Home / All you can read / Pillole di ragionevole antifascismo
All the rights belong to their respective owners
All the rights belong to their respective owners

Pillole di ragionevole antifascismo

Di: Carlo Fiorotto

Parlare in modo organico di fascismo e di fascismi non è impresa facile. Sicuramente un articolo non può affrontare la questione in tutta la sua ampiezza e complessità, rendendo conto delle sfaccettature, delle differenze e delle evoluzioni storiche.
Nonostante questo, ben consapevole delle difficoltà, mi trovo a scrivere perché penso sia necessario farlo.
Ci sono principalmente due motivi.
Il primo è il risveglio e il successo che movimenti pseudo-quasi-neo-simil fascisti stanno avendo in Europa e in tutto il mondo. Gli esempi sono innumerevoli e una mappatura sarebbe quanto mai necessaria per renderci conto della portata del fenomeno.
Il secondo dipende dall’indifferenza, scossa di tanto in tanto da blande ondate di preoccupazione, con cui la cosa è generalmente accolta dall’opinione pubblica.
Ho deciso quindi di fornire una serie di riflessioni, più o meno collegate, che possano aiutare nella battaglia politica o a risvegliare qualche coscienza sopita.

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE, OPINIONISMO E SOTTOVALUTAZIONI VARIE

  • Uno dei motivi per cui fascismi vari hanno avuto la possibilità di riemergere dalle fognature della storia è una semplificazione e misinterpretazione dell’ideologia liberal, dello spirito democratico che porta le nostre bacheche Facebook a riempirsi di citazioni volteriane ogni volta che si parla di queste cose. L’argomentazione più diffusa e più semplice che si oppone a questa tendenza è quella di metterne in luce il potenziale masochistico e autodistruttivo. Ovvero: si lascia libertà a chi vorrebbe toglierla, si cerca di combattere con l’argomentazione chi usa la violenza (che sia fisica o linguistica), si tollera chi non tollera, si concede spazio a chi non ne darebbe. Qualcuno dirà: “ehmbè? Così dimostriamo una netta superiorità morale” o cose simili. Il punto, però, non è avere la coscienza a posto (che poi è triste e preoccupante aver bisogno di un fascista per sentirsi buoni e giusti). Il punto strategicopolitico dovrebbe essere quello di evitare la possibilità che tali individui e le loro organizzazioni possano riscuotere consenso, organizzarsi sul territorio e al limite arrivare a prendere il potere.
  • Se non vediamo all’orizzonte marce su Roma e squadrismo (anche se pestaggi più o meno silenziosi continuano ad esserci regolarmente), non significa che possiamo evitare di preoccuparci. Storicamente il fascismo ha sempre utilizzato le istituzioni e gli spazi che la democrazia gli ha offerto, almeno nelle sue fasi iniziali. Può sembrare una banalità, ma sommando smemoratezza storica all’attuale miopia politica penso sia bene ricordarlo. L’esempio che mi porta ad accennarne risiede in una strana decisione della Corte Costituzionale tedesca. Il 17 gennaio 2017 infatti, ha dichiarato legale il Partito Nazionaldemocratico Tedesco. Le motivazioni sono che, per quanto siano abbastanza nazistoidi (“perseguano obiettivi anti-democratici”), non abbiano la forza politica per rappresentare una minaccia concreta per l’ordine costituito. Nel frattempo nell’est della Germania proliferano villaggi eco-nazi e cellule più o meno armate sono ancora in vita: raduni, pestaggi, assalti a centri d’accoglienza, con il fantasma dell’Nsu e della sua dozzina d’anni di attentati e omicidi ancora da dimenticare. Massì, alla fine sticazzi: iniziamo a preoccuparci seriamente quando hanno abbastanza consenso da rabaltare tutto, ovvero quando è troppo tardi.
  • Il punto chiave che dimentichiamo spesso è che essere democratici o liberali non significa permettere tutto. La democrazia non è un mare tranquillo in cui rifugiarci e fingere di poter scacciare i fantasmi della presa di posizione, non è un prato fiorito in cui siamo tutti amici: ha strutturalmente e storicamente dei nemici. E su un rapporto di esclusione e rifiuto, talvolta di guerra, è nata e si fonda. Il che non significa che sia improvvisamente diventata una cosa cattiva, ma che è ora di smetterla di raccontarla come forma politica neutrale, come semplice campo di confronto di qualsivoglia opinione. Perché una forma politica del genere non è mai esistita e non esiste. Mi sono trovato spesso a sorridere nel constatare la nostra innata capacità di puntare il dito contro i nemici esterni della democrazia, ultimo fra tutti l’Isis, di prendere decisioni sofferte, di accettare i cosiddetti danni collaterali dei bombardamenti (leggi: massacrare civili), e non riconoscere quelli che vivono accanto a noi tutti i giorni. So bene di usare parole forti, ma penso sia necessario per far passare quello che vorrei far passare.
    Ciò significa che comprendere il fascismo al pari delle altre opinioni permesse implica di ripensare e ricostruire dalle fondamenta il nostro vivere associato.

