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Credits: Reuters, Leaders of euro zone's biggest economies back multi-speed Europe. http://www.reuters.com/article/us-france-summit-idUSKBN16D2LW?il=0
Credits: Reuters, Leaders of euro zone's biggest economies back multi-speed Europe. http://www.reuters.com/article/us-france-summit-idUSKBN16D2LW?il=0

L’Europa a due velocità: l’inizio della fine

Di: Tiziano Breda

Sotto Teodosio I l’Impero Romano fu per l’ultima volta unito. Teodosio nominò suoi eredi con pari dignità i figli: l’Impero romano d’Occidente al figlio Onorio, mentre quello d’Oriente o Impero bizantino (da Bisanzio, la sua capitale) al figlio Arcadio. Alla sua morte, avvenuta nel 395, l’Impero si divise pertanto in due parti, che non furono mai più riunite. Qualche decennio dopo, l’Impero Romano d’Occidente decadde, mentre quello d’Oriente resistette per quasi un altro millennio prima di sciogliersi. Lo so, lo so, cosa c’entra l’Impero Romano con l’Unione Europea? Ebbene, se proviamo a sostituire la morte di Teodosio I con l’uscita del Regno Unito dall’Unione e la creazione dei due imperi con quella dell’Europa a due velocità, beh secondo me il paragone non è poi così strampalato.

Certo, se nemmeno l’amore è per sempre, nessun progetto nazionale o internazionale può avere la presunzione di durare imperituro fino al doomsday, però nel campo delle relazioni internazionali le scelte strategiche c’entrano e contano eccome. La Brexit offre una straordinaria opportunità per l’Unione Europea di fare dei passi avanti nel processo d’integrazione. Pur essendo un partner commerciale di fondamentale importanza (cosa che potrà benissimo continuare ad essere da paese non-membro, visto che presumo che un trattato di libero scambio sarà fondamentalmente la soluzione migliore per tutti), la Gran Bretagna non ha mai fino in fondo creduto nel progetto politico europeo, anteponendo gli interessi economici nazionali allo sviluppo delle comunità europee (per carità, anche altri paesi, come la Francia, non è che siano stati da meno in più di qualche occasione). La sua dipartita apre lo spazio per una maggiore integrazione nel campo delle politiche di difesa comune, per esempio, e in quello dell’integrazione monetaria. Senza il Regno Unito, i paesi della zona Euro rappresenteranno più dell’85% dell’economia europea e avranno sicuramente maggior potere decisionale. La speranza è che finalmente si decidano ad affiancare all’integrazione monetaria delle politiche fiscali adeguatamente armonizzate. Ma gli altri 8 stati membri dell’UE che non usano l’euro come procederanno? Proprio su questo punto sorge la controversia sulla quale vorrei concentrare l’attenzione: l’idea di un’Europa a due velocità.

L’Europa a due velocità non è un’idea nuova. Nella storia dell’UE in varie occasioni alcuni stati membri

Credits: Wikipedia, File Talk: Supranational European Bodies, https://en.wikipedia.org/wiki/File_talk:Supranational_European_Bodies.png
Credits: Wikipedia, File Talk: Supranational European Bodies, https://en.wikipedia.org/wiki/File_talk:Supranational_European_Bodies.png

hanno deliberatamente scelto di non partecipare alla formulazione di specifiche iniziative o politiche europee. L’idea di creare una moneta unica ha sempre trovato l’opposizione di paesi come la Danimarca ed il Regno Unito, creando il cosiddetto sistema degli opt-out, che ha di fatto fratturato le politiche monetarie europee. Sia chiaro, si tratta di uno dei progetti più ambiziosi della Comunità Europea, poi Unione. Stampare la moneta nazionale è uno dei simboli più evidenti della sovranità di un paese. Adottare una valuta comune significa quindi di per sé sposare la causa dell’integrazione europea, cedendo parte di tale sovranità per un bene comune. Per alcuni paesi, tuttavia, ciò ha anche comportato evidenti problemi per l’economia nazionale. I parametri stabiliti per far parte della moneta unica sono stati infatti modellati sulla base delle principali economie dei paesi dell’Europa Centrale, ai quali gli Stati Mediterranei hanno fatto fatica ad adattarsi. Far parte del circolo di paesi della zona euro, comunque, significa per questi ultimi rimanere agganciati alla locomotiva tedesca e, di conseguenza, presentarsi al resto del mondo in maniera più credibile. Per raggiungere tale obiettivo c’è persino chi ha fatto “carte false”, che in ultima analisi hanno contribuito al peggioramento della propria situazione economica. Primo su tutti è stato il caso della Grecia, la quale non è mai veramente riuscita a rispettare tali parametri, e anzi è stata autorizzata ad adottare la valuta comune nonostante avesse fornito all’epoca performance e dati economici evidentemente falsi. L’Italia stessa non ci è andata così lontano fino ad ora.

L’Accordo di Schengen è un altro esempio evidente di un’Europa a diversi livelli d’integrazione. Il simbolo della sovranità nazionale colpito da tale accordo fu in quel caso il controllo dei propri confini, sostituito dall’idea che chiunque risiedesse nei paesi parte dell’accordo avesse il diritto di circolare liberamente all’interno dei confini di tali paesi. Come ci si poteva aspettare, il Regno Unito non partecipò nemmeno a questo progetto, che invece è stato accolto, ad oggi, da 26 paesi membri dell’UE più 4 non membri. Anche in questo caso, il processo non è stato completamente lineare e l’armonizzazione dei sistemi di sicurezza alle frontiere non sempre è stata frutto di una scelta politica volontaria. Occorre notare che a 4 paesi membri l’adesione allo Spazio Schengen è stata posta come condizione per entrare a far parte dell’UE (Bulgaria, Cipro, Croazia e Ungheria).

