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L’UOMO PUÒ ESSERE VITTIMA?

di: Federico Giordani e Daniele Tarabini

 

In Italia la violenza sulle donne è una triste consuetudine, di cui ci siamo recentemente occupati. Secondo l’indagine pubblicata dall’Espresso, solo nello scorso anno sono state 120 le donne uccise dal loro compagno, molto giovani (per lo più tra i 18 e i 30 anni) e per tre quarti di nazionalità italiana, a confermare che il fenomeno è ancora oggi ben radicato e non accenna ad attenuarsi. Anche l’Internazionale si è occupato del tema, con un articolo dedicato ai centri che rieducano gli uomini condannati per abuso e violenza, portando il carcere di Milano-Bollate come esempio da seguire. Poco spesso però viene raccontata la violenza subita da coniugi e familiari in cui il genere è invertito, dove l’uomo è la vittima e la donna è il persecutore, e parlandone sembra che queste situazioni siano marginali, secondarie, eccezioni alla narrazione mainstream sul tema. Anche i pochi articoli usciti in Italia hanno solitamente carattere esemplare (come, ancora una volta, l’Internazionale) senza scavare a fondo nelle cifre e nell’estensione del fenomeno, o ancora vengono strumentalizzati da associazioni apertamente sessiste come il Men’s rights movement o testate famose per i loro titolisti di dubbio gusto (vedi Il Giornale).

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Le scarpette rosse simbolo del Giorno mondiale contro la violenza contro le donne (25 novembre)

 

Una sintesi del fenomeno negli Stati Uniti è stata data da John Archer in una meta analisi (cioè in una ricerca che raggruppa più ricerche) condotta su 48 studi, utilizzando tecniche statistiche che permettessero di trarre conclusioni generali dalla somma totale dei campioni. Mentre i ricercatori dei conflitti familiari (e.g., Straus 1990; Straus & Gelles, 1988) affermavano che le aggressioni tra partner coinvolgevano entrambi i sessi allo stesso modo, ricercatori femministi (e.g., Pagelow, 1984; Walker, 1989) ed evoluzionisti (e.g., Shackleford & Buss, 1997; Wilson & Daly, 1992) indicavano nell’uomo la principale figura abusante, motivando questa asimmetria con la presenza del patriarcato o di motivi evolutivi, rispettivamente. Sembra però che la quantità di aggressioni siano più o meno equivalenti (con un maggior numero di uomini abusanti in certi campioni, e al contrario, un maggior numero di donne abusanti tra coppie giovani). La sostanziale differenza stava nelle ferite riportate dalle vittime, dove le aggressioni maschili avevano una maggiore probabilità di portare al ricovero della vittima. D’altra parte, anche così le vittime ricoverate erano per un terzo uomini.

Per quanto riguarda le tattiche preferite dai sessi, le donne sembravano ricorrere più spesso a “lanciare oggetti”, “schiaffeggiare”, “calciare, mordere, colpire”, mentre gli uomini ricorrevano più frequentemente a “picchiare”, “spingere, prendere” e “soffocare, strangolare”. L’uso di coltelli e armi non sembrava subire l’effetto della variabile di genere.

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Classificazione del Conflict Tactics Scale, utilizzate nella maggior parte degli studi analizzati da Archer

 

All’interno della variegata galassia dei movimenti femministi, non mancano però i contributi teorici e le riflessioni relative alla vittimizzazione degli uomini nelle dinamiche di coppia. Basta scorrere rapidamente siti femministi della terza ondata come Bossy per notare come la questione ad esempio degli stupri maschili sia ampiamente trattata dalle testate dichiaratamente femministe. Anche Simone de Beauvoir, madre del femminismo moderno, già nel suo “il Secondo Sesso” descriveva come la cultura della mascolinità danneggiasse gli uomini stessi sottoponendoli a ridicoli stereotipi e convenzioni.
Se da un lato, pertanto, i movimenti femministi hanno trattato l’argomento delle difficoltà maschili e delle violenze subite dagli uomini, questa non si è precipitata in uno standard condiviso, se non altro non a livello accademico. In questo caso ci occuperemo di quest’ultimo, consapevoli della complessità dei differenti approcci che si intrecciano fuori dalle università.

Parte del problema che ha lasciato questi uomini da soli, senza l’aiuto che le controparti femminili hanno conquistato con anni di lotta e che ha portato ad una rete di infrastrutture e associazioni capaci di sostenere le vittime di abuso, è forse il fatto che buona parte del racconto al grande pubblico della violenza nella coppia sia stato condotto nell’ambito del Femminismo. Quest’ultimo, soprattutto sul piano accademico, ha condotto un’analisi fine delle dinamiche di potere che hanno oppresso le donne, sul piano politico, culturale e sociale. D’altra parte queste dinamiche incentrate sul patriarcato, mentre percepiscono accuratamente dinamiche familiari e della vita pubblica in cui le vittime sono donne, non sembrano mettere a fuoco il più ampio campo delle IPV (Intimate Partner Violence) e delle violenze familiari, focalizzandosi solo sulle situazioni di Patriarchal Terrorism (Hines, Brown, Dunning, 2007). Mentre questo tipo di abusi è stato giustamente l’obbiettivo di campagne di sostegno per le vittime ed esposizione del problema, l’interpretazione ha involontariamente sovrapposto la categoria violenza domestica e abuso sulle donne, almeno per quanto riguarda i movimenti femministi inglesi, rendendo invisibili gli uomini a tutti gli strumenti di aiuto e di copertura a cui le vittime di sesso femminile hanno potuto invece appoggiarsi.
Si tratterebbe quindi di partire dal lavoro che già è stato fatto , ampliandolo anche a categorie di vittime che fino ad oggi non sono state l’obbiettivo privilegiato di consultori, alloggi e aiuto psicologico. Anche perché, spostando la prospettiva dal punto di vista del movimento femminista, non sono anche questi uomini vittime nel modello patriarcale, in cui il fatto di essere stati vittime di violenza da parte delle donne implica una perdita di mascolinità? Anche all’interno di questo modello sembra possibile un’integrazione, e le diverse teorie esplicative non si escludono a vicenda. Eppure sembra che non sia stata questa la via privilegiata.

Ally Fogg, giornalista di Manchester, scrive sul Guardian di come la tentazione sia stata, negli ultimi anni, di trattare il problema della violenza sugli uomini come un’appendice alle politiche dedicate alle donne. Al rapporto del Crown Prosecution Service (che si occupa di perseguire i crimini in Inghilterra e Galles) Violence Against Women and Girls è stato semplicemente aggiunto “(inclusive of data on man and boys)”, un’aggiunta quasi marginale ad un problema che è invece fortemente strutturale, costituendo quasi un quarto delle vittime dei “crimini d’onore” e il 40% delle vittime del traffico umano e della prostituzione, oltre al 16,7% di chi subiva abuso domestico.
Anche nell’amministrare i fondi si riscontra lo stesso atteggiamento da parte del governo conservatore inglese, che ha dirottato parte di essi dal Violence Against Women Found alle associazioni che si occupano dei sopravvissuti a stupro e abuso domestico su uomini e ragazzi; sottraendo sovvenzioni importantissime alle associazioni che si occupano delle vittime di sesso femminile. In Inghilterra come in Italia è necessario che le due questioni vengano trattate e finanziate secondo due programmi differenti, ognuno attento alle specifiche differenze di genere che connotano i due fenomeni. La violenza e l’abuso non si realizzano esclusivamente della dinamica “uomo abusante-donna abusata”, ma si declinano in modo differente tra entrambi i partner. Ed è in questo modo che va affrontata.

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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