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Fonte: http://molacnats.org
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Lavoro e minori: una prospettiva critica

Di: Giorgio Pirina

In questo articolo parleremo della partecipazione dei minori all’ambito della materialità della vita quotidiana, creando spazi o più semplicemente inserendosi all’interno delle dinamiche politiche, sociali e culturali di una data società. A questo si collega inevitabilmente il discorso e la retorica sul lavoro. Esso è un diritto sancito, ad esempio, dalla costituzione italiana, ma per accedervi vi sono delle prescrizioni, ovverosia raggiungere un’età ed un grado scolastico di un certo livello. Anche in riferimento ai diritti politici e civili vi sono una retorica ed una prassi che tendono ad essere escludenti nei confronti di tutta quella parte della popolazione che non è ancora giunta alla maggiore età, sebbene in essa si possa ritrovare già un giudizio ed una rappresentazione di quanto accade in un dato contesto. Viene dunque esclusa dai processi decisionali democratici una fetta della popolazione che, pur godendo di piene capacità cognitive e relazionali, oltre che possedere un proprio punto di vista, può dire la sua rispetto a decisioni in merito al proprio futuro e non solo. Uno dei paradossi che le società contemporanee occidentali vivono è quello di garantire il diritto di voto a persone anziane che non godono più delle piene facoltà cognitive, oppure di far votare italiani residenti all’estero che ormai non danno più contributi alla società di origine, e non considerare invece tutti i minori non emancipati che potrebbero realmente fornire input decisivi (se in meglio o peggio è da vedere).

Il periodo a cavallo tra XIX e XX secolo è stato fondamentale per quanto riguardo le modalità di accesso al lavoro e ai diritti civili e politici. Infatti, in quel periodo era normale trovare minori nei luoghi di lavoro, svolgendo attività dannose per il corpo e che rischiavano di compromettere la salute. Col passare del tempo e delle lotte per tentare di ottenere una società più giusta, le regole del lavoro sono mutate, guardando con maggiore attenzione alla sicurezza e ponendo le basi per formare due fasi della vita che prima di allora non esistevano: l’infanzia e l’adolescenza. È presente, tuttavia, una controversia: queste due fasi (l’adolescenza in particolar modo) hanno assunto nel tempo una durata sempre più estesa, dovuta al fatto che gli è stata conferita un’aura di sacralità, la quale ha contribuito a costruire una morale per cui lavorare in quelle fasce di età sia sbagliato. Si è infatti consolidata l’idea nell’opinione pubblica che il lavoro minorile sia solamente quello in cui vi sia la presenza di sfruttamento e maltrattamento nei confronti di bambini e adolescenti, senza considerare il contributo che può derivare da una corretta fruizione del lavoro da parte dei minori.

Va detto che, oltre a mutare nel tempo, infanzia e adolescenza variano anche nello spazio. Infatti, a seconda che ci troviamo in Italia o in sud-America, troveremo una diversa concezione di queste due fasi, alle quali corrispondono diverse pratiche: non è difficile trovare in Colombia o in Venezuela minori che lavorano, avendo coscienza che ciò che stanno facendo ha una sua rilevanza per dare un contenuto e un significato al sociale. Al contrario, nei Paesi occidentali bambini e adolescenti sono relegati all’attività ludica e allo studio, con scarse possibilità per loro di rendersi in parte indipendenti e consapevoli del contributo che possono offrire alla società, oltre che responsabilizzarli in una certa misura. Tuttavia, bisogna evidenziare che esistono differenze sostanziali sia culturali che materiali tra Paesi ad economia avanzata e Paesi in via di sviluppo, così come esistono differenze anche all’interno dei primi. Infatti, le impellenti necessità di percepire un reddito aggiuntivo all’interno di una famiglia di un Paese in via di sviluppo portano ad incentivare il lavoro dei più giovani, mentre in Occidente questi obblighi, almeno fino al periodo precedente l’ultima crisi, erano venuti meno. Comunque sia, ad esempio in alcune zone d’Italia, non è così raro trovare minori che lavorano nel settore primario o nell’azienda familiare, oppure svolgere lavori stagionali, senza poi trascurare la presenza di una forte economia sommersa. Entrando più nello specifico del caso italiano, possiamo affermare che

“l’incertezza – per non dire la confusione – che regna sull’argomento, sia rispetto alle definizioni da adottare e alle metodologie da utilizzare sia, ancor più, sulla stima del fenomeno, ha ben pochi eguali”[1]

