Home / All you can read / La sincerità dei russi
russia-moscow-beautiful-red-square

La sincerità dei russi

Circa un anno e mezzo fa, avevo finalmente avuto l’occasione di partecipare a un campo di volontariato internazionale. Eravamo quindici ragazzi, venivamo da diverse parti del mondo. Ognuno di noi aveva una storia da raccontare, più o meno incasinata. Per un mese abbiamo vissuto in tenda e fra tutti noi (quasi tutti) si era formato un legame molto forte.
Il primo giorno uno dei partecipanti, di nome Marcel, commenta sottovoce con un suo amico: “Certo che Emma, la ragazza tedesca, sembra proprio un maiale”. Probabilmente è convinto che nessuno di noi capisca il francese, ma non è così. Emma non lo degna di uno sguardo. La ragazza seduta di fianco a me si chiama Katerina e vive a Mosca. Parla perfettamente inglese, adora viaggiare e scattare fotografie. “Tu parli francese?” mi chiede. “Si”. 
“Ma perché quei due continuavano a ridere prima? Non sono riuscita a capire”. Le traduco la frase incriminata. In quel momento il suo viso cambia colore e dalla sua bocca esce una parola, una sola parola. Viene pronunciata con naturalezza e con perfetto accento britannico, il che la rende ancora più letale. Capisco immediatamente che io e Katerina diventeremo grandi amiche. Il campo di volontariato è un’esperienza che ti arricchisce profondamente, da diversi punti di vista.

Katerina è una ragazza di circa 30 anni, vive con sua figlia che fa la terza elementare. In questi giorni ho deciso di andarla a trovare a Mosca, anche per poter finalmente visitare questa città che mi ha da sempre incuriosita.
Scendo dall’aereo e mi avvio verso il controllo passaporti. Il ragazzo allo sportello avrà pochi anni più di me. Controlla scrupolosamente tutti i miei documenti. Squaderna il mio passaporto e liscia le pagine meglio di come fa mia nonna quando prepara la pasta per le lasagne. Finalmente mi rilascia la carta d’immigrazione, che ha le dimensioni di un post-it. “Buona permanenza a Mosca”.
“Certo…se perdo questo foglietto è la fine” penso mentre faccio del mio meglio per incastrarla nella tasca interna del mio portafoglio, fra la tessera dell’ Esselunga e quella della biblioteca. Esco dall’area controlli iniziando a sentirmi gia un po’ più russa. Un paio di turisti giapponesi carichi di bagagli vengono placcati da un taxista abusivo kazako che urla frasi sconnesse in inglese. “Cheaper! No luggage tax! Red square! Gorky park!” .
Un secondo taxista abusivo kazako, che mi sembra identico al primo, mi si para davanti sorridendomi raggiante: “Sei la sorella di Pavel?!” “No mi dispiace” “Non sei Masha?!” “No”  “Ti serve un passaggio? Bolshoi?”  “No, ma se vuoi puoi chiamarmi Masha”.
Esco dall’aeroporto e vengo accolta dal diluvio universale. Il cielo è grigio e non vedo assolutamente nulla. Una ragazza, disperata, mi chiede dove trovare l’uscita del parcheggio e gliela indico. Mi ringrazia quattro volte e poi sgomma a una velocità fuori del comune. Sotto la pioggia battente mi avvio verso la fermata del treno. Una signora italiana, lungo il tragitto, perde una ruota del trolley e si lascia andare a una serie di imprecazioni in romanesco mentre il marito commenta: “Ecco, te l’avevo detto di portare meno cose!”
“Ah certo! Sempre colpa mia eh… Poi mi avresti fatto comprare un sacco di vestiti se non li avessi portati”.
Finalmente riesco a salire sul treno che mi poterà in centro.
Collasso sul sedile e noto con piacere che il vagone è pulitissimo e riscaldato.
Un ragazzo si siede di fronte a me e lancia un’occhiata incuriosita al mio dizionario tascabile e al mio cappotto zuppo.
“Non ti piacciono gli ombrelli?”
“Non avevo posto nello zaino” rispondo.
Nel giro di venti minuti io e Sergej diventiamo amiconi: con la sua fidanzata ha visitato Firenze, Roma e Parigi. Il prossimo anno vorrebbero tanto visitare Londra ma devono risparmiare perchè vogliono sposarsi e andare a vivere insieme in una città “con il mare e con le scuole d’inglese”.
Lui infatti lavora a Ekaterinburg in un cantiere navale mentre la sua fidanzata fa l’insegnante. “Ecco perché parlo un po’ di inglese” aggiunge orgoglioso.
Fra le due città ci sono più di 1400 km di distanza.
Verso l’ora di pranzo iniziamo a parlare di piatti tipici e quando scendo dal treno non ho idea di come fare a raggiungere la casa della mia amica, ma so perfettamente come si condiscono le syrniki.
Siccome le fermate della metro sono indicate solo con l’alfabeto cirillico, ho aggiunto a mano sulla mia mappa la traduzione con l’alfabeto latino.
La metro di Mosca ti fa sentire disorientato: non vedi la fine della scala mobile né quando scendi né quando sali. Molte fermate sembrano dei piccoli musei perché le pareti sono completamente affrescate e i corridoi sono impreziositi da statue e bassorilievi.
Durante il regime sovietico, in alcuni affreschi, il volto di Maria era addirittura stato sostituito da quello di Stalin.

