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Giovani assortiti. Photo by Pexels.
Giovani assortiti. Photo by Pexels.

Né perdenti né incapaci

Di: Max Saltori

L’undici luglio comincia a girare una notizia sul Resto del Carlino: a quanto pare nel Bolognese un albergatore in cerca di giovani lavoratori stagionali si è trovato a dover constatare una totale mancanza di interesse nella sua offerta di lavoro per agosto. Dunque, nonostante la crisi, nonostante la disoccupazione giovanile che tocca il 38%, il povero albergatore non è riuscito a trovare giovani che accettassero di lavorare per lui, se non (specifica l’articolo) alle loro condizioni.

“Non chiama nessuno, e chi chiama la prima cosa che dice è che ‘posso iniziare ma non prima di venti giorni perché devo andare in vacanza’, e la seconda cosa che chiede è quanto prende e quante ore di lavoro deve fare”.

Vera o no che sia, la notizia sembra di scarso interesse. Purtroppo dato che siamo in estate, stagione in cui notoriamente la pagina della cronaca langue, ecco che viene rimbalzata da un giornale locale (Il Resto del Carlino), ad uno nazionale (Il Corriere della Sera) fino al Tg2.

Proprio sul Corriere, la storia viene intercettata da Massimo Gramellini e dalla sua rubrica quotidiana il quale ne fa un pezzo sul disimpegno delle nuove generazioni (sic!):

“Può darsi che, a dispetto delle statistiche, la situazione non sia ancora così disperata da rendere appetibili i lavori stagionali”.

Questo avviene il quindici luglio, quattro giorni dopo che la notizia è comparsa sul Resto del Carlino (come dicevamo, l’estate è crudele con i giornalisti: non succede mai niente!).

Accade che poi, inaspettatamente, Alessandro Gilioli sul blog dell’Espresso “Piovono rane” si ponga la giusta domanda e faccia quello che una testata nazionale avrebbe dovuto fare da subito: contatta l’albergatore protagonista della vicenda.

Ciò che segue è un twist degno di un giallo: pare che in realtà l’albergatore in questione avesse postato “l’annuncio” sulla sua pagina Facebook (non canali ufficiali, solo una pagina privata), interessato a coinvolgere solo gente di sua conoscenza.

Sorpresa, sorpresa, nei seguenti quattro giorni aveva già ricevuto centinaia di curriculum.

E’ curioso che in un momento così delicato per l’editoria cartacea e “mainstream”, con lo spettro delle fake news e della post verità alle porte, nessuno abbia pensato di controllare meglio quella che a tutti gli effetti appariva a prima vista come una balla.

A conti fatti, nulla di tutto questo sarebbe stato scritto se qualcuno avesse fatto il proprio dovere ed alzato il telefono per parlare col diretto interessato. E benché si tratti di innocue chiacchiere che lasciano il tempo che trovano, gettano una sinistra ombra sulla qualità dell’impegno che certi giornalisti di professione ci mettono nel ricercare le notizie che vengono riportate.

Non è forse anche questa una fake news? Una notizia chiaramente falsa diffusa dal nostro bisogno di dare uno sfogo alla rabbia che ci cova dentro e che non vediamo l’ora di riversare su di una tastiera?

Fortunatamente si tratta solo di un fatto di cronaca locale, di quelli che compaiono e causano sdegno nella gente il tempo necessario prima di cadere nell’oblio. Ma racconta molto anche di quel risentimento paternalistico che gli editorialisti italiani sembrano dover esprimere sulla carta almeno un paio di volte al mese e che ha come bersaglio le nuove generazioni (il più delle volte).

Conflitto generazionale

E’ ormai un fatto assodato che i media italiani usino la categoria demografica dei “giovani” in modo un po’ arbitrario a seconda delle necessità e dell’umore dell’articolo. Ora sono la categoria sociale più vessata e umiliata della storia, dieci minuti dopo sono degli ingrati che non sanno cosa sia la vera povertà o il duro lavoro.

Tante parole e lacrime che rivelano solo una implicita difficoltà di inquadramento della categoria. Chi sono questi giovani? Cosa vogliono davvero dalla vita? Lavorare tanto o vivere di sussidi? Lasciare il paese o lavorare esclusivamente a cento metri da casa?

Questa confusione si esplicita perfettamente negli editoriali vagamente reazionari di un gruppo di giornalisti che ha fatto del qualunquismo come critica sociale il loro cavallo di battaglia. Ne fa parte Gramellini ma anche Michele Serra, un tempo il sagace giornalista di Cuore, oggi impegnato in una strenua opera di persuasione per convincere le masse di quanto gli anni settanta fossero un periodo meraviglioso ed eroico e non, diciamo, un epoca di terrorismo, embargo petrolifero e guerra fredda (per non parlare della moda discutibile).

