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SEBASTIAO SALGADO…viaggio nella vita di un fotografo

Wim Wenders racconta il fotografo Sebastiao Salgado nel film-documentario “IL SALE DELLA TERRA”.

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Trovatosi, per pura casualità, di fronte allo sguardo penetrante di questa donna Tuareg cieca, il cuore commosso di W. Wenders capì: la donna che lo fissava non era stata ritratta da un artista, quella era l’opera di un uomo a cui importava veramente degli esseri umani, e lui doveva conoscerlo.

Sebastiao nasce nel 1944 nella zona mineraria di Almores, una terra ricca e fertile dove il padre possiede un allevamento di bestiame. All’età di quindici anni si trasferisce a Victoria per completare gli studi e di lì a poco si iscrive alla facoltà di economia, più per costrizione che per personale interesse.

Dopo aver ricevuto una borsa di studio Sebastiao e Lelia, la sua futura compagna di vita, si stabiliscono a Sao Paolo.

Sono gli anni ‘60 e i due giovani sposi militano attivamentenei moti rivoluzionari di sinistra, per abbattere la dittatura militare in Brasile, finché, nel 1969, non decidono di imbarcarsi per la Francia.

Mentre Sebastiao trova lavoro in un’agenzia che si occupa di progetti di sviluppo in Africa, Lelia prosegue gli studi alla Facoltà di architettura.

Il loro destino sembrerebbe essere già scritto, ma un amore inaspettato e improvviso cambia per sempre le loro vite.

Per svolgere un compito all’università Lelia compra una macchina fotografica e da allora una passione divampa nell’animo di Sebastiao.

In quello stato estatico che spinge gli spiriti audaci a rifiutare consuetudini e certezze, egli abbandona un lavoro stabile per dare inizio alla sua avventura.

OTHER AMERICAS:

(19771984)

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E’ il suo primo progetto fotografico.

Mentre Lelia, dallo studio di Parigi, pianifica ogni spostamento del marito e cresce il loro primo figlio, Huliano, Sebastiao, con la sua macchina fotografica sempre alla mano, attraversa il Sud America.

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In Ecuador conosce la tribù dei Saraguros, indios del sud, devoti credenti e grandi bevitori, hanno l’abitudine di ubriacarsi ad ogni weekend, uomini e donne comprese. Sebastiao viene accolto tra loro come un messaggero di Dio.

I Saraguros credono nella “teologia della liberazione” e si convincono che sia stato inviato dal cielo per scegliere chi tra loro merita il paradiso.

I pochi giorni trascorsi in loro compagnia sembrano dilatarsi e diventare anni, perché il ritmo del tempo è lentissimo, tra i Saraguros, hanno un altro modo di pensare, un’altra mentalità, i loro volti sono segnati dal fatalismo.

In Messico viene messo alla prova dalla popolazione dei Tarahumara che per testare la sua volontà di restare, di conoscerli, lo fanno dormire in un locale di cemento, freddissimo.

Per i Tarahumara due cose sono fondamentali: la musica e la corsa.

Sono un popolo di corridori di fondo e Sebastiao fatica a seguirli, perché non camminano, i Tarahumara volano.

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Chi tra loro sa suonare uno strumento non deve lavorare, la musica accompagna la vita di ogni giorno, tant’è che Sebastiao ha l’impressione di riprendere dei suoni, come se dovesse registrare le loro storie.

Nel 1979 Lelia concepisce il secondo figlio Rodrigo.

Il piccolo però non potrà crescere come tutti gli altri bambini, Rodrigo è affetto dalla “sindrome di down”, ma nonostante questo cresce sereno e sviluppa un linguaggio emotivo tutto suo che non necessita delle parole.

Dopo dieci anni di assenza Sebastiao e Lelia decidono di tornare in Brasile e qui trovano una realtà completamente cambiata.

Il fotografo sente l’esigenza di vedere, di conoscere la sua terra, e parte, con l’auto della sorella, per un viaggio di sei mesi nel nord-est del Brasile.

La terra è aridissima, la gente, con la pelle incartapecorita dall’arsura, è costretta a partire, a emigrare al sud.

Lungo la strada Sebastiao si ferma , decine di persone camminano in processione, stanno celebrando il funerale di un bambino morto prima di essere battezzato.

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Nel sud del Brasile la mortalità infantile è molto alta.

Quando un bambino muore prima di essere battezzato viene sepolto con gli occhi aperti, solo così potrà orientarsi nel buio del limbo, altrimenti, sarà costretto ad errare per l’eternità.

