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Perché Luca Traini ha già vinto

di Isabella D’Addeo

Immaginate se all’indomani della strage di Parigi del Bataclan, le forze dell’ordine e il governo francese avessero vietato ai manifestanti di scendere in piazza per questioni di ordine pubblico.
E provate ad immaginare ancora, sempre all’indomani dell’attacco, che una folla di simpatizzanti jihadisti avesse garantito a quei terroristi tutto il loro supporto morale e legale, nella più bieca accondiscendenza delle altre parti politiche.
Eppure sembra ancora doveroso ricordare, ai più che ancora smorzano i toni, che quello del 3 febbraio non è stato solo il gesto sconclusionato di un folle: bisognerebbe invece definirlo un vero e proprio attentato terroristico, identico in ferocia e dinamiche a quelli compiuti dal gruppo Stato Islamico.

Dopo l’episodio fascista e nazista –chiamiamo ogni cosa col proprio nome– ci si sarebbe aspettato un atteggiamento di dura condanna da parte delle massime istituzioni della Repubblica.
Invece la dialettica politica ufficiale di oggi è intenta solo a misurare le parole in vista della campagna elettorale. Il Pd preferisce evitare la parola fascismo, nell’ipocrita convinzione che sia perdente per il consenso elettorale ingaggiare una battaglia aperta contro di esso, strizzando l’occhio alle componenti ultra-moderate dell’elettorato.
Pesante anche il silenzio di Di Maio che, adottando lo stesso assenteismo del PD, crede forse che nessun partito che voglia governare possa usare parole sconvenienti come fascismo o razzismo. 

Uno dei partecipanti alla manifestazione antifascista di Macerata (Fonte Globalist)
Uno dei partecipanti alla manifestazione antifascista di Macerata (Fonte Globalist)

Dopo gli innumerevoli dietro-front del governo, in una Macerata blindata, sabato 10 febbraio un corteo di 15mila persone ha sfilato in piazza per far sentire la propria voce. Tra i presenti, i centri sociali di tutta Italia, Liberi e Uguali, piùEuropa, alcuni rappresentanti della Fiom e diverse bandiere di Potere al Popolo. Emblematico il commento di Gino Strada, fondatore di Emergency, anch’egli giunto alla manifestazione: “Una partecipazione spontanea di migliaia di persone – ha ribadito – che dimostra che gli italiani sono migliori dei partiti che non sono qui“.
La scelta di rimandare il corteo per questioni di sicurezza era stata infatti decisa dal sindaco di Macerata, avallata prontamente anche dal ministro degli Interni Marco Minniti. “Macerata ha bisogno di pace e tranquillità” aveva detto. “Se ciò non avverrà, ci penserà il Ministero stesso ad evitare manifestazioni”.

Una decisione che aveva suscitato da più parti forti contrapposizioni, e aveva chiuso la piazza a chi invece voleva portare il dibattito politico sul tema dell’antifascismo, ponendo pericolosamente sullo stesso piano le iniziative neofasciste e le libere contestazioni democratiche. Così, in quella che avrebbe dovuto essere una grande manifestazione nazionale, le forze politiche non sono mai apparse così divise. La maggioranza di queste ha preferito indire un secondo corteo, quello del 24 a Roma, a cui parteciperà Pd, Cgil, Arci e Anpi.
Tra i balbettii generali, si è stati invitati a mantenere la calma, come se manifestare per ricordarci cosa sia democrazia significhi innanzitutto rimanere in silenzio. Chi vuole, esponga una candela alla finestra, bisbiglia Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata. Che il fascismo, si sa, s’è combattuto coi lumini.

Manifestante di Forza Nuova ad una manifestazione (Fonte Huffington Post)
Manifestante di Forza Nuova ad una manifestazione (Fonte Huffington Post)

La timidezza di buona parte dell’arco politico lascia libero spazio al tornaconto ideologico della destra. Così il raid xenofobo diventa semplicemente lo sbrocco di uno psicolabile mosso da azioni, se non giustificabili, quantomeno comprensibili. Ripetiamo insieme: se un fascista spara a un mucchio di neri, quello non è terrorismo ma disagio sociale. Tutto chiaro?
Questa giustificazione alla base dei fatti deriva, d’altronde, da un clima che precede di gran lunga i fatti di Macerata. Il fenomeno Traini nasce, e come lui tanti altri, da una quotidiana educazione al razzismo e alla violenza verbale, che ha reso il fascismo ‘normalizzato’ come pura opinione politica, dimenticandosi che esso, a rigor di logica, è ancora bandito dalla nostra Costituzione.
Casapound e Forza Nuova, che hanno trovato nell’acquiescenza generale la strada spianata al dibattito politico, hanno visto accrescere i loro numeri sulle proprie pagine Facebook. 238mila per la prima, una manciata di migliaia in più per la seconda. Si legge su una di queste che ‘Di immigrazione si muore’.
“Abbiamo nelle orecchie il pianto della famiglia di Pamela e il grido di rabbia di un Italia che non vuole morire d’immigrazione”.
Il folle nesso logico, sdoganato da un senso comune tanto dilagante quanto inaccettabile, lega l’atroce crimine ai danni di una ragazza (Pamela Mastropietro n.d.r) all’azione di Traini, come se si trattasse di un atto di giustizia, da ridefinire nei confini di un malessere popolare condiviso.

La verità è che la colpa sulla questione dell’immigrazione e del neofascismo va ricercata tanto a destra quanto a sinistra. La crisi dei migranti ci è stata raccontata legittimando il fango sulle Ong, promuovendo, coi decreti Minniti, il reato di povertà chiamandolo “decoro urbano”. Minniti è quello che oggi ha vergognosamente il coraggio di dichiarare che lui, Traini, l’aveva già visto all’orizzonte, e che per questo ha fermato gli sbarchi. Come se, per eliminare l’Hitler di turno, si fosse agito in preventiva rastrellando i quartieri dagli ebrei.
La questione si fa paradossalmente più intricata dal momento che nessuno dei leader politici opposto, almeno formalmente, ai toni della destra, ad oggi sa (o vuole) contrapporre un’alternativa convincente all’isteria razzista collettiva.
E in tutto ciò, il dibattito politico lascia fuori, ancora una volta, le componenti più deboli di tutto il sistema. Quanto poco sappiamo delle vittime?  Quanto, in questi giorni, si è sentito parlare di Wilson, Fectus, Jennifer, Mohammad e Gideon?

Da sabato scorso solo pochi accenni di cordoglio sono stati rivolti ai feriti. Si è preferito piuttosto rimarcarne il loro ruolo nella società, chiamandoli clandestini, profughi, africani, anziché definirli col loro nome di battesimo. Sei vite impresse in una parola sola: immigrato.
Resta quindi l’amaro in bocca, perché forse ciò che più era importante è passato tristemente in secondo piano. L’eterno ritorno di patria, famiglia e autoritarismo ci catapulta in una dimensione che, ormai è chiaro, non siamo capaci di affrontare. E la strada, per coloro che ne fanno di queste un modus vivendi, ad un mese dalle elezioni, ormai è breve.

Se non saremo pronti a rispondere, a schiena dritta e con coraggio, con l’antifascismo che è la base della nostra democrazia, l’unico ad aver vinto, in questo girotondo di intenti, sarà solo e unicamente Luca Traini.

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