Da sinistra Michele Serra, Vittorio Zucconi e Massimo Gramellini. Festival Internazionale del Giornalismo (23/04/2010) via Wikimedia Commons.

Quando questo giornalismo senile di sinistra (mi duole dirlo) usa l’amalgama de “i giovani” nei propri articoli (a qualunque cosa stiano pensando quando usano questa parola) lo fanno usandolo come parafulmine emotivo, ora per piangerli, ora per ammonirli in una patetica comparazione continua tra generazioni che non hanno nulla in comune, con problemi diversi e aspirazioni e valori difficilmente sovrapponibili (come sicuramente è stato tra loro ed i loro padri e nonni).

Gramellini, anche su altri temi, ha fatto di questa retorica un arte.

Generalizzare non aiuta ovviamente nessuno. La disoccupazione giovanile, pur avendo perso qualche punto negli ultimi due anni, non smette di essere un problema solo perché si presume che un paio di diplomati abbia detto di no ad un posto di lavoro stagionale. Il problema è che sia liquidare i giovani come sconfitti o come choosy costituisce un errore implicito, perché (magari sembrerà un idea rivoluzionaria) le generazioni sono costituite principalmente da persone, non stereotipi.

Questa presunta generazione “disimpegnata” o “sfigata” è in effetti la più istruita fino ad ora, la più cosmopolita e la più tollerante, oltre che la prima pronta a rinunciare alle sicurezze sindacali acquisite, rispetto a chi l’ha preceduta (il posto fisso è un miraggio, ma non è necessariamente percepito come una perdita per molti ragazzi).

Persino lo stereotipo dell’astensione si sta pian piano ridimensionando.

Dati recenti dimostrano infatti che il mito dei giovani che non votano si sta rivelando, appunto, un mito. Non è infatti vero che l’astensione è cresciuta: al contrario dal 2013 è aumentata la partecipazione, assieme all’attivismo (nel mondo, ma anche in Italia). Basta guardarsi intorno per capire che a livello globale in questo momento il fronte “progressista” o più genericamente di sinistra è tenuto in vita praticamente dall’attivismo dei ragazzi (il Labour inglese, il Partito Democratico Americano, l’Spd di Martin Schulz, solo per citare i principali). Semmai, il problema è che non votano come ci si aspetterebbe.

E pur riconoscendo che in Italia i giovani abbiano inequivocabilmente fatto la forza del M5S di Grillo in questi anni, sarebbe ingiusto non citare per esempio tutti quei ragazzi che nel PD tengono in piedi l’attivismo con passione pur nel caos della perdita dell’identità che (nel bene e nel male) in questi tempi incerti attraversa il partito.

Può anche darsi, per tornare all’articolo di Gramellini, che ci siano ragazzi là fuori che possono (per ragioni che non conosciamo) decidere di rinunciare ad un impiego o di sindacare fino allo stremo sulle condizioni. Il punto è che estendere il giudizio a tutti i giovani non è solo stupido. E’ offensivo.

I giovani non hanno bisogno né di pietà né di moralismo. I giovani hanno bisogno di spazio e di esempi positivi a cui ispirarsi. Anche perché perpetuare un idea anche vittimistica di se stessi non fa il bene dei ragazzi. Li avvilisce e li spinge a cercare un nemico da abbattere (fornito prontamente dal vecchiaccio che li giudica viziati subito dopo averli compatiti, insomma).

Qualcuno già parla di una lotta generazionale che avrebbe sostituito quella classica di classe. Considerando le tante porcherie che le parti coinvolte avevano prodotto nei favolosi anni settanta di Serra, c’è da augurarsi che questa nuova lotta si risolva in una riconciliazione, più che in un vero conflitto. Giusto perché i nostri figli non debbano subire la nostra frustrazione e rabbia irrisolta tra trent’anni.

Trovare la propria voce

Ovviamente il problema non esula i giovani stessi dalla responsabilità di contraddire questi padri inconsapevoli. E’ un dato di fatto che questa generazione sia molto meno numerosa di quella dei cosiddetti Baby Boomers ma ciò non vuol dire che la loro voce non abbia un peso. Questi editoriali paternalistici e piagnoni sono forse anche il risultato di una mancata risposta da parte dei ragazzi, che lasciano che siano gli altri a parlare di loro (o per loro).

Questo mentre, in realtà, i criptici Millenials (così difficili da inquadrare) rappresentano una parte consistente della forza lavoro e culturale di questa nazione, oltre ad essere, lo si accetti o no, anche la classe dirigente del futuro.

Verrà anche il loro momento, e avranno facce diverse da chi li ha preceduti e nuovi valori da trasmettere.

Ma a questo punto è necessario che ci si inizi a raccontare, a parlare per se stessi, per non farsi travolgere dalla disperazione di chi non comprende più il presente e si aggrappa disperatamente al suo passato, non potendo più immaginare un futuro.

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