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(Mal)educazione sessuale

Di: Davide Vicini

L’educazione sessuale è una materia che ha spesso suscitato reazioni oscillanti tra divertimento e vergogna, considerato il tabù del discorso pubblico sul sesso (che tra l’altro è invece oggetto da sempre anche dei discorsi di ragazzine e ragazzini). Questo mondo ridotto al privato, che porta un lieve rossore se affrontato tra i banchi di scuola, è stato però introdotto nei programmi della pubblica istruzione; ciò per far fronte a diverse problematiche sociali come quella rappresentata dalle malattie sessualmente trasmissibili, dalle gravidanze indesiderate (soprattutto in giovane età, ma anche in situazioni socio-economiche che non siano in grado di garantire la crescita del figlio) o dalle violenze sessuali.. Il tema misterioso e inattingibile della sessualità viene dunque portato fuori dal suo cupo antro di timori e pudore per essere riconsiderato come una pratica costitutiva dell’essere umano, e che, in quanto tale, può essere discussa senza problemi.

I metodi di approccio a questo tema sono vari, visto che il valore di un insegnamento del genere risiede anche nell’approccio pedagogico che viene utilizzato: qui non si ha a che fare con del mero nozionismo riguardo alla composizione delle mucose uterine o a cosa siano le tuba di Falloppio, ma di conoscenze che hanno un valore immediatamente pratico nella vita degli individui. È dunque necessario un atteggiamento che, senza demonizzare il sesso, responsabilizzi però l’allievo. Quello che verrà mostrato in questo articolo non è però un “buon metodo” di fare educazione sessuale, bensì tutto l’opposto, con la profonda convinzione che l’esempio negativo possa avere, se non di più, almeno la stessa forza di quello positivo.

Parliamo qui degli Stati Uniti d’America. Negli USA, solo in 24 stati (più il Distretto di Columbia, ossia Washington) su 50 l’educazione sessuale è obbligatoria. I dati più affascinanti sono però altri.

Solo 20 stati richiedono che quest’educazione, una volta fornita, sia medicamente accurata. È qualcosa di incredibile. Cosa significa fornire un’educazione sessuale non medicamente accurata? Perché è necessaria una specificazione di questo tipo? E perché solo una minoranza di stati, prescindendo dall’obbligatorietà o meno dell’insegnamento, accetta questa basilare imposizione?

Qui le immagini di una protesta, questa volta in Ontario, regione del Canada, contro un nuovo programma di educazione sessuale (fonte The Irish Times)

Qui si intravede ancora in maniera netta la distanza che separa il sapere sulla sessualità rispetto agli altri saperi che possediamo. Sarebbe assurdo che la biologia o la chimica ci venissero insegnati in una maniera non scientificamente accurata, o che la storia ci venisse insegnata a completa discrezione del professore a cui il sistema scolastico ci affida. Il sesso non può essere oggetto di studio, è troppo intimo, personale, non può essere trattato come ogni altra cosa. Non sarà un medico a dirmi come devo scopare, suvvia. Di sesso si può parlar solo per metafora, non si può dar scienza di qualcosa di così sfuggevole, di qualcosa di così vergognoso e sporco.

Ed è proprio da questo lato peccaminoso e sudicio del sesso che sorge un’altra statistica, che comparata alla prima aiuta ad inquadrare il tabù della sessualità. 37 stati americani richiedono che, qualora l’educazione sessuale venga erogata nelle scuole, siano fornite informazioni anche riguardo all’astinenza sessuale. Per 11 di questi stati, l’astinenza deve essere coperta dall’insegnamento, per 26 invece essa deve essere particolarmente accentata. L’Abstinence-only sex education, è una forma di educazione sessuale che prevede come fulcro dell’insegnamento il fatto di non avere sesso al di fuori del matrimonio, opponendosi dunque anche all’uso di contraccettivi.

