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©2006 A.Zambianchi
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LE ORIGINI DELLA COLONNA SONORA

Di: Federico Giordani

La musica è spesso una delle ancelle dimenticate della cinematografia: è dappertutto e da nessuna parte, sottofondo di ogni scena, protagonista invisibile di più di una situazione. Non è cosa rara però che raggiunga una fama pari a quella della pellicola, entrando velocemente in quel tessuto di significati condivisi che ci permette di intavolare conversazioni con perfetti sconosciuti, e sapere entrambi di cosa stiamo parlando.

L’intenzione di chi scrive è che questo articolo sia il primo di tre, che parleranno della musica classica nella colonna sonora e di cosa ne è oggi di essa, qual è il suo statuto e che direzione sta prendendo.

LE ORIGINI

C’era una volta, prima del Cinecity con Dolby Surround 18.0, pop corn caramellati e sala da 700 posti in 3D 4K IMAX, il cinema muto in bianco e nero. Il 28 dicembre del 1895 i Fratelli Lumière mostravano per la prima volta una pellicola al grande pubblico, e tra chi rimase affascinato e chi scappava dalla sala prima che quel treno scolorito arrivasse ad investirlo, la voce si sparse molto, molto in fretta.

Inizialmente la colonna sonora era costituita da un pianista (più raramente una piccola orchestra, e solo per gli spettatori più danarosi) che suonava il Ragtime, tipico nelle commedie, e poi anche stralci di Wagner, Liszt, Beethoven, Verdi, utilizzando il modo minore o maggiore a seconda della scena e dell’emozione che accompagnava. Ma perché si accompagnava la proiezione con un sottofondo musicale? Esistono tre risposte a questa domanda. Primo, i luoghi dove avvenivano le proiezioni erano le Music Hall, sale da ballo in cui la musica era consuetudine. Secondo, il rumore delle prime macchine da proiezione era forte e fastidioso, e la musica era il modo migliore per coprirne il suono. Terzo, ai primi spettatori le immagini di persone che si muovevano suscitava spesso inquietudine, oltre che sospetti superstiziosi. Della musica serviva a fugare queste angosce.

Era un cinema molto differente da quello a cui siamo abituati, fatto di scene di vita quotidiana non inserite all’interno di una trama coerente (abitudine che sopravvive ancora oggi in certi film che vorrebbero essere intellettuali), pura scusa per mostrare questa nuova meraviglia delle immagini in movimento.

Esempi famosi di queste pellicole erano la Corazzata Potiemkin (che con buona pace del secondo tragico Fantozzi e dei novantadue minuti di applausi, dura appena un’ora e sette minuti, e quindi meno degli applausi stessi), che ebbe una colonna sonora di Edward Miesel, persa per molti decenni e riscritta più e più volte. Anche Metropolis di Fritz Lang ha ottenuto diverse colonne sonore, tra cui una versione rock famosa per essere stata creata da Giorgio Moroder in persona (Giorgio Moroder presents Metropolis). Ci sono stati anche dei tentativi italiani, coronati occasionalmente da un certo successo, come Cabiria, sceneggiata da D’Annunzio in persona e musicata da Pizzetti, compositore, o Inferno, trasposizione cinematografica del 1911 della commedia dantesca che nel 2002 è stata redistribuita con una colonna sonora composta dai Tangerine Dream (che suonano krautrock e musica cosmica. WOW.)

Il film sonoro si afferma tra il ’34 e il ’35, dopo che la Warner Bros (che si era da poco ripresa dalla crisi del ’29) brevetta, insieme alla Western Electric, il Vitaphone, meccanismo capace di sincronizzare audio e video. Questa invenzione farà la fortuna della compagnia, che ancora oggi domina il mondo del cinema e della discografia. I primi film a essere prodotti con questa nuova tecnica furono The Jazz Singer, primo film in assoluto con colonna sonora tratta da canzoni di Louis Silver e suonate dal protagonista Al Jolson, cantante famoso dell’epoca, ma con appena un paio di dialoghi (e vincitore del premio Oscar alla sua prima edizione, anche se onorario visto che le colonne sonore vere e proprie ancora non esistevano; questo circa tre anni dopo la sua distribuzione in sala)  e The Lights of New York, antesignano del genere musical, completamente “parlato”.

Vitaphone
Il logo presente in apertura di molti dei film che utilizzavano il Vitaphone

C’è da dire che il sonoro ebbe l’effetto di un terremoto nell’industria cinematografica. Ai divi del muto venne richiesta, oltre alla fotogenia, anche la fonogenia, e cioè una voce piacevole che potesse sfruttare le nuove tecniche di produzione. Questo nuovo criterio fece le sue vittime anche tra i grandi divi del tempo: John Gilbert venne rovinato dall’avvento del sonoro, mentre favorì la donna con cui al tempo aveva una relazione, Greta Garbo, il cui nome diventerà sinonimo della diva di successo. Gilbert morirà invece pochi anni dopo, consumato dall’alcolismo.
Anche Clara Beldan, in arte Clara Bow, morirà di infarto in un istituto psichiatrico dopo che il nuovo cinema aveva svelato a tutti la sua voce nasale e il suo accento di Brooklyn. Lo stesso Charlie Chaplin interromperà la sua carriera a causa della sua diffidenza per la nuova tecnologia (tre le uniche eccezioni Il grande dittatore, che con il suo lungo discorso con cui chiude il film rompe un silenzio artistico, oltre che politico; prima infatti Chaplin non aveva mai parlato in scena).

Ad ogni modo, la colonna sonora era ufficialmente nata e dagli anni ’40 la sua struttura è rimasta la stessa fino ad oggi. Saranno i compositori a dare notorietà e ad accompagnare tantissime opere, come Morricone con gli Spaghetti Western di Sergio Leone, John Williams con la colonna sonora di Star Wars, Bernhard Herrmann che collaborò con Alfred Hitchcock nei suoi film più famosi, e moltissimi altri.

(Come fonte per molte delle informazioni contenute in questo articolo è stato usato il saggio “Musica sullo schermo: I primi cent’anni di storia della colonna sonora” di Gudula Mattuchina, edito da Campanotto Editore.)

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