Home / All you can read / Quale cinema indipendente?
Lo Chiamavano Jeeg Robot. All rights belong to their respective owners
Lo Chiamavano Jeeg Robot. All rights belong to their respective owners

Quale cinema indipendente?

Di: Max Saltori

Il 2016 è stato un anno importante per il cinema italiano.

Dall’inaspettato successo al box office di Lo Chiamavano Jeeg Robot (5.7 milioni di Euro) a quello di critica di film come Veloce come il vento, sembra quasi che in Italia sia arrivato finalmente il momento della celebrazione di un cinema dal respiro più moderno, più esportabile, fatto da nomi relativamente sconosciuti, portatori di nuove idee. Un cinema, insomma, capace di sostenersi sulle sue gambe, anche economicamente.

Sembra quasi troppo bello per essere vero: un fenomeno che mette d’accordo tutti, dallo spettatore in fuga dalla becera commedia all’italiana, al giovane cineasta alla ricerca di nuovi esempi ai quale ispirarsi e persino per i produttori, che hanno ora potenziali nicchie da riempire (con un conseguente probabile guadagno al botteghino).

Eppure, tutta questa magia rischia di esaurirsi nell’arco di una stagione.

Non è la prima volta, infatti, che il cinema Italiano scopre che esistono trame differenti da quelle proposte dalla commedia degli eccessi dei Vanzina o del dramma borghese con Margherita Bui che fuma con la mano tremolante fissando la carta da parati. Ciononostante, il rischio è che il fenomeno finisca con la stessa velocità con cui è iniziato. E le ragioni sono sia storiche che culturali.

Culture Vs Nurture

I vari problemi del cinema e del mercato italiano sono stati già evidenziati in diverse sedi.

La maggior parte delle produzioni importanti è fornita da fondi statali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che coprono anche il 60% del budget, ma solo per un numero ristrettissimo di produttori che vivono di rendita e non sono mai costretti a prendersi le responsabilità dei loro investimenti. Un sistema per nulla inclusivo (pur trattandosi fondi pubblici) e che coinvolge una quindicina di impresari poco interessati a promuovere novità e perennemente legati a nomi noti dello spettacolo.

Persino il già citato Jeeg Robot aveva avuto un inizio barcollante per colpa del disinteresse completo della società di distribuzione coinvolta. La Lucky Red, infatti, era così poco fiduciosa del successo della pellicola da mandarla nelle sale senza un trailer o un poster.

Un altro problema del mercato del cinema italiano sono le trame.

Registi e sceneggiatori (con un’età media elevata se paragonata ad altri paesi) propongono solo storie e tematiche estremamente localizzate nella dimensione nostrana e lontane dai gusti e dalle tendenze internazionali, oltre che poco ambiziose nei contenuti. Ciò fa sì che il nostro cinema sia molto forte in Italia (oltre 65 milioni di euro per Quo Vado, l’anno scorso), ma sconosciuto per ragioni di mercato nel resto d’Europa, dove le nostre trame non trovano spazio.

Perciò questa concomitanza di aspetti (produzioni standardizzate, mancanza di interesse dei distributori, gap culturale, mancato ricambio generazionale) unito al fatto che iniziare una produzione in Italia sia un incubo dal punto di vista burocratico e fiscale anche per gli investitori stranieri, non rendono la vita facile ai nuovi talenti in cerca della loro occasione.

Ma c’è un altro problema che affossa ogni possibilità di rinnovo (e che spesso viene ignorato), ed è la quasi totale mancanza di un cinema indipendente. Nessun circuito di festival indipendenti dal respiro internazionale, nessun sottobosco di giovani autori con idee innovative e nessuna avanguardia degna di nome.

Eppure gli ultimi anni hanno visto una straordinaria rinascita del cinema indipendente, soprattutto negli USA (ma anche in altri paesi europei seppur in modo minore).