    Credits to Daniele Fabbri, Stefano Antonucci, Daniele Perrotta e Shockdom
    Credits to Daniele Fabbri, Stefano Antonucci, Daniele Perrotta e Shockdom

     CONCETTI, PRESUPPOSTI, IDEOLOGIA

  • L’operazione che ho appena accennato è forse potenzialmente attuabile. Il problema del lasciar spazio al fascismo, però, è che esso si costruisce come un modello politico profondamente escludente. Se la nostra democrazia ha dovuto relegare nelle fogne e nell’illegalità repubblichini, nazi ed eredi del Duce, per poter esistere, questi gruppi lasciano fuori altre categorie, molto più ampie, di soggetti. Parlo di persone appartenenti a “razze” diverse, specifiche religioni, omosessuali, pazzi, certi tipi di criminali, oppositori politici di qualunque orientamento eccetera. Chiunque abbia un minimo di infarinatura storica sa di cosa sto parlando. Chiaramente ad oggi la presentazione della cosa è cambiata, a volte anche radicalmente. Ma si tratta di un rinnovamento molto più estetico che sostanziale. Di seguito vi fornirò un paio di esempi, concentrandomi soprattutto sulla considerazione fascista di stranieri e minoranze sessuali. E’ difficile (almeno a livello ufficiale) che un casapounder o un suo simile sostenga la superiorità italica nei confronti di africani o slavi basandosi sul buon vecchio razzismo biologico. E tuttavia la componente razzista è ancora basilare per i fascismi odierni. Basti vedere le posizioni sui migranti di quasi tutti i partiti di estrema destra. Nel momento in cui si parla di alzare muri, di chiudere confini, rispedire indietro barconi, si presuppone, consapevoli o meno, che la vita o il benessere di un italiano (tedesco, francese, statunitense etc) valga più di quella di un migrante.
    E’ molto semplice e lineare.
    Si può pensare tranquillamente alle migrazioni come a un problema molto grosso per la nostra fetta di mondo, si possono criticare le politiche che i nostri primi ministri e la governance europea stanno mettendo in atto. Ma se la soluzione è lasciar morire (per guerra, carestie, povertà, dittature) chi si muove non c’è alcun problema a parlare di razzismo 2.0. E diffidate da chi ancora tenta di slegare anche il fascismo del Ventennio da un paradigma di questo tipo, sostenendo che è solo con le leggi razziali imposte da Hitler al Duce che si è attuata questo tipo di svolta: se nel nostro folle e già anacronistico processo di colonizzazione il fascismo ha compiuto crimini orribili, l’ha fatto anche per il binarismo popolo italico vs selvagge tribù africane.
  • Simile il discorso sulle minoranze sessuali. Tanti pestaggi e tanti assalti, più o meno violenti, a sedi di organizzazioni LGBTQIA, tanti striscioni, scritte, campagne. E se negli ultimi anni i partiti più grossi han spostato le questioni su pubblico-privato (del tipo che a letto possiamo fare quello che vogliamo, ma azioni volte a tutele giuridiche, educazione culturale, garanzie di diritti, be’ quelle malemale) vorrei ricordare con qualche fatto il legame inscindibile fra fascismi e omofobia. Uno degli episodi più noti è l’irruzione da parte di Forza Nuova al Gay Center di Roma qualche giorno prima dell’approvazione del DDL Cirinnà, a suon di “Le unioni civili non saranno mai legge, perché la perversione non sarà mai legge! La famiglia è solo padre, madre e figli!”. Ma come dimenticare lo striscione “I have a dream: i froci al Colosseo, ma coi leoni!” a firma Comunità Militante Tiburtina? E poi, la campagna di Forza Nuova, sempre sul pezzo, in cui si sosteneva che “le perversioni vanno curate, non manifestate”, le scritte e gli striscioni con cui Lotta Studentesca informava i liceali di tutta Italia che il governo è svenduto alle “lobby gay” ed esaltava “maschi selvatici, non checche isteriche”, gli adesivi “goodnight gay pride” in cui un omino nero pesta a sangue un omino rosso, l’assalto del 2014 al Gay Project di Roma, con bastoni e pietre, al suono di “froci di merda, vi diamo fuoco”, le scritte sulla sede di un associazione queer “oggi una scritta, domani il fuoco”, o il quasi geniale “dietro un omosessuale si nasconde un pedofilo”.
    Mi sembra che la questione sia abbastanza strutturale.

