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Verso la riforma del sistema d’asilo europeo

Di: Mattia Bagherini

 

La commissione Libertà Civili del Parlamento europeo ha dato il via libera alla modifica del Regolamento di Dublino sull’accoglienza dei migranti con 43 voti favorevoli e 16 contrari.
La modifica maggiore riguarda l’eliminazione del principio secondo il quale la richiesta della protezione internazionale deve essere effettuata nei confronti del primo paese in cui il migrante ha avuto accesso, che poneva i paesi del sud Europa in una situazione di oggettivo svantaggio rispetto agli altri. Questo significa che, salvo rare eccezioni, lo Stato individuato dal Regolamento Dublino come competente a esaminare la domanda sarà poi anche lo Stato in cui la persona dovrà restare una volta ottenuta la protezione, per cui, ad esempio, un cittadino siriano riconosciuto come rifugiato dall’Italia non avrà la libertà di stabilirsi in un altro paese dell’Unione. Questo perché nell’ordinamento dell’Unione non esiste il principio del mutuo riconoscimento della protezione ed ai beneficiari della protezione internazionale non è stata riconosciuta la libertà di soggiorno in altri Stati membri.

La proposta di riforma ci fa capire come sia assolutamente necessario per le istituzioni europee modificare il sistema di asilo europeo, che in questi anni ha decisamente fallito. Il motivo principale è la struttura del sistema comune, che ha fatto sì che il peso dei flussi migratori ricadesse soprattuto su due Paesi (Italia e Grecia) lasciati soli ad affrontare la crisi migratoria; tale configurazione ha poi permesso agli altri Stati di sfuggire alle proprie responsabilità umanitarie.

Il criterio del primo paese di accesso viene sostituito con un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento secondo un sistema di quote, a cui sono tenuti a partecipare obbligatoriamente tutti gli stati membri dell’Unione Europea.
La posizione del parlamento dovrà ora ricevere l’approvazione del Consiglio europeo e quindi dei capi di stato e di governo dei paesi dell’Unione, che riguardo questo tema assumono posizioni antitetiche. Sono molti i Paesi che si schiereranno infatti contro il principio dei ricollocamenti automatici, soprattutto i cosiddetti Paesi Visegard (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca), che hanno fatto della non-accoglienza uno dei pilastri della propria politica estera.

 

COS’E’ IL REGOLAMENTO DI DUBLINO?

La Convenzione sull’accoglienza dei rifugiati firmata dagli stati dell’Unione Europea (all’epoca solo 12) a Dublino nel 1990 è un regolamento comunitario, che stabilisce “i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide”.

Esso prevede l’applicazione di alcune norme comuni in tutti gli stati membri riguardo alla gestione delle richieste di asilo e di standard condivisi per l’accoglienza dei rifugiati. Questo trattato ha quindi la funzione di definire i criteri che determinano lo Stato membro che dovrà farsi carico dell’esame di una domanda di protezione internazionale. L’obiettivo con cui è nata la Convenzione è quello di istituire una pratica comune in tutta Europa ed evitare che un richiedente asilo possa fare domanda in più stati dell’Unione, creando disordine e conflitti di responsabilità.

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Enrico Bertuccioli/Cartoon Movement

I due punti cardine sui quali si è sempre basato sono:

1. Lo Stato responsabile della gestione della domanda di asilo di ciascun rifugiato è quello in cui abitano legalmente i suoi parenti stretti, o dal quale ha già ricevuto un permesso di soggiorno.

 

2. In assenza di legami accertati, lo Stato che si fa carico della domanda e dell’accoglienza è il primo in cui il rifugiato mette piede.
Tale documento è stato modificato piu volte: nel 2003 con il cosiddetto Dublino II sono stati introdotti criteri più precisi per la gestione di minori ed è stato riaffermato come principio fondamentale il rispetto dell’unità familiare; nel 2013, invece, con il nuovo Dublino III è stata introdotta la possibilità che uno Stato rifiuti di trasferire un rifugiato in uno Stato nel caso in cui vi fosse la possibilità che quest’ultimo gli possa riservare un trattamento disumano o degradante, in linea con il principio di non-refoulement.
Secondo l’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) con questa modifica:
– viene eliminato il legame tra il Paese nel quale il richiedente ha fatto ingresso irregolare e l’ esame della sua domanda di protezione, sostituendo questo anacronistico approccio (che come detto sopra penalizzava gravemente i paesi meridionali come Italia e Grecia) con una nuova concezione in base alla quale il richiedente fa ingresso nell’Unione, considerata nel suo complesso. La competenza all’esame della domanda di protezione verrebbe, pertanto, definita sulla base di quote che riguardano tutti i Paesi dell’Unione definite sulla base di criteri oggettivi, dando finalmente attuazione al principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità di cui all’art. 80 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione), rimasto finora di fatto disatteso;
– viene ampliata la nozione di famiglia, estesa ai fratelli e sorelle del richiedente e ai figli maggiorenni, purchè a carico, consentendo così la riunificazione di famiglie disperse dalla guerra e che, secondo il principio attuale, si troverebbero forzatamente a vivere in paesi diversi dell’Unione;
– assume importanza nell’ individuazione del Paese competente ad esaminare la domanda l’esistenza di “fattori di collegamento” tra il richiedente e il Paese nel quale lo stesso chiede di recarsi, tra cui precedenti soggiorni, corsi di studio e formazione effettuati in precedenza e sponsorizzazione del richiedente da parte di un ente accreditato.
Come spiega Ferruccio Pastore, direttore del centro studi Fieri, il Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione, il vecchio principio del primo accesso comporta anche delle conseguenze decisamente negative: “Certamente la riforma di Dublino III non è la soluzione ma contribuirebbe comunque a migliorare la situazione. Oggi gli Stati sanno che se salvano un migrante nelle proprie acque territoriali dopo dovranno farsi carico anche della sua tutela, e questo per loro è un ulteriore fardello. Per quanto brutta possa essere la cosa è un dato di fatto su cui bisogna agire. Se un Paese sapesse che una volta salvato un migrante ci saranno altri Stati che lo aiuteranno facendosene carico, forse dedicherebbe più energie e risorse nelle operazioni di ricerca e salvataggio”.