La morte e la vita convivono in questa parte di mondo e Sebastiao sente l’urgenza di ripartire.

La sofferenza che ha visto ha davvero cambiato il suo ruolo di fotografo.

SAHEL THE END OF THE ROAD:

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Nel 1984 Sebastiao comincia a collaborare con Medici Senza Frontiere per una storia sulla fame nei campi di rifugiati più grandi del mondo.

ETIOPIA 1984:

In Etiopia il governo trattiene i viveri senza mandarli al proprio popolo, e la gente muore, è un atto di brutale disonestà politica, intollerabile è il silenzio che lo nasconde, ma…

I copti dell’Etiopia del Nord sono un popolo di grande umiltà, incapaci di passare avanti, aspettano, anche con un figlio moribondo.

In questo stato ogni resistenza è impossibile, in due tre giorni si muore per disidratazione da colera e la gente si abitua a morire, la morte diviene un rito, sacralizzato dal lavaggio dei corpi che devono essere puliti per la sepoltura, anche quando di acqua non ce n’è.

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Sebastiao scappa insieme a questa gente disperata, mentre M124, gli elicotteri da combattimento inviati dal governo, continuano a mitragliare per spingerla verso sud; assiste donne incinte che proseguono, esauste, nella speranza di raggiungere la “terra promessa”; aiuta i sopravvissuti che riescono a raggiungere i campi allestiti dall’ONU.

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Dopo settimane di cammino un uomo, giunto dall’Etiopia, arriva in uno dei campi per rifugiati e depone tra le braccia dei medici il cadavere del figlio. La denutrizione ha già avuto la meglio sulla speranza.

MALI 1985:

Nel campo allestito da MSF, grazie alle premurose cure mediche, i bambini si rimettono in piedi in una ventina di giorni, ma rimarranno segnati a vita, perché certe cose sono mancate nei momenti fondamentali per la loro crescita.

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Sebastiao ritornerà molte volte in Sahel, ma per ora la sua missione nel paese si è conclusa, i ritratti di quei visi giovani invecchiati dalla sofferenza, di quegli occhi vuoti, assorbiti dall’abbandono, della pelle di quelle persone divenuta come corteccia a causa della siccità, sono riusciti ad attrarre l’attenzione del mondo.

Ritorna a casa, il suo animo è straziato, indignato, ma porta con sé un’immagine:

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solo, la chitarra in mano, ciò che gli rimane di un brandello di maglietta, lo sguardo fisso verso l’orizzonte, la posizione fiera, a otto anni questo bambino sapeva dove andava, alla ricerca, con il suo cane, Sebastiao avrebbe seguito il suo esempio.

Nel 1986 ha origine un nuovo progetto fotografico:

WORKERS, LA MANO DELL’UOMO:

(un omaggio all’archeologia dell’era industriale)

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Seguendo la meticolosa pianificazione elaborata da Lelia, il fotografo visita le acciaierie russe, i carpentieri del Bangladesh, i pescatori in Galizia e in Sicilia, i meccanici di Calcutta.

Nel 1991, in Kwait, documenta l’incendio dei pozzi petroliferi ordinato da Gheddafi alla fine della Guerra del Golfo.

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Mentre 500 pozzi continuavano a bruciare senza alcun controllo, una colonna di fumo nero, densissima, impediva al sole di filtrare.

Intere giornate trascorrevano nel buio, la terra era bollente anche dopo l’incendio, i rumori delle esplosioni fortissimi, i pompieri, irriconoscibili, ricoperti di petrolio.

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Sebastiao lascia la “terra di nessuno” dopo aver assistito ad un macabro paradosso.

Mentre sta per raggiungere il confine, si imbatte in un lungo muro oltrepassato il quale vede ciò che rimane di quella che un tempo era stata l’oasi naturale nei giardini della famiglia imperiale del Kwait. Cavalli impazziti che non nitriscono più, urlano, uccelli esotici che non voleranno, le piume colorate incollate dal petrolio, prigionieri di un inferno di follia e distruzione che non ha lasciato loro alcuna via di scampo.

Nel 1993 Salgado ritorna in Africa, ma con un nuovo intento, quello di aprire uno spiraglio sulla tragedia dei migranti, mentre l’Europa chiude le frontiere…nasce:

EXODUS:

Il primo dramma di cui è testimone segue l’abbattimento (avvenuto nel 1994) dell’aereo in cui viaggiava il presidente del Rwanda.