Una delle fermate della metropolitana di Mosca
Una delle fermate della metropolitana di Mosca

Nonostante il clima poco ospitale, sono affascinata da questa città enorme e contraddittoria. Strade enormi, piazze illuminate e traffico sono perfettamente in armonia con chiese e monasteri dalle cupole dorate che ti fanno sospettare di essere rimasto sospeso nel tempo. I moscoviti sono sempre di fretta e possono sembrare poco amichevoli, ma in realtà sono molto gentili.
Più di una volta ho incontrato persone che pur non parlando inglese hanno fatto di tutto per aiutarmi. Quando cercavo l’ufficio del cambio valuta una ragazza ha tirato fuori il suo tablet sotto la pioggia per consultare Google maps e ha persino telefonato a una sua amica che parlava inglese in modo da farmi parlare direttamente con lei. Sono un popolo ospitale e generoso.

La cattedrale della  Nostra Signora di Kazan
La cattedrale della Nostra Signora di Kazan


La religione gioca un ruolo fondamentale nella loro vita.
Alcune chiese, come ad esempio la Cattedrale della Nostra Signora di Kazan, erano state distrutte durante il regime sovietico e sono state ricostruite negli anni novanta.
Anche i parchi abbondano a Mosca. Il mio preferito è il parco Muzeon, in cui puoi trovare di tutto: da panchine modernissime alla scultura di Pinocchio.
“Oggi è il tuo penultimo giorno. Vado a un incontro con i familiari delle vittime dell’attentato di cui ti parlavo. Ti andrebbe di venire?” mi chiede oggi.
Invito accettato.
L’attentato di cui parla è avvenuto nel 2002 al teatro Dubrovka.
Un commando armato di terroristi ceceni, composto principalmente da donne, sequestrò circa 800 persone durante la proiezione di un musical. I sequestratori chiedevano il ritiro delle forze armate russe dalla Cecenia. Dopo tre giorni di trattative, le forze speciali russe immisero nel sistema di ventilazione del teatro un agente chimico che uccise 39 terroristi. In quei giorni anche 117 ostaggi persero la vita.
Durante i tre giorni di occupazione i sequestratori liberarono circa una ventina di bambini e consentirono ad alcuni medici russi di entrare a teatro per fornire medicine agli ostaggi.
La mattina del 26 novembre, una giornalista di Moskpvskaya Pravda, riferì in diretta quello che stava succedendo. «Ci stanno avvelenando! Se potete fare qualcosa, fatelo! Il nostro governo ha deciso che nessuno deve lasciare questo posto vivo».
Dopo che il gas fece effetto, il teatro venne occupato dalle forze dell’ordine. Il presidente Putin affermò che il governo aveva fatto l’impossibile salvando centinaia di persone. Inoltre chiese perdono per non essere riuscito a salvare più ostaggi e dichiarò lutto nazionale. L’ uso del fentanyl venne motivato a causa della grande presenza di sequestratori armati sparsi in tutto il teatro. Si tratta di una sostanza 100 volte più potente della morfina, utilizzata anche nella pratica clinica.
Secondo l’allora ministro della sanità russo, la morte degli ostaggi non poteva essere imputata solo all’intossicazione. Sicuramente l’azione combinata di analgesico, carenza di ossigeno e disidratazione furono fatali per alcune delle persone sequestrate.

Katarina mi fa un cenno, riportandomi alla realtà. L’incontro di oggi si svolge in una piccola biblioteca con le mensole di legno, e i turisti non dovrebbero essere ammessi. Non tutte le persone si sentono a loro agio quando devono parlare di argomenti delicati in presenza di sconosciuti.
La prima a prendere la parola è una donna sulla cinquantina. Sua sorella è morta durante la “crisi del teatro Dubrovka”.
“Ogni 26 ottobre fanno la messa. È sempre la stessa storia, ma nessuno può far tornare in vita mia sorella. Sono grata al presidente Putin per aver risolto la questione cecena… penso che la scelta di usare il gas sia stata saggia. Piu’ di 650 persone sono state salvate dalle forze armate russe, hanno fatto un buon lavoro. Ma io, mia sorella me la sogno ancora di notte”.
Il tono è calmo, distaccato. Mentre parla non cerca nessuna compassione.
“Non mi piace Putin, ma è il meno peggio. Alle elezioni voterò ancora per lui. E’ l’unico che sa come muoversi per evitare che la situazione precipiti di nuovo”.
Mentre ascoltiamo in silenzio non riesco a pensare assolutamente a nulla.
Un ragazzo annuisce: “Ora la situazione non è tranquilla, ma sicuramente va meglio di 15 anni fa. Io non ho mai provato rabbia per i terroristi ceceni. Fin da piccoli gli dicevano che noi russi eravamo il male, li drogavano, li crescevano nella violenza e nell’ignoranza. Mi hanno sempre fatto pena. Poi quando ho rischiato di perdere mia madre a causa loro ho cambiato idea”.
Un signore più anziano interviene.
“Sono passati 15 anni e ancora non abbiamo avuto giustizia. Non c’è ancora un preciso bilancio delle vittime. Mia moglie era a teatro con nostro figlio quel giorno. Li hanno avvelenati, e poi hanno gettato tutti i corpi per terra, sulla neve . Come se fossero animali. Come dei cani, senza rispetto”.
La voce gli trema ma lo sguardo è fiero.
“Adesso siamo al punto di partenza perché l’ISIS vuole colpire Mosca e sta reclutando ovunque, anche in Cecenia. Non ci libereremo mai di quei fottuti bastardi… è tutto una farsa”.
Le sue parole sono piene di rancore. Vorrei potergli dire qualche parola di conforto ma mi vengono in mente solo banalità.

