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Io, sopravvissuto nelle carceri di Assad

Di: Francesca Bellisai e Mattia Bagherini 

—– Attenzione: l’articolo può contenere immagini forti —–

 

La crisi siriana ha prodotto una delle peggiori emergenze umanitarie dalla Seconda Guerra mondiale in poi, lasciando quasi 5 milioni di rifugiati, 6,3 milioni di sfollati interni e 13,5 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari.
Questo conflitto è scoppiato nel 2011, dopo che le proteste nate sull’onda delle Primavere Arabe, che chiedevano più democrazia e diritti, sono state represse nel sangue dal Presidente siriano Bashar Al-Assad, la cui famiglia detiene il potere dal 1970.
Questa guerra si è internazionalizzata dal momento in cui i Paesi occidentali hanno invocato a gran voce la fine del governo Assad, reo di essere uno spietato dittatore, mentre Paesi come Russia, che in Siria ha 2 basi navali che si affacciano sul Mediterraneo, e altri alleati della Siria come Iran, Venezuela e, a suo modo, Cina, hanno manifestato il proprio sostegno al Presidente siriano. Il risultato è un conflitto che va avanti da 6 anni e che ha lasciato sul campo 400mila vittime.


Amnesty International,
organizzazione internazionale che si occupa della tutela dei diritti umani, ha documentato la morte di 13.500 siriani solamente nel carcere di Mezzeh a Damasco in soli due anni (dal 2013 al 2015), sistematicamente torturati dal governo in quanto oppositori politici.

Purtroppo si stima che queste non siano neanche il 10% delle vittime e i numeri sarebbero quindi molto più alti. Tuttavia non ci sono prove, poichè la consegna dei cadaveri è sempre stata negata. Su tutto questo permane anche l’ombra del commercio di organi da parte del regime, seppur non esistano al momento documentazioni al riguardo.
Mostra-CaesarIn occasione della mostra “Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura”, organizzata dal Centro di Ateneo per i diritti umani dell’Università degli Studi di Padova, abbiamo avuto la possibilità d’intervistare Mazen al Hamada, sopravvissuto alle torture praticate nelle carceri di Bashar Al-Assad in Siria. Le foto esposte nella mostra fanno parte di un complesso di 55 mila immagini che rappresentano 11 mila persone morte dopo essere state torturate nelle prigioni del regime. Sono state scattate da un ex fotografo della polizia militare siriana che, dopo essere fuggito dalla Siria, vive all’estero con il nome in codice di Caesar.

Mazen, nonostante tutto, ha trovato la forza per raccontare, per spiegare anche qui in Europa cosa è accaduto ed accade ogni giorno a neanche tre ore di volo da casa nostra.
Mazen ha 40 anni ed era un ingegnere petrolifero che lavorava per una compagnia di estrazione francese nella città di Deir el Zor nell’Est della Siria. Venne tenuto prigioniero nelle carceri siriane del regime di Bashar Al-Assad per un anno e sette mesi.

Dopo aver manifestato per la democrazia e la libertà, Mazen e due suoi nipoti, entrambi studenti universitari, vennero arrestati per aver cercato di portare del latte in polvere nella città di Deir el Zor, che all’epoca era stata messa sotto coprifuoco dal regime. Vennero subito legati e trasportati nel bagagliaio di una macchina fino ad un centro dei servizi segreti. Una volta giunti in quel posto, gli agenti picchiarono Mazen e gli ruppero 4 costole. Dopodichè li appesero tutti al muro ed iniziarono a torturali con ferri roventi e bruciature di sigaretta. Le persone venivano appese a 40 cm di altezza, per cui le corde facevano molto male ai polsi, a causa del peso del corpo.