 

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Adottare misure di politica estera e di cooperazione nei confronti dei paesi da cui queste persone provengono può essere una possibilità. All’interno di quest’area, quasi tutti i paesi generano una più o meno massiccia pressione migratoria verso l’Unione. Questa soluzione, tuttavia, si è dimostrata fino ad ora inefficace, visto che molti dei programmi di aiuto non hanno prodotto le conclusioni sperate a causa di molteplici fattori, uno tra tutti la presenza di trafficanti di persone che hanno generato un business immenso con la tratta delle persone nel continente africano.

Gianfranco Schiavone, esperto della normativa europea dell’asilo e vicepresidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), ha messo in luce il problema politico alla base della mancanza di un accordo tra i paesi europei. Secondo lui, all’ interno dell’Unione europea si sta combattento una guerra politica tra gli stati e il punto principale di questo conflitto riguarda proprio il regolamento di Dublino. La battaglia politica è completamente aperta perché gli stati membri sembrano bloccati in un veto reciproco. Il problema è che chi si oppone a questa procedura non ne ha un’altra da proporre e il dibattito tra gli stati è estremamente sterile e fine a se stesso.
La necessità principale è che dunque Bruxelles faccia una forte pressione su quei paesi che non vogliono accettare le quote di migranti al fine di riuscire a realizzare un piano che sia veramente comune.
La questione, tuttavia, non è facilmente risolvibile, poichè nel Vecchio continente una politica collettiva in grado di impedire i movimenti di coloro che attraversano il Mediterraneo e la rotta balcanica per cercare un futuro migliore non è infatti ancora stata sviluppata concretamente; non si inseriscono certamente in quest’ottica la reintroduzione dei controlli alle frontiere, l’erezione di muri con filo spinato controllati da poliziotti e cani pronti ad attaccare chiunque li valichi, inaccessibili a chi non possieda un nulla osta o un visto.

A causa di questo blocco ideologico dell’Europa orientale, l’UE ha avviato la procedura di infrazione nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per aver rifiutato il ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia.
Per questi Stati sembra infatti che far parte dell’Unione sia solo un modo per racimolare fondi europei, quando invece uno degli obiettivi principali dovrebbe essere quello di affrontare le sfide e le difficoltà collettivamente e attraverso un’unica voce.
L’ostacolo vero è quindi l’assenza di una linea europea sull’asilo che sia comune a tutti i paesi e, ancor prima, quella di un sistema che eviti ai richiedenti protezione di rischiare la vita in quei viaggi (sia via mare che via terra) così pericolosi e letali.
Mentre non solo in Europa, ma in tutto il Nord globale ci si divide sull’accoglienza di chi non ha più una casa e un futuro, l’esempio di quanto fatto dalla società civile dimostra che è possibile un modello alternativo per accogliere e integrare in sicurezza persone che in altro modo sarebbero vittime dei trafficanti di esseri umani o delle rotte non sicure.
A tal proposito c’è da guardare con speranza al progetto portato avanti in Italia per quanto riguarda la realizzazione di corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese. Come delineato da un documento della Comunità di Sant’Egidio, “una volta arrivati in Italia i profughi non solo sono accolti, ma viene loro offerta un’integrazione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minori ed altre iniziative. In questa prospettiva viene loro consegnata una copia della Costituzione italiana tradotta nella loro lingua”.
Visto l’iniziale successo del progetto, alcuni paesi europei si sono mossi per firmare accordi con cui creare nuovi corridoi umanitari diretti verso il loro territorio riproponendo lo stesso modello, segno che l’Europa non è condannata a sterili chiusure che guardano al passato, ma può costruire con fiducia e programmazione il proprio futuro.

 

 

Fonti:

 

Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea

ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)

Open Migration

Il Post

 

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