Fonte: www.argyll-bute.gov.uk
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A partire dagli anni ’80 comincia a svilupparsi, in particolar modo a livello accademico, una corrente di pensiero che pone al centro della sua analisi una diversa visione della figura del minore. Si afferma l’idea che anch’essi possiedono una agency, dunque influenzano e subiscono influenze dal contesto in cui sono inseriti, si ragiona sulla possibilità che possano fornire nuove prospettive e punti di vista, oltre che concorrere al mantenimento del “patto generazionale”, ovvero contribuire col proprio lavoro al welfare state. All’interno di questa nuova analisi vi è anche la costruzione di un ideal-tipo della partecipazione: un esempio è la “ladder of partecipation”(Hart R. 1992), un modello a forma di scala a pioli che prevede 8 livelli di partecipazione: si va dalla parte più bassa – che prevede un assetto manipolativo della partecipazione, con aspetti di decorazione e costruzioni simboliche del fanciullo, le cui azioni sono interamente condotte e abbellite dagli adulti – alla parte alta, in cui sono i minori ad organizzare dall’inizio alla fine ogni attività. Thomas, nel suo testo Towards a Theory of Children’s Partecipation, affronta, anche attraverso una rassegna del pensiero di altri autori, la questione della partecipazione dei minori sviluppando una cornice teorica all’interno della quale quest’ultima debba inserirsi. In particolar modo, l’autore afferma che

we may distinguish two ways of looking at what goes on when children and young people partecipate: one sees it in terms of social relations and another which sees it in terms of political relations” (Thomas N. 2007:206).

Le due vie sono, secondo Thomas, parallele poichè quella che si focalizza sul termine sociale, si riferisce alle reti all’interno delle quali i minori sono inseriti e dunque alle relazioni che si instaurano in esse, con particolare attenzione all’asse adulto-minore. Mentre il termine politico fa riferimento al potere, al cambiamento e alla sfida. Nell’ambito delle istituzioni, più precisamente nei dicasteri in cui vengono prese le decisioni, vi è ancora una profonda diffidenza verso un approccio che veda nella partecipazione dei minori il motore della società. Come accennato più sopra, prevale un aspetto decorativo in questo senso. Nell’ambito più propriamente accademico e della ricerca, invece, siamo di fronte ad una maggior apertura. Gli esempi inglese e brasiliano sono paradigmatici: l’approccio basato sulla Participatory action research (Hart R. 1992) ha guidato, ad esempio, le ricerche effettuate in Inghilterra e Brasile. Tale approccio si basa sull’idea che

research and action should go together and be carried out by the same people. Some describe this as a de-professionalization of research. I see it as a ‘re-professionalization’, with new roles for the researcher as a democratic participant.” (Hart R. Children’s Participation: from Tokenism to citizenship, 1992:16).

Essa rappresenta un’evoluzione positiva per quanto riguarda il significato che il termine partecipazione deve assumere, secondo la prospettiva analizzata da tutto quel filone che vede i minori come cittadini e non come non-persone.
Nel caso inglese siamo di fronte ad un Paese tardo-industriale, in cui la scuola elementare è al centro di questo tipo di ricerca. Qui i bambini vengono coinvolti in maniera attiva, poiché sono loro stessi che si impegnano in prima persona per lo svolgimento dell’attività. Inoltre, questo tipo di attivismo si riflette anche sulla comunità politica e civile locale, in quanto i risultati delle loro ricerche vengono accolti e resi operativi. Per quanto riguarda i risvolti che questo tipo di partecipazione ha nei confronti della ricerca, essi concernono principalmente il discorso della condivisione dei risultati tra adulti e minori, oltre ad una rilevanza notevole assegnata alla cooperazione. Hart afferma che

“the Urban Studies Centre also became of great value to local residents as a place to discuss local planning issues. Over the course of time, much useful material for planning decisions has been collected by children working at the Centre. Its archives are a rare combination of traditional data and residents’ perceptions: statistics, minutes, briefs, case studies, correspondence, newspapers, and the students’ own documentation”(Ivi, pp. 18)

 L’esempio brasiliano, invece, presenta delle peculiarità, in quanto Paese in via di sviluppo. Qui, infatti la ricerca si basa sulle figure degli Street children e degli Street educators (Ivi, pp. 27), poiché la strada più che la scuola è un indicatore maggiormente efficace. L’obbiettivo della collaborazione è quello di creare un movimento che dia voce agli Street Children, cercando di catalizzare l’attenzione della politica. Per fare questo, nel 1986 si tiene a Brasilia il National Street Children’s Congress, seguito da una seconda edizione nel 1989, con la quale si pongono le basi per la stesura di uno statuto dei bambini e degli adolescenti.

Fonte: http://www.natsper.org
Fonte: http://www.natsper.org

In generale, adottare questo tipo di approcci consente di dare spazio all’immaginazione e all’inventiva dei minori, rendendo esplicito ciò che magari viene dato per scontato dagli adulti. Un pilastro fondamentale di questa forma di partecipazione si basa sull’assunto che bambini e adolescenti non devono essere sottovalutati in quanto tali, bensì bisogna tenere conto delle differenze dovute principalmente all’età, ma che non incidono in alcun modo sulla capacità di questi attori di agire e offrire una rappresentazione non superficiale della realtà. Hart affronta inoltre i fattori che riguardano la possibilità per i minori di partecipare attivamente ai processi decisionali. L’autore sottolinea l’aspetto biunivoco di questo fenomeno, ovverosia che le condizioni psico-sociali determinano e sono determinati dalla possibilità di bambini e adolescenti di essere considerati cittadini e attori attivi. Hart afferma che

“Children’s participation does not mean supplanting adults. Adults do, however, need to learn to listen, support, and guide; and to know when and when not to speak. One should not, therefore, think of a child’s evolving capacities to participate as a simple step-like unfolding of individual abilities. One should rather think of what a child might be able to achieve in collaboration with other children and with supportive adults”. (Ivi, pp. 31).