L’obiettivo era solo uno: ottenere delle confessioni, la prova che il regime combatteva i terroristi islamisti invece di semplici cittadini. Le torture più atroci, racconta Mazen, avvenivano in un posto ben preciso, l’ospedale militare 601 di Damasco, dove non si andava per essere curati, ma per morire. Lì veniva praticata ogni tipo di tortura. Non avevi più un nome, te lo dovevi dimenticare, non potevi dirlo a nessuno. Diventavi un numero. Il suo, 1858. I prigionieri erano incatenati ai letti e gli venivano iniettati medicinali a caso, senza neanche preoccuparsi di prendere la vena. Si poteva andare in bagno solo ogni dodici ore per due minuti e in bagno c’erano cadaveri; erano ovunque nei corridoi.

Dalla paura non avevi più voglia di andare in bagno, ma non potevi tornare senza aver fatto i tuoi bisogni sennò ti costringevano a farli sui cadaveri. Spesso a mezzanotte le guardie ricevevano l’ordine di uccidere qualcuno: chiamavano i condannati a morte. I carcerieri erano ubriachi. Mettevano i condannati per terra con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena. Gli dicevano questa frase: “Il tribunale divino ha deciso la tua morte”. Lo ripetevano una seconda volta. Con un bastone ricoperto di chiodi di ferro gli davano due colpi: uno sull’osso del collo e uno sulla testa.

conferenza

Questo, ci dice Mazen, è quello che accade a chi si oppone al regime.
Mazen racconta di aver visto con i suoi occhi forze dell’esercito di Assad  bruciare vivi ragazzi di 16 anni per incutere paura alla popolazione e poi buttarli nell’immondizia. “Chi chiederà libertà farà questa fine, verrà gettato nell’immondizia”, dicevano i soldati.

Fortunatamente, dopo una settimana nell’ospedale militare 601 lo riportarono nel carcere precedente. Lo convocarono poi davanti ad un giudice. Mazen poté fargli vedere i segni delle sevizie e dirgli che gli avevano estorto le dichiarazioni sotto tortura. Il giudice si commosse davanti a quello che aveva visto e decise di liberarlo. Dopo essere stato scarcerato, una volta arrivato in Europa assieme ad altri profughi, in seguito ad un viaggio che, racconta, è stato nulla in confronto alle torture subite in Siria, Mazen ha deciso di dedicare la sua vita a raccontare i crimini di Assad, per dare un messaggio all’umanità, per farsi testimone in prima persona di un aspetto della tragedia siriana di cui nessuno in Occidente ha voglia di parlare. Ma soprattutto era quello che aveva promesso ai suoi 2 nipoti, morti a cause delle stesse torture che anche lui ha subìto.

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Alla fine della conferenza siamo riusciti a fare qualche domanda a Mazen, per saperne di più sulla sua visione del conflitto siriano. Ciò che riportiamo è quindi il suo punto di vista.

Ora che sei in Europa sei riuscito a metterti in contatto con altri sopravvissuti dalle carceri siriane?

“So che molti prigionieri sono usciti vivi, purtroppo in tanti sono ancora nelle varie carceri. Sono riuscito a comunicare con qualcuno di quelli che sono stati liberati ma molti sono preoccupati per la loro sorte e non se la sentono di esporsi.”

Si è parlato molto nei media occidentali della liberazione di Aleppo. Cosa ne pensa, come vede la situazione?

 “Dal mio punto di vista non c’è stata nessuna liberazione. Hanno liberato Aleppo distruggendola; hanno usato tutte le armi possibili, convenzionali e non convenzionali. Hanno ucciso migliaia di civili, tutti hanno raso al suolo Aleppo: iraniani, russi, terroristi, miliziani di tutto il mondo, l’esercito di Assad. Di quale liberazione parliamo se Aleppo è completamente distrutta, sia la città che le persone? Non si può parlare di liberazione, ma di distruzione totale. L’Esercito Libero Siriano ha cercato di difendere la città fino all’ultimo giorno ma è stato lasciato da solo dalla comunità internazionale. Invece l’esercito di Assad ha avuto tutto l’appoggio della Russia, dell’Iran e tutte le armi a disposizione.”

Quindi, secondo te, l’Esercito Libero Siriano è l’unica forza che combatte per la democrazia in Siria in questo momento?