Scoppia la guerra civile tra Hutu e Tutsi, la repressione diventa in poco tempo brutale, è un genocidio, km di strada diventano distese di cadaveri, chi non muore per le bombe viene ucciso a colpi di machete e nei campi, allestiti nelle periferie, arrivano ogni giorno centinaia di migliaia di persone in cerca di salvezza.

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Vi è un solo sopravvissuto: l’amore materno e la fiducia che l’anima pura di un bambino, non ancora corrotto dalla violenza, riesce a donare.

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Ma la crudeltà umana non lascia indifferente alcun popolo, e così, prima di ritornare in Congo, Sebastiao documenta l’odio contagioso di cui sono vittime i Serbi.

Strappati alle loro vite, espulsi dalla loro terra, le strade invase da persone che hanno perso tutto, che fuggono portando con sé le poche cose che sono riuscite a prendere prima di scappare. Nei campi profughi arrivano solo donne, anziani e bambini, migliaia di giovani sono già stati uccisi.

E’ l’Europa del XX secolo, è una storia di guerre e repressioni senza fine.

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Dopo la sconfitta dell’esercito Hutu, la vendetta dei Tutsi fu bestiale. Nei campi, paurosamente sovraffollati, le persone morivano come mosche. I corpi venivano portati via dalle ruspe e gettati in enormi cataste. Non vi era più nulla, nessun sentimento, nessuna pietà.

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Un anno dopo la catastrofe, gli Hutu sono costretti dall’ONU a rientrare in Rwanda.

Terrorizzati dall’idea di nuove repressioni 25.000 persone si rifugiano per 6 mesi nelle foreste del Congo, di queste solo 4.000 riescono a sopravvivere, ma sono persone ormai distrutte dall’odio e dalla paura. La disperazione le ha fatte impazzire. Scompaiono, dimenticate, ignorate, uccise.

Quando Sebastiao lascia il Rwanda non crede più a nulla, il suo cuore è malato, la specie umana non meritava di vivere. Solo la natura riesce a curarlo.

Dopo essere ritornato in Brasile ed aver contribuito, insieme alla moglie, alla nascita dell’”Istituto Terra” (iniziativa grazie alla quale viene ripiantata la foresta “Amata Atlantica” scomparsa a seguito del disboscamento e della desertificazione di una terra un tempo fertile e rigogliosa, a causa del distruttivo intervento dell’uomo), si dedica ad un nuovo progetto:

GENESIS:

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Per otto anni Sebastiao osserva la natura e capisce di esserne parte, nonostante gli orrori di cui è stato testimone, trova la forza per omaggiare il pianeta e le sue meraviglie. Genesi, perché vi è ancora una parte di questo nostro pianeta allo stato d’origine.

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Argentina: Sebastiao viene accompagnato da balene lunghe 35 metri, se avessero anche solo sfiorato l’esile barca su cui viaggiava con i suoi compagni, sarebbero certamente colati a picco, ma non è loro intenzione fare del male, battono la coda solo quando si trovano distanti.

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La tribù dei Nenet è composta da una ventina di persone in perenne migrazione. Al loro seguito vi sono 6.000 renne. L’unico pasto caldo della giornata è la cena che consumano nelle loro capanne, dopo qualche ora la temperatura raggiunge -30°. Per tutta la vita i nenet indossano stivali di pelliccia di volpe argentata.

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Gli zoè vivono nella foresta amazzonica del nord del Brasile. I primi racconti su questi indigeni, con un tubo di legno attaccato al labbro inferiore, risalgono ai gesuiti. Nella loro tribù vi è un’assoluta parità tra uomini e donne e ciò che stupisce è la perfetta coscienza che hanno della propria immagine, si mostrano senza vergogna, gelosia o timore, sono persone che non conoscono ostilità e violenze.

Grazie a Genesi Sebastiao ritorna all’origine, all’alba dei tempi e riscopre l’amore per il pianeta.

Ha attraversato il mondo, è stato protagonista della sua storia, ne ha denunciato le altrocità e ha esaltato le sue bellezze e ora che sente di aver concluso il suo perenne viaggio, torna in Brasile, nella foresta dov’ è nato, per completare il ciclo, per dare un degno finale alla storia della sua vita.

FOTOGRAFO E’ COLUI CHE DESCRIVE E RIDISEGNA IL MONDO

CON LUCI E OMBRE”

-Sebastiao Salgado-

di Selena Frasson

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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