Dunque, la rete in cui bambini e adolescenti sono inseriti è centrale per la formazione del loro Sé, per dargli un’identità. Tuttavia, non devono essere considerati come contenitori vuoti da riempire attraverso i processi di socializzazione, bensì come attori dotati di agency, dunque di capacità auto-riflessiva, che è in grado di esercitare i suoi effetti sull’ambiente circostante, nel quale vi sono ovviamente anche gli adulti. Con ciò non si vuole dire che il ruolo di questi ultimi passi in secondo piano, ma piuttosto quello dei minori subisce un upgrade, con la conseguenza che gli adulti imparano dai minori e viceversa.

Thomas, da parte sua, analizza maggiormente le modalità con cui le istituzioni tentano di assumere un aspetto più democratico, dando spazio alla partecipazione dei minori. L’autore evidenzia il fatto che, sebbene sia in corso questo tentativo, tuttavia esso mantiene il suo aspetto decorativo e manipolativo, in quanto i minori non sono in possesso di uno dei requisiti fondamentali per la partecipazione, ovvero il voto. Thomas è critico nei confronti di quelle forme di partecipazione come le consulte giovanili, le quali emulano semplicemente le struttura delle istituzioni gestite dagli adulti, senza portare avanti istanze e pratiche innovative che siano realmente rappresentative del pensiero dei minori. L’autore descrive questa situazione come un paradosso, evidenziando come

“The end result is that there is very little sign of children and young people really participating in the processes that actually produce important political decisions, or in contributing to defining the terms of policy debate. Less still is there any sign of children as a social group effectively expressing their common interests” (Thomas, 2007:207).

Conseguentemente critica tutti quei tentativi di “miglioramento” delle istituzioni, come ad esempio l’estensione del suffragio, poiché porterebbero con sé dinamiche adultocentriche.

Anche la democrazia rappresentativa di per sé non è sufficiente, poiché chi può decidere l’agenda delle decisioni da affrontare sono un ristretto numero di persone. Secondo l’autore, la democrazia partecipativa sarebbe adeguata, tuttavia porta con sé elevati costi di gestione.

unicef diritti dell'infanzia
Fonte: http://www.yocabe.it

Una svolta fondamentale, incentrata però sui diritti dei minori, è arrivata nel 1989 con la ratifica della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, la quale indica gli obblighi nei confronti dell’infanzia dei singoli stati che l’hanno firmata. Tuttavia, sebbene garantisca l’accesso ai diritti ai bambini e ponga le basi per considerarli come cittadini, non considera la possibilità di dare un nuovo significato all’idea di lavoro dei minori. La stipulazione della convenzione è nata anche sull’onda delle varie iniziative sviluppatesi in varie parti del mondo dai cosiddetti Nats (Niños, niñas y adolescentes trabajadores),  ovverosia bambini e adolescenti lavoratori che hanno posto le condizioni per mostrare che il lavoro da loro svolto non fosse sfruttato, arrivando ad affermare che quest’ultimo non dovesse neanche essere considerato lavoro.

A livello mondiale sono andati sviluppandosi nel tempo tre approcci in questa direzione: un approccio abolizionista (praticato principalmente dell’OIL), che mira ad abolire ogni forma di lavoro minorile, considerandolo dunque in maniera semplicistica come forma di sfruttamento; l’approccio pragmatico, attuato inizialmente dall’UNICEF e in seguito anche dall’OIL, che tiene in maggiore considerazione le contingenze e ha come obbiettivo migliorare le condizioni lavorative; l’approccio dell’empowerment, indirizzato ad una valorizzazione critica del lavoro minorile in cui l’accento viene posto sulla valenza positiva per la socializzazione e lo sviluppo del minore. Quest’ultimo approccio, a differenza dei primi due, rompe con la visione tradizionale ed adultocentrica, i quali vedono i minori come non-persone e non come attori sociali attivi, dotati quindi di agency. Si tratta inoltre di progetti di ricerca basati sulla collaborazione, dunque più orizzontali che verticali.

 

Riferimenti:

Hart R. (1992) Children’s Participation: from Tokenism to citizenship. Unicef.

Thomas N. (2007) Towards a Theory of Children’s Participation. International Journal of Children’s Rights 15, 199–218.

[1] Il testo è tratto dalla pubblicazione “Bambini e adolescenti che lavorano” del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Quaderni del centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza.

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