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Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Source Rai3
Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Source Rai3

Report e i limiti della comunicazione scientifica

Di: Max Saltori

Il mese scorso, su Rai3 è andata in onda una puntata di Report con un servizio discutibile che mescolava farmacovigilanza, vaccini per l’HPV, reazioni avverse ai farmaci e dati sulla mortalità da tumore alla cervice uterina.
La reazione dei social e dei media in generale è stata fortissima e immediata.
Già la sera della messa in onda i commenti su Facebook si sprecavano, divisi in due categorie fondamentali: gli antivaccinisti galvanizzati (“lo sapevo!”) e i cittadini più raziocinanti indignati (“e questo lo chiamate servizio pubblico?”).
La cosa è diventata abbastanza grave, tanto che ha coinvolto la politica, i vertici Rai (che hanno rilasciato subito un comunicato stampa) e l’opinione pubblica in generale, monopolizzando il dibattito televisivo per le seguenti settimane.
Dal punto di vista scientifico e divulgativo, (ma anche strettamente giornalistico) non si tratta di un servizio molto onesto (a voler essere gentili). Ma non è il primo.
Prima di addentrarci nella discussione, però, un po’ di dati:

Una giusta causa.

I papillomavirus umani (Human Papillome Virus, HPV) sono un gruppo di virus causa di infezioni, in genere asintomatiche, che tendono a risolversi da sole. Tuttavia, alcuni ceppi possono causare lesioni cutanee precancerose, le quali possono accrescere il rischio di tumore. Si parla di cancro alla cervice, alla vagina, all’utero, al pene, all’ano e alla cavità orofaringea (bocca e esofago). Nel caso della cervice, è la principale causa di cancro documentata.

Casi di cancro a livello mondiale per cervice, ano, vagina/vulva, pene, bocca ed esofago. In rosso i casi dovuti al virus HPV, in grigio quelli totali (Parkin, D. M. 2006). Source Wikimedia Common.

 

I due vaccini utili a prevenire queste forme tumorali (il Cervarix ed il Gardasil) sono presenti dal 2007 tra quelli consigliati dal Ministero della salute Italiano e sono somministrati gratuitamente alle ragazze nei dodici anni di età (prassi estesa ai maschi in alcune regioni Italiane). Considerando che riduce l’insorgere dei tumori alla cervice del 95% e che il virus (trasmesso attraverso il contatto delle mucose) è la più comune infezione trasmessa sessualmente a livello globale (Milner, Danny A. 2015), la vaccinazione non è solo una buona pratica sanitaria, ma unita a screening periodici permette anche di salvare migliaia di donne ogni anno. A conti fatti, la si può definire come una vaccinazione che previene una forma di tumore.

Purtroppo i giornalisti di Report non sembrano essere interessati a questo dato.

Il servizio parte dalla premessa di voler smascherare un conflitto d’interessi tra case farmaceutiche e i revisori dell’EMA (l’Agenzia Europea per i medicinali), ma si perde rapidamente tra autodiagnosi di giovani pazienti che accusano effetti collaterali dopo la vaccinazione (dai sintomi difficili da inquadrare), pareri discutibili di personaggi legati alla scena antivaccinista e dati decontestualizzati e citati in modo scorretto nel tentativo di provare una tesi secondo cui i vaccini HPV sarebbero stati approvati tramite corruzione della commissione di vigilanza dell’EMA. Ancora più grave, Ranucci al termine del servizio cita in modo sbagliato i dati sulla mortalità da tumore alla cervice, mettendo in discussione la pericolosità di un cancro con una mortalità del 52%.

Premesso che il tema della farmacovigilanza sia importante e vada discusso, i mezzi e le obbiezioni sollevate dal programma di Ranucci rendono vano qualsiasi possibile spunto utilizzabile.

L’importanza della vaccinazione. Source Center for Disease Control and Prevention’s Public Health Immage Library (creative commons).

Resta comunque una domanda:
C’è davvero un rischio di corruzione nel processo di approvazione dei farmaci?
Pur considerando che non esiste la certezza che un processo burocratico si svolga sempre in modo trasparente e corretto, Report, dalla sua, mostra un criterio di indagine e selezione delle prove molto superficiale anche rispetto alla tematica su cui il servizio doveva reggersi.