 “L’Esercito Libero non è un esercito, è la gente civile, che si è messa a difendere i propri familiari. Hanno rifiutato che il regime continuasse ad ucciderli e hanno deciso di combattere per le loro famiglie. L’Esercito Libero è l’unico che effettivamente lotta contro l’Isis in Siria, contro Assad e tutte le organizzazioni terroristiche sciite che arrivano da Afghanistan, Libia, Pakistan, Iran, Iraq. E’ composto da tutti i giovani siriani che hanno deciso di difendere le loro case. Ci sono componenti di tutte le religioni: musulmani, cristiani, drusi, alawiti… tutti hanno combattuto per la libertà. Purtroppo, però, il mondo ci ha abbandonato, poiché tutti hanno interessi con questo regime. Continueranno a prendervi in giro dicendo che loro stanno lottando contro il terrorismo, l’Isis, ma la verità è che stanno aiutando Assad.”

Nessun paese occidentale vi ha aiutato?

“Purtroppo no. I francesi hanno cercato di darci aiuto militare, ma oggi molte imprese multinazionali, anche italiane, vendono armi al regime. Ad Assad arrivano aerei, carri armati, cannoni, mentre a noi mandano poco. La comunità internazionale vuole che rimanga il regime a controllare quelle zone, hanno paura che se si libera il popolo siriano altri popoli, governati da dittatori arabi, chiederanno la liberazione.  Assad da quando è cominciata la rivoluzione nel 2011, uccideva i civili siriani, e l’Isis ancora non c’era. Assad ha usato tutte le armi a sua disposizione, convenzionali e non, contro il popolo siriano. Effettivamente non c’è una volontà internazionale di finire tutto questo perchè ci sono molti altri interessi economici in gioco, e la Siria è un Paese ricco di risorse come gas, petrolio, uranio. Il mondo ha già tutte le prove, sanno di tutti i massacri compiuti, sanno che Assad è un assassino, ma non hanno la volontà di cacciarlo.”

Pensi che l’Isis possa venir sconfitto nei prossimi mesi? Cosa credi che succederà?

“L’Isis e Assad scambiano gli interessi tra loro. Quando Assad diventa un po’ più debole e perde qualche battaglia, si muove l’Isis, e quando l’Isis si indebolisce, si muove Assad con il suo esercito. I capi dell’Isis erano prigionieri che Assad, quando sono scoppiate le primavere arabe e sono iniziate le manifestazioni di piazza, ha liberato con un amnistìa, mentre i veri rivoluzionari, gli avvocati, medici, artisti, sono finiti e morti in quelle carceri. Il terrorismo finirà quando Assad se ne andrà, e con lui l’Isis. Se Assad resterà al potere, purtroppo l’Isis si espanderà in tutto il mondo, arriverà in tutti i Paesi occidentali. Quando il regime verrà abbattuto, gli stessi siriani andranno a combattere per porre fine a questo fenomeno dell’Isis. Quando la testa del terrorismo mondiale cadrà, tutto il resto finirà. L’Isis è solo la coda del terrorismo. Noi siriani sappiamo cos’è l’Isis, chi lo aiuta, come sconfiggerlo. Assad ha il coraggio di fare tutti i giorni interviste ai media occidentali dicendo che sta combattendo il terrorismo e la propaganda occidentale gli lascia tutto lo spazio che vuole per parlare. Invece il vero terrorista è lui. Tra lui e uno dell’Isis, l’unica differenza è che lui porta giacca e cravatta.”

Infine, ultima domanda, dopo tutto quello che hai passato, riesci ancora a sperare in un futuro di pace per la Siria?

“La Siria nella sua lunga storia ha vissuto molte guerre, ed è riuscita sempre a risalirne, a rinascere.  Sappiamo che Assad ormai è caduto, è finito, non vale più niente; ma è tenuto lì dal mondo per svolgere un compito preciso. Sicuramente il popolo siriano, una volta andato via Assad,  e andrà via, ricostruirà la Siria democraticamente, per tutti i siriani, senza differenza di religioni e razze. Noi torneremo tutti in Siria e vi inviteremo tutti a venire ad aiutarci a ricostruirla, abbiamo bisogno di tutto il vostro aiuto.”

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