte dei funzionari pubblici, sarebbe stata considerata un illecito penale solo se il pregiudizio avesse superato i 200.000 leu.

Emanando il decreto il governo ha minato il nostro sistema democratico, prima di tutto perché il provvedimento è stato adottato segretamente e pubblicato nella Gazzetta ufficiale della Romania alle ore 1.26; il dibattito pubblico è mancato, solo un’assemblea ristretta, formata da persone appositamente scelte dal governo, ha preso visione del progetto di legge intervenendo nella discussione.

Siamo scesi in piazza per protestare contro le bugie del premier Grindeanu il quale ha ripetutamente negato l’esistenza di progetti relativi ad ordinanze d’urgenza finalizzate a concedere la grazia e l’amnistia a coloro che si sono resi colpevoli di reati legati alla corruzione, nonostante i media locali parlassero dell’intenzione del governo di adottare questi atti normativi già il 18 gennaio 2017, a due settimane dall’investitura.

-Quali erano le vostre speranze e cosa vi ha condotti ad abbandonare la vostra ribellione?

In un primo momento la nostra unica volontà era quella  di ottenere l’annullamento dell’ordinanza n. 13 e di impedire la grazia collettiva, ma non siamo stati ascoltati. I nostri politici rimanevano fermi nelle loro posizioni e la gente ha cominciato a chiedere le dimissioni del governo e le elezioni anticipate. Il tempo, la stanchezza, il freddo ci hanno demotivati. Dopo il ritiro ufficiale dell’ordinanza, la folla ha cominciato a diradarsi, le piazze si sono svuotate, e purtroppo quello spirito unitario, la voglia di partecipare, di cambiare le cose, di mettere in luce contraddizioni e vizi del sistema politico all’interno del nostro paese, si sono affievoliti. Nelle piazze l’entusiasmo era palpabile, giovani, donne anziani…eravamo tutti uniti per la stessa causa, sono stati momenti di grande partecipazione, abbiamo condiviso idee e ideali, ma è stato anche un grande sacrificio per noi.

-In un primo momento, difatti, sembrava che la forza delle proteste volesse condurre ad una svolta decisiva, ma dopo pochi giorni di mobilitazione l’entusiasmo si è placato. Insomma, la partecipazione iniziale è intensa, ma la convinzione non è durevole. Cosa ne pensate al riguardo? Si è forse talmente assuefatti da questo modo corrotto di fare politica da pensare che non ci possa essere un’alternativa?

Bene o male tutti questi fatti sono accaduti anche a causa degli studenti, di quei giovani che non sono andati a votare in occasione dell’elezione del nuovo governo rinunciando, per rassegnazione e abitudine ai propri diritti. Siamo investiti da una totale sfiducia verso la politica, ma questa volta ci siamo sentiti responsabili, e abbiamo capito che era il momento, per noi, di intervenire. Sollecitati dai racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni, in merito alla loro esperienza durante il regime di Ceaşescu, siamo scesi in piazza perché vogliamo affermare  la nostra libertà, perché abbiamo compreso quanto sia importante la nostra partecipazione, perché, prima di tutto, vogliamo reinventarci come popolo e come cittadini. Nel nostro paese ci sono molti interventi urgenti da realizzare, primi tra tutti la riforma del sistema sanitario e dell’istruzione: in Romania ci sono sempre meno medici perché i dottori, disillusi da un sistema sanitario disorganizzato e inefficiente, abbandonano il paese per andare a lavorare all’estero, ma il problema nasce all’interno delle università, dove noi studenti siamo spesso costretti a frequentare corsi troppo affollati e inadeguati.

Affinché qualcosa possa migliorare veramente il percorso sarà molto lungo e difficile, ma per concludere ci teniamo a dire che, nonostante tutto, la speranza rimane, ed è forte, perché siamo certi che questi momenti abbiamo contribuito a risvegliare le nostre coscienze.

Fonti:

http://www.cafebabel.it/cultura/articolo/la-romania-dopo-la-caduta-del-muro-dal-comunismo-al-consumismo.html

http://www.internazionale.it/opinione/mircea-cartarescu/2017/02/20/potere-romania-proteste

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/02/26/romania-proteste-contro-il-governo_6398ed18-297a-4ac6-a31a-c64af639ac35.html

https://www.loccidentale.it/articoli/119005/la-storia-vera-della-fine-di-ceausescu-e-della-dittatura-in-romania

https://unsaltoneltempo.jimdo.com/nadia-com%C4%83neci/la-romania-di-ceausescu/

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