Dal 1982 ad oggi, il governo americano ha speso una cifra che supera i 2 miliardi di dollari per finanziare programmi di educazione all’astinenza. Dopo aver avuto un aumento durante la presidenza Bush, con la previsione per il 2017 dell’amministrazione Obama tali fondi sono stati tagliati, vista l’inefficienza del progetto: ad oggi 11 stati americani hanno valutato l’impatto dell’abstinence-only sex education, senza rilevare nessuna diminuzione nell’attività sessuale degli adolescenti. Secondo uno studio che si può ritrovare qui , si può vedere come la maggior parte, per non dire tutti i risultati reclamati da questa forma di educazione siano infatti da attribuire ad altri fattori: un esempio è la diminuzione del tasso di maternità adolescenziali, attribuibile per l’86% ad un maggior uso di contraccettivi. Come riferisce Forbes , però, i tagli non afferiscono unicamente alle educazioni volte all’astinenza: l’amministrazione Trump ha appena tagliato 213 milioni di dollari dai progetti di prevenzione delle gravidanze tra adolescenti. 

Donald Trump, presidente USA.
Donald Trump, presidente USA.

Ritornando all’abstinence-only sex education (senza soffermarsi troppo sulle scellerate politiche trumpiane) nonostante il taglio dei fondi, tali pratiche educative rimangono in voga. Il problema, in questi casi, non è unicamente l’inefficienza del sistema, ma anche il quadro che fuoriesce dalle campagne orientate all’astinenza, soprattutto per quanto riguarda la figura della donna. Prenderò in esame due video a mio parere estremamente significativi.

Il primo mostra due giovani ragazzi appena sposati. Il ragazzo estrae da una scatola di cartone delle snickers rovinate, quasi a brandelli, in cui “sembra sia passata tutta la squadra di football”. Il paragone istituito è tra la vagina di una donna ed un vecchio paio di scarpe, consumato dall’uso eccessivo. La ragazza alla fine, guardando in camera, si rammarica di non essersi impegnata prima nell’astinenza.
Nel secondo mostra l’intervento di una “teorica” dell’astinenza, Shelly Donahues, ad una sua conferenza. L’esperimento che viene proposto consiste nell’attaccare una nastro adesivo alle braccia di diversi ragazzi, a turno. Che cosa si dimostra? Che passando da un ragazzo all’altro il nastro adesivo perde aderenza, e con essa la sua capacità di “legare”. La metafora è qui talmente bassa e viscida che non mi fermerò nemmeno a spiegarla.

Ciò che esce da campagne come queste è preoccupante. La sessualità viene mutilata dalla vita, occultata in una sfera che deve rimanere nascosta e non riaffiorare mai, se non nell’intimità post-matrimoniale. La donna è deturpata dall’attività sessuale, che sembra portar via un pezzo di lei ad ogni amplesso, lasciandola colpevole ed irredimibile, peccatrice senza perdono. L’educazione diviene moralistica e ingombrante, in un miscuglio di stato e religione che non mira più a fornire allo studente gli strumenti per poter godere al meglio della sua vita, ma ad orientare quest’ultima su binari prestabiliti, facili da controllare ed incasellare, secondo vecchie idee bigotte.

Qui non si mira a sostenere che l’astinenza sia “sbagliata”. Non c’è giusto o sbagliato in questi temi. Quello che si vuole qui mettere in chiaro, è che l’astinenza, se praticata, deve essere una scelta. E in quanto tale non deve essere dettata da strutture ideologiche che dipingano la donna come un “usa e getta”, o che contornino le rappresentazioni della sessualità con le fiamme dell’Inferno. Ciò che si vuole combattere è un’educazione che non adempie le sue funzioni, che crea differenze sociali campando ancora sulla millenaria logica “puro/impuro”, che nasconde la polvere sotto al tappeto, che combatte l’HIV vietando il sesso.

Perché il corpo, infine, da prigione diventi casa, da curare e godere: non condanna, ma inestricabile compagno di vita.

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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