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Murakami Haruki: un Nobel mancato

Di: Anna Maria Cacco

È con grande sorpresa di tutti che il 13 ottobre di quest’anno il Premio Nobel per la letteratura viene assegnato a Bob Dylan. Molti erano entusiasti di questa scelta. Molti americani, quelli in grado di intendere una notizia del genere, si sono subito sentiti in dovere di intasare i cari, vecchi social con così tanti “OMG”, “WOW” e “SERIOUSLY?!’1!1” da non reggere il confronto con i fan di Game of Thrones sconvolti per l’ennesimo protagonista trucidato.

Reazioni molto più interessanti sono state quelle dei grandi autori candidati al Nobel, che ci hanno regalato una lunga lista di esempi su come manifestare il proprio disappunto in maniera pacata ed elegante e, soprattutto, senza finire in galera. È qui che entra in scena Haruki Murakami, autore, saggista e traduttore di Tokyo il quale, dopo aver represso a forza di testate contro il muro la frustrazione, posta provocatorio su facebook la copertina del suo romanzo Novergian Wood commentando “Don’t feel sorry for yourself. Only assholes do that” (“Non sentirti dispiaciuto per te stesso. Solo gli stronzi lo fanno.”) e suscitando un profondo senso di commozione e vicinanza tra i suoi lettori.

Ma quale dote ha illuso Murakami di poter essere scelto dall’Accademia di Svezia?

La particolarità del suo stile è senza dubbio la capacità di organizzare i romanzi con più livelli di realtà: i personaggi, all’inizio della storia, sono costretti ad attraversare le porte che separano i mondi e da quel momento in poi tutte le loro scelte hanno conseguenze in entrambe le dimensioni; tuttavia il “mondo parallelo” dove quei poveri diavoli approdano non è affatto un’isola che non c’è, perché questo è la copia esatta della realtà, con il buco nell’ozono, le armi di distruzione di massa, gli OGM, Twilight, il Nobel a Bob Dylan ecc, fatta eccezione per alcuni piccoli, ma mai trascurabili, fatti discordi tra la conoscenza della dimensione passata e la riscoperta di quella futura. Una simmetria non immediata, studiata fin nel dettaglio purché risulti plausibile e surreale ad un tempo.

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Nella trilogia 1Q84 questa sottile tecnica narrativa viene assaporata ad un livello molto più concreto rispetto alle altre sue opere, al punto da diventare la linea portante di tutta la storia.

Il primo capitolo del primo volume mette subito in scena una delle famose porte sopracitate, e Aomame, pur di sfuggire al traffico intenso di Tokyo e ad un’improbabile sinfonietta in loop all’interno del taxi, si ritrova -ben volentieri- costretta ad attraversare la soglia, con tanto di descrizione particolareggiata sulla difficoltosa discesa di una scala a pioli in minigonna e tacchi alti. E proprio quando Aomame ritiene di doversi togliere i collant strappati, la fine del capitolo sorprende il lettore come una secchiata d’acqua fredda. Una seconda arriva quando, voltata la pagina, si ritrova a seguire Tengo, il professore di matematica con la vena letteraria. La narrazione prosegue così, alternando le vicende piccanti di Aomame, l’assassina seriale di stupratori, a quelle più investigative di Tengo alle prese con una ragazzina problematica e il suo libro, ovvero la stesura fantasiosa e improbabile dei suoi viaggi mentali.

Per quanto le due storie e i protagonisti possano sembrare distanti tra loro, pagina dopo pagina si comincia ad intravedere un sottilissimo legame, una luce fioca che, nel momento in cui viene individuata, si nasconde nella pagina a seguire, lasciando il povero lettore in balia di una suspance che lo costringe ad andare avanti, a sorbirsi capitoli di interminabili monologhi senza battere ciglio, per gioire nel momento in cui la sotryline di Aomame si getta nell’erotismo. Ricorda un po’ la tattica adottata dalla HBO, l’alternanza di scene serie e intellettualmente impegnative con scene altrettanto lunghe di sesso per tenere alta “l’attenzione”. Geniale. Il mondo parallelo di 1Q84 è reso con un realismo tale da far sorgere spesso il dubbio se ciò che viene descritto sia effettivamente una dimensione differente o se i personaggi siano ritornati di qua durante un passo all’apparenza non significativo. E Murakami riesce a carpire la mente e l’anima del lettore con l’eleganza di uno stile semplice e pulito, privo di abbellimenti eccessivi o inutili salti pindarici.

Continuare a svelare i particolari di questa trilogia equivarrebbe a rivelare informazioni preziose, e citarle in una rubrica non saprebbe lasciare lo stesso senso di stupore e meraviglia che coglierebbe nel leggere la storia; certo è che Murakami ha avuto le sue buone ragioni per gettare il malocchio su Dylan.

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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