Ad esempio, è vero che attualmente l’88,8% delle entrate dell’EMA derivano dai soldi che le aziende farmaceutiche versano per far approvare i loro prodotti (questione che solleva perplessità anche in chi crede fermamente nell’importanza delle vaccinazioni). Ma è anche vero (questo Report non lo dice) che esiste all’interno dell’EMA il Pharmacovigilance Risk Assessment Committee (PRAC) che ha il ruolo di valutare i rischi per la farmacovigilanza e fornisce linee guida al Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP), il quale a sua volta consiglia la commissione europea su possibili modifiche all’autorizzazione al commercio dei farmaci.

Per essere più chiari, il PRAC può anche imporre alle case farmaceutiche studi di sicurezza post autorizzazione e dati ulteriori sui prodotti. Regole e paletti di sicurezza non negoziabili dai privati, insomma.

Inoltre, i soldi pagati dalla casa farmaceutica hanno valore di partecipazione. Non è detto che il farmaco venga approvato alla fine del percorso. Si ricordi poi che nel processo di approvazione partecipano revisori esterni da diversi enti stranieri che riesaminano la questione prima dell’ok generale. Una procedura che dura anni, non certo settimane.

Anche la faccenda di Pasqualino Rossi, ex dirigente dell’AIFA, non è riportata correttamente. Rossi, accusato di corruzione nel 2008, era infatti anche rappresentante dell’Agenzia europea dei medicinali. Il fatto risale al periodo in cui era in fase di approvazione anche il Cervarix (assieme ad altri 21 farmaci) e secondo Report, Rossi potrebbe aver influenzato il processo di approvazione del vaccino per una mazzetta ed altri benefici.
Tutto vero, peccato che Rossi non avesse poteri decisionali all’interno della commissione, di cui era solo membro alternativo in caso di assenza del titolare. Il fatto stesso di corruzione pare che avesse a che fare con l’Aulin e non col Cervatrix.
Tutte tesi un po’ deboli per un servizio così aggressivo.

I precedenti

Comunque si concluda la vicenda per la trasmissione, è bene notare che non era la prima volta che Report si occupava di dietrologia sui vaccini.

Il 15 ottobre 1998 in piena paranoia antivaccinista (l’anno dell’articolo di Wakefield su Lancet e degli spettacoli di Beppe Grillo sull’inutilità delle vaccinazioni) Report trasmette il servizio titolato “Il virus dell’obbligo” (di Stefania Rimini) a favore dell’obbiezione di coscienza dei genitori.
Il primo ottobre 2000 si parla di mercurio nei vaccini (“Vaccini al mercurio” sempre di Rimini), con un aggiornamento mandato in onda il primo marzo dell’anno successivo.
Vale la pena di dargli un occhiata alla luce di quello che oggi è diventato il movimento Antivaxx e del calo delle vaccinazioni a cui stiamo assistendo (archeologia dell’antivaccinismo?).

Ma i vaccini non sono l’unico tema scientifico su cui Report si è dimostrato superficiale.

Il 6 aprile 2009 l’Associazione Italiana Nucleare inviava una lettera di protesta alla Rai dopo il servizio del 29 marzo sul nucleare (“L’inganno” di Michele Buono e Pietro Riccardi).

Anche allora le stesse proteste:

In evidente contrasto, a nostro avviso, con i principi sanciti dall’ordinamento, e puntualmente ribaditi nel codice etico della RAI, la puntata di “Report” trasmessa domenica 29 marzo 2009 costituisce un esempio eclatante di disinformazione sulle tematiche dell’energia, disinformazione ottenuta assicurando alle sole istanze antinucleari un diritto di tribuna esclusivo e senza contraddittorio.