Una donna vestita di grigio si siede di fianco a me. Continua a ripetere una sorta di cantilena e ha lo sguardo perso nel vuoto. Katerina la saluta, si chiama Olga e sta dicendo una preghiera.
Olga sembra accorgersi improvvisamente di me e mi fa una carezza, facendomi una domanda.
Le rispondo che non parlo bene russo e mi scuso per non aver capito la domanda.
La stessa Olga sembra non aver capito la mia risposta e mi ripete la stessa domanda. Katerina interviene in mio aiuto e mi dice che Olga vorrebbe offrirci un tè caldo.
Mentre beviamo il tè Olga mi rivolge di nuovo la parola e io capisco soltanto “bellissimo”.
Katerina ride: Dice che non capisci nulla di quello che ti dice ma che hai dei bellissimi occhi, quindi sei scusata”.
Rispondo che già mi capita di non capire quello che mi dicono in italiano, figuriamoci in russo.
Katerina traduce e Olga scoppia a ridere buttando la testa all’indietro.
Le manca qualche dente ma cerco di non farmi sorprendere a fissarle le gengive vuote. Mentre se la sghignazza, mi assesta una pacca sulla schiena spostandomi la colonna vertebrale di qualche centimetro.
“Ha detto che sei simpatica” aggiunge Katerina.
Sorrido e dico che anche Olga mi è molto simpatica, sperando con tutto il cuore che questa simpatia non la faccia sentire autorizzata a darmi un’altra pacca di incoraggiamento.
Mentre ci alziamo per salutare una ragazza ci regala un piccolo quaderno con la copertina in pelle. “Per raccontare anche la nostra storia”.
Olga ci saluta per ultima e ci dice che qualunque cosa succeda bisogna sempre credere in Dio, perché solo Dio ci può aiutare. Le sono successe tantissime cose terribili, ma non ha mai smesso di avere fede. Neanche quando si è ammalata di tumore.
“Se non hai fede, sei solo un vigliacco. Siamo capaci tutti di credere quando le cose sono facili, no?”
Le auguro una buona giornata e le dico che sono molto felice di averla conosciuta.
“Ah ma allora lo parli il russo! Italianski!”
Rido e dico che conosco solo qualche frase.
“Ma con Katerina che lingua parli?”
“Inglese”.
“Non mi piace l’inglese! Meglio l’italiano. È la lingua dell’amore l’italiano”.
Mi osserva in cerca di approvazione. Non me la sento di contraddirla, così annuisco sorridendo.

La Russia è un continente e la singola città di Mosca non è rappresentativa.
Quello che però si coglie a Mosca più che a San Pietroburgo, è che i russi pur dovendo fare ancora i conti con il loro passato, hanno una mentalità molto pratica. Sono abituati al cambiamento perché il cambiamento non li ha mai avvisati prima di arrivare, ma li ha sempre colpiti come un pugno in faccia.
Mosca è una metropoli: ci sono molti immigrati di etnia asiatica che si sono trasferiti in questa città perché “a San Pietroburgo ci sono gli artisti, ma a Mosca si lavora”.
È una città a volte incantevole, a volte frenetica e spietata. Inoltre sono ancora relativamente poche le persone che parlano inglese, ma la situazione sta cambiando.
Per uno straniero non è semplice trovare lavoro in Russia, la procedura per ottenere il visto è molto laboriosa e la politica non aiuta gli stranieri.
“Come descriveresti Mosca con una parola?” mi chiede Katerina prima di accompagnarmi in aeroporto.
Quello che posso dire dopo questo viaggio è che Mosca è esattamente come la vedi: la sua bellezza e la sua grandezza a volte ti faranno sentire insignificante ma è una città che non cercherà mai di nasconderti nulla. Le sue meraviglie e i suoi difetti sono molto evidenti.
“Sincera… Mosca è una città sincera” rispondo.
E sicuramente ci rivedremo.

Cattedrale di Cristo Salvatore
Cattedrale di Cristo Salvatore

Check Also

paola articolo

Vite al confine: la storia di Marwan

di Paola Fracella