    Screenshot (10)E con l’ultimo episodio di questo genere, lo striscione di Lotta Studentesca contro una professoressa transessuale, sono questi personaggi a parlare in prima persona. Il post comparso sulla pagina Facebook della sezione vicentina (in foto) è a mio avviso paradigmatico per capire le logiche che sottendono a questi atti. Non è solo odio, non è solo ossessione per la “teoria Gender”, sono le lenti mentali, i presupposti, la percezione, i concetti con cui guardano al mondo e alla società: l’estremizzazione del binarismo normalità-anormalità, sanità-malattia a cui si associano il terrore della devianza e la perversione da correggere, il riferimento continuo e grezzo alla natura umana (qui e qui per iniziare ad approfondire un minimo la questione), la centralità della famiglia in uno strambo miscuglio reazionario fra cattolicesimo e thatcherismo, la vuota retorica dell’ordine, del decoro (ehm, Minniti non era un ex-PCI?) e della decenza.
    Il problema, lo ripeto, è l’adesione ad un paradigma fortemente escludente, uno fra i più escludenti che la storia abbia mai registrato. Si tratta di scegliere: froci, lesbiche, trans, negri (leggi: stranieri tutti), kompagni (leggi: oppositori tutti), ritardati vari, donne (già perché, malgrado la cortina di propaganda che blog come Il Primato Nazionale tentano ancora di imbastire, nel Ventennio le donne che non volevano avere figli, non volevano averne più, che soffrivano di depressione post partum o simili se la passavano ancora peggio delle altre europee a causa dell’ideologia fascista) e ironia (vedi le aggressioni più o meno violente contro mematori e fumettisti che li sfottevano) versus maschi italici e patrioti.
  • Per concludere, veniamo ora a quello che è forse il concetto più importante su cui si innesta tutto questo. E’ un concetto della politica classica, stuprato e ridisegnato, connesso a forza con nazionalismo e patria: stiamo parlando della sovranità. Niente a che vedere con rappresentanza, unità politica e democrazia, con Hobbes, Rousseau, Sieyes o la Rivoluzione francese. Qui ha a che fare col riprendersi in mano un destino rubato. Cioè far tornare potere decisionale ai singoli stati su moneta, economia, gestione dei territori, patrimonio etnico-culturale dopo il fantomatico furto della maledetta finanza globale, sostituto contemporaneo della vecchia plutocrazia giudaica. Per quale motivo? Per donare alla Nazione e al Popolo Italiano la grandezza che merita.
    Il primo problema è concettuale: come fa notare Roberto Esposito, “sovranità” è storicamente una categoria che tocca solo secondariamente queste tematiche. Si sta usando una parola con un significato che non le appartiene: è come se chiamassi “casa” una finestra.
    Ma passiamo oltre con un altro paio di accenni critici, che sennò ci danno dei pignoli.
    Innanzitutto, qualsiasi posizione sovranista tradisce almeno una sostanziale sottovalutazione della radicalità dei mutamenti economico-sociali dell’ultima quarantina d’anni. Ma soprattutto un’incapacità di smascherare lo splendido inganno che la modernità politica ha prodotto: inganno logico, ma soprattutto ideologico: etereo velo di Maya con cui nascondere rapporti reali di dominazione ed espropraizone. (Mi rendo conto che dovrei argomentare molto a lungo, e non sono nemmeno sicuro di essere in grado di farlo in modo completo. Mi limito a fornire due punti di partenza, qui e qui).
    Ma torniamo a prendercela direttamente con il fascismo: il tanto millatanto popolo italiano non è cosa così immediata. Se lo vogliamo intendere come soggetto politico unitario semplicemente non esiste. E’ esistito durante il Risorgimento e torna stancamente e contraddittoriamente a risvegliarsi durante le elezioni. Perché, se si studiano con un minimo di attenzione i concetti che usiamo e che fondano le nostre costituzioni, scopriremo che un popolo è una realtà politica parecchio rara. Se lo vogliamo invece intendere a livello culturale, dobbiamo ricordarci che il tanto caro effetto unità si scontra da quasi un paio di secoli con la lunghissima storia di frammentazioni che la nostra penisola ha vissuto. La più evidente è sicuramente quella linguistica, ma non è certo la sola.
    Per finire la Nazione. Se spogliata di unità politica e culturale, cosa rimane? C’è chi ha fornito risposte più o meno interessanti, ma sempre fortemente critiche con l’uso che il fascismo ha fatto di questa idea.
    Per riassumere, questo è insomma quello che sta dietro alla mente di un fascista: “Più gli inferiori tenderanno a scomparire, più gli individui anormali saranno eliminati, meno degenerati rispetto alla mia norma ci saranno e più io – non in quanto individuo, ma in quanto membro di una specie, di una nazione – vivrò, sarò forte, vigoroso e potrò prolificare. La morte dell’altro non coincide semplicemente con la mia vita. La morte dei cattivi, dei traditori, degli inferiori, degli indecorosi è ciò che renderà la vita in generale più sana e pura. Con morte ovviamente non intendo per forza uccisione diretta: parlo di esporre a o moltiplicare il rischio di morte per alcuni, o anche solo la morte politica, l’espulsione, il rigetto.”

Un’azione politica intrinsecamente violenta e pericolosa per il vivere associato, basata su un pensiero estremamente escludente, che si fonda su presupposti inattuali, errati o confusi, atta alla liberazione di qualcosa di fittizio: siamo davvero sicuri che debba esistere? E, se è vero che ogni società implica l’esclusione di qualcuno o di qualcosa, non è forse un buon metodo, una buona garanzia di libertà escludere chi esclude di più?

Check Also

Credits: http://www.nationalgeographic.it

Addio ai ghiacciai (e non solo a loro)

Di: Giulia Ioselli