Ora, non ci sono dubbi che l’enorme allargamento del 2005 abbia creato scompensi nel processo d’integrazione europea e bisogna ammettere che probabilmente è stata una mossa azzardata. Le profonde differenze economiche e politiche che caratterizzavano i paesi che fino all’inizio degli anni ’90 erano dall’altra parte della “Cortina di Ferro” hanno ostacolato in molti casi il verificarsi di possibili passi avanti. Per esempio, si sono creati dei sottogruppi come il VISEGRAD (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria) che hanno spesso trovato nel presentarsi come un singolo attore una maggiore forza di negoziazione, opponendosi all’adozione di misure che in qualche modo potessero arrecare danno ad uno dei 4 paesi membri. Ciò si è dimostrato per esempio nell’impossibilità di trovare una posizione comune sulla gestione dei migranti e sta oggi permettendo ad Orban di adottare le politiche che non mi vergogno a etichettare come criminali. Dall’altra parte, i membri “di vecchia data” non sono mai stati da meno e si riuniscono spesso a gruppi di 3-4 o in incontri bilaterali che a poco servono per creare un discorso inclusivo e unificante. Proprio questo è avvenuto nel mini-vertice tenutosi a Versailles lo scorso 6 Marzo tra i capi di governi di Italia, Francia, Germania e Spagna, in cui è stata ribadita la necessità di un’Europa a due velocità come percorso preferenziale per il futuro dell’UE. Il caro Macron, che grazie a Dio ha sconfitto la Le Pen alle presidenziali, è un grande sostenitore di quest’idea, tanto da erigerla a perno della sua politica europea, insieme al recupero dell’asse franco-tedesco, che ha dimostrato di essere effettivamente un elemento determinante nel percorso d’integrazione.

Credits: VoxEurope, A Multi-Speed Europe. http://www.voxeurop.eu/en/2017/european-council-5120814
Credits: VoxEurope, A Multi-Speed Europe. http://www.voxeurop.eu/en/2017/european-council-5120814

L’idea di un’Europa a due velocità, due livelli d’integrazione diversi, due diverse direzioni, è etimologicamente contraria allo spirito europeo. E’ la subdola scorciatoia che evita di affrontare le incongruenze politiche e tentare di trovare un compromesso. Il progetto europeo è nato e cresciuto con l’intenzione di sanare tali differenze (da qui il motto “uniti nella diversità”). La prospettiva di un gruppo di paesi che armonizzeranno sempre di più le proprie politiche, contrapposto ad un altro che resterà indietro, non farà che aumentare tali differenze, oltre che le tensioni tra i due blocchi. In uno scenario di questo tipo, trovare una posizione comune sulle decisioni di politica interna tanto quanto quelle di politica estera risulterebbe ancora più difficile. Per esempio, uno dei punti cruciali di cooperazione dei paesi “più integrati” è la politica estera. Tuttavia, pensare di poter prendere decisioni più efficaci in materia di proiezione esterna dell’UE, se non la si rappresenta nemmeno nella totalità dei suoi membri, pone dei seri problemi di credibilità. Che poi, parliamoci chiaro, molti paesi sono nell’UE in gran parte per i benefici del mercato unico e per i fondi per lo sviluppo regionale. Quale incentivo dovrebbe avere un paese come l’Ungheria, il cui primo ministro sta apertamente osteggiando il progetto europeo, ad adottare politiche più “europeiste” se venisse escluso dal concerto dei “più integrati”? Al contrario, si sentirà semmai ancor più legittimato a criticare ulteriormente i “cattivoni di Bruxelles” che stanno lasciando il popolo ungherese indietro. L’allargamento del 2005 ha creato disordine e dissestato la solidità politica del nucleo dei paesi comunitari di vecchia data? Ritengo di sì. La soluzione è quella di fratturare l’UE in quelli che ci credono di più e quelli che ci credono di meno o non sono nelle condizioni di adottare determinate politiche? Credo di no. La mia speranza è che questo discorso venga usato come una sorta di monito, di “bastone” che i leader dei principali paesi europei vogliono mostrare in cambio della “carota” di un’Europa più unita e forte in questo momento storico particolarmente delicato.

In questo caso, dev’essere ribadito il concetto che far parte dell’Unione Europea non può significare solamente aver accesso ad una serie d’incentivi economici, per quanto essi costituiscano, purtroppo, il principale elemento di comune accordo tra i paesi membri e quelli candidati. Non c’è dubbio che la lezione sull’allargamento sia stata appresa e d’ora in avanti si farà più attenzione nella selezione di coloro che credono anche nel progetto politico europeo. Tuttavia, se qualcuno dei paesi che sono entrati recentemente non è disposto a credere in tale progetto, credo sia responsabilità degli altri paesi membri esortarlo a richiedere l’attivazione dell’articolo 50, visto che ormai si è più o meno capito cosa sia e come debba funzionare. La speranza rimane, ovviamente, che non si debba arrivare ad adottare delle misure così estreme.

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