Con la comparsa di formati digitali accessibili che imitano in tutto e per tutto la qualità di una pellicola standard in 35 mm, chiunque (letteralmente) se dotato di idee e volontà può produrre un’opera con un budget ridotto all’osso.

A questa improvvisa democratizzazione del processo creativo, è seguito un grande interesse per il cinema indipendente, coadiuvato da nuovi formati, media e piattaforme online, che ha portato inoltre ad una proliferazione dei cortometraggi e dei festival che li ospitano. Questi ultimi sono diventati casse di risonanza e luoghi d’incontro per nuove generazioni di filmmakers, ansiosi di confrontarsi e di trovare la loro strada. Un fenomeno culturale ma anche un business redditizio.

È la rinascita del cinema indipendente, ovunque. Tranne che in Italia. Ma qual è il ruolo del cinema indipendente? E perché è così vitale per il cinema italiano? Per rispondere a queste domande, occorre fare un salto di quindici anni nel passato, dall’altra parte dell’Atlantico.

Mumblewhat?

Funny Ha Ha (2002). All rights belong to their respective owners
Funny Ha Ha (2002). All rights belong to their respective owners

Nel 2005, il South by Southwest, famosa kermesse del cinema e della musica indipendente con sede ad Austin, Texas, venne preso d’assalto da una nuova generazione di giovani artisti e dal loro approccio alquanto idiosincratico al cinema indipendente.

Il fenomeno era iniziato tre anni prima con un lungometraggio, Funny Ha Ha, scritto e diretto dall’allora venticinquenne Andrew Bujalski ed era proseguito con altre opere dalle caratteristiche simili negli anni successivi.

Si trattava di lungometraggi girati generalmente su supporti digitali, con attori non professionisti e storie incentrate sulle vite e sulla quotidianità di ragazzi sui venti, trent’anni. Ma l’elemento maggiormente caratterizzante di queste opere erano i dialoghi, naturali, spesso improvvisati e quasi di difficile comprensione (magari anche per l’audio non esattamente professionale). Insomma, dialoghi biascicati, mormorati, “borbottati”. In una parola “mumbled”. Forse non proprio materiale per creare un genere di successo, ma abbastanza per dare inizio ad un’avanguardia: nasceva così il “Mumblecore.

Un po’ la vita di un qualunque ventenne tipo, insomma. Non che ci fosse una reale novità in questo.
Il cinema, soprattutto quello di nicchia o d’avanguardia ha sempre attinto dalla vita reale nelle sue diverse incarnazioni.

Dal Mumblecore americano a Dogme95, da opere indipendenti come Slackers (1991) e Clerks (1995) negli anni novanta fino alla Nouvelle Vogue francese degli anni sessanta e al Neo Realismo Italiano del primo dopoguerra.
Sempre mezzi limitati, sempre il desiderio di raccontare il presente, con la collaterale creazione di vere e proprie capsule del tempo.

E sia chiaro, il movimento non ha prodotto esattamente dei capolavori. Ma d’altronde non era questo il punto.

Il Mumblecore aveva creato un’avanguardia. Un gruppo di giovani autori con stili simili e storie quotidiane che usavano i festival per confrontarsi e scambiarsi delle idee (oltre ovviamente a cercare un pubblico e dei finanziatori).

Mutual Appreciation (2005). All rights belong to their respective owners
Mutual Appreciation (2005). All rights belong to their respective owners

Il Mumblecore, come le avanguardie che lo avevano preceduto, si è poi esaurito quando i suoi protagonisti hanno cominciato a lavorare con produzioni più complesse e importanti. Ma pur avvicinandosi sempre più a quello che qualcuno definisce con disprezzo “mainstream”, questi autori portarono con sé una sensibilità da cinema indipendente e delle tematiche proprie di una generazione particolare. Identità che inevitabilmente contaminavano ed arricchivano il cinema americano (sempre tacciato di essere emblema dell’arte piegata al capitalismo).
Un fenomeno che (negli USA) non si è mai fermato, già iniziato con gli anni settanta con quella generazione di registi allora indipendenti che sono diventati poi loro stessi establishment (Coppola, Spielberg, Lucas e Scorsese) e che continua ancora oggi con sperimentazioni eterodosse, che escono il più delle volte da festival come il SxSW o il Sundance.