Ancora una volta una totale mancanza di contraddittorio e scarsa comprensione dell’argomento. Marco Viviani ha definito in modo calzante sul sito Linkiesta il caso di Report come una bolla che doveva scoppiare, prima o poi.
Report va dunque ad aggiungersi a quella lunga lista di programmi che barattano la competenza su temi scientifici importanti in favore degli ascolti e dell’indignazione del pubblico.
E’ vero, c’è una tendenza nei media italiani principali a trattare la qualità della comunicazione scientifica con superficialità e in modo fazioso (a seconda della tendenza del momento) e ci sono diverse ragioni per questo.
La prima è che molte trasmissioni d’inchiesta generale come Report ma anche di “infotainment” come le Iene non sembrano avere nelle loro redazioni gli esperti o i consulenti richiesti per costruire in modo approfondito e corretto i loro servizi.

La seconda è che c’è una tendenza diffusa a considerare tutte le opinioni in campo scientifico come sovrapponibili, come se si potessero mettere idee condivise da buona parte della comunità scientifica e idee “alternative” sullo stesso piano.

Purtroppo (o per fortuna?) la scienza come processo non è democratica. Mettere la saggezza popolare sullo stesso piano del CNR e dell’Università di Bari (come nel caso dei vari servizi delle Iene sugli ulivi del Salento e la Xylella Fastidiosa) o far discutere in televisione un medico come Roberto Burioni e l’ex Dj Red Ronnie sulla questione delle vaccinazioni obbligatorie (accadeva a Virus, la trasmissione di Rai 2) non è accettabile, perché non hanno la stessa autorità e competenza. Vale anche per i giornali che montano i casi facendo confusioni su diversi ceppi di aviaria (e rovinano la vita e la carriera di rispettati ricercatori come è accaduto con l’Espresso nel 2014) e i giudici che emettono confuse sentenze che legano vaccini e autismo, creando pericolosi precedenti.

Non c’è il concetto secondo cui “esistono opinioni differenti” in campo scientifico.
Un ulteriore limite della divulgazione scientifica (ovunque, non solo da noi) è il cosiddetto Effetto Sagan, ispirato al divulgatore e astrofisico americano Carl Sagan.

Carl Sagan posa con una replica del lander Viking. Courtesy of the JPL, Pasadena (creative commons).

Libertà di divulgare

Per chi non lo sapesse, per il pubblico americano Carl Sagan è quello che Piero Angela è stato per noi in tutti questi anni: un volto conosciuto e familiare nella divulgazione della scienza. Cosmos (1980), la serie divulgativa da lui creata è tra le più guardate nella storia della televisione pubblica americana, e il libro da lui scritto, Contact, è diventato un film diretto da Robert Zemeckis nel 1997.

Nonostante questi successi e la sua popolarità, Sagan non godeva dello stesso favore nella comunità scientifica proprio a causa del suo talento nella divulgazione. Negli anni sessanta perse l’opportunità di una cattedra stabile alla Harvard University e negli anni novanta l’ammissione alla National Accademy of Sciences.
Oggi, la tendenza a ostracizzare accademici che collaborano con i giornali non specialistici, che scrivono per la televisione e il cinema e che sono attivi frequentatori dei social network ha il suo nome: Effetto Sagan, appunto.
Ancora oggi il fenomeno è molto forte, ma le cose stanno cambiando.

Negli USA si registra un forte gap anche in termini di accettazione tra nuove generazioni di nativi digitali e accademici più anziani. Ricercatori che usano Twitter e che parlano ai TED talks sono malvisti dai loro colleghi meno attivi fuori dal laboratorio, ma il fenomeno è in crescita.
Di certo la reazione del pubblico di Report (ma anche di Virus, che venne cancellato dopo la figuraccia con Red Ronnie) dimostra un bisogno di qualità nel modo in cui le questioni vengono trattate (che evidentemente non c’era vent’anni fa).
E d’altronde è importantissimo che ciò accada al più presto. Chiaramente non è più possibile lasciare questioni serie come prevenzione, energia, clima e sanità nelle mani di volenterosi giornalisti e conduttori che non hanno una formazione scientifica di partenza.

Non ha a che fare solo con la qualità delle nozioni ma anche con la coscienza e l’etica richiesta per una comunicazione corretta. Non mettere sullo stesso piano esperti e ciarlatani e passare il messaggio che la scienza è un fenomeno in divenire, ma con commissioni di esperti che ne mettono in discussione le basi in continuazione.

Un lavoro che solo uno scienziato può fare.

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