Ora, ad uno spettatore non avvezzo al cinema indipendente potrà forse risultare complicato comprendere la presunta rilevanza storica di un fenomeno come quello del Mumblecore. Cosa lo rendeva così importante?

Per prima cosa, il non-movimento era figlio della già citata rivoluzione digitale. Non più vincolati da chilometri di pellicole e da costi proibitivi, i nuovi beneficiari di questa tecnologia potevano realizzare lungometraggi e montarli direttamente dal loro computer con software di editing contando su budget ridicoli (molte volte racimolati tra parenti e amici).

Ma la vera forza e l’impatto di questo fenomeno era rappresentato proprio dalla mancanza apparente di mezzi.

In assenza del denaro richiesto dalle normali produzioni indipendenti, questi giovani registi erano costretti ad attingere completamente dal loro quotidiano: scritturavano amici, usavano i loro appartamenti come set, la loro auto, i loro vestiti e i luoghi che frequentavano. Le loro storie erano spesso autobiografiche: giovani laureati con debiti mostruosi con l’università, difficoltà ad accettare le responsabilità dell’età adulta e perennemente disoccupati e single.

South By Southwest (2013) via Wikimedia Commons
South By Southwest (2013) via Wikimedia Commons

Il punto è: dove sono i giovani registi Italiani? Dov’è il cinema indipendente Italiano? Dove sono quelle avanguardie di cui si nutre la cultura di massa? Ed è qui che forse risiede il vero problema. Il punto di partenza per una vera rinascita del cinema Italiano.

Chiaramente, non è che nel nostro paese non esista un mercato per le forme d’arte indipendenti. Basta guardare a quello della musica indie italiana per capire quanto vario potrebbe essere lo stesso fenomeno applicato al cinema. Per non parlare del fatto che il nostro paese produce ogni anno un discreto numero di documentari (pluripremiati all’estero) diretti da giovani professionisti.

Colpa solo dei produttori e dei distributori? Del clientelismo e del pubblico anestetizzato? La mancanza di interesse dei registi veterani per la promozione dei giovani talenti?

Sicuramente, ma non solo.

Perché il problema ha a che fare, almeno questa volta, non tanto con l’incapacità di gente dietro una scrivania di vedere il potenziale dietro un’opera, ma con la stessa mancanza di creativi che si organizzino per generare l’offerta. Oltre ovviamente a delle piattaforme adeguate che li promuovano.

Il digitale ha in parte reso indipendente da grandi studi almeno il processo creativo. Quello che manca sono soprattutto persone che raccontino storie.

Perché se è vero che il primo ostacolo nei prossimi anni sarà soprattutto quello di convincere pubblico e produttori della differenza sostanziale che esiste tra amatoriale e sperimentale, serve prima di tutto che qualcuno osi mettere in dubbio lo status quo e racconti la sua storia attraverso canali non convenzionali, organizzandosi con persone con idee simili.

Siamo un paese vario e nel pieno di mutamenti culturali importanti. Il nostro cinema ha un bisogno viscerale in questo momento di autori giovani che raccontino storie del nostro quotidiano senza limitarle ad un’ottica puramente italiana. Dalle periferie alle Università. Dalla ricerca alla politica fino ai cambiamenti nel concetto stesso di genere e di famiglia. E lo si può fare attraverso qualunque genere, dal dramma alla commedia, dalla fantascienza al musical (avete letto bene, anche la fantascienza, genere ingiustamente snobbato a casa nostra).

La risposta deve venire forse dal basso, da un fermento indipendente e organizzato di autori e di festival.

Che sia acerbo, che sia sperimentale ma soprattutto personale.

Check Also

Credits to Wild Italy

Ius soli, lavoro e integrazione: miti da sfatare

Di: Asia Eis Della Rosa