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Credits: Gipi
Credits: Gipi

La simmetria del pozzo, “La mia vita disegnata male”

Di: Carlo Fiorotto

Oggi voglio fare un gioco con voi.
Mi serve che ciò che scrivo si materializzi davanti ai vostri occhi.
Come ogni cosa che sia degna di essere immaginata, si parte dal fumo.
Stesi sul divano, state fumando, cenere già sui pantaloni, e non volete far altro per il resto della vostra vita.
Fumare il fumabile.
Siete degli sfigati, degli sfigati totali, e pure depressi.
Avete una malattia all’uccello a cui nessun dottore riesce a porre rimedio. Spendete soldi in medicine inutili. Vivete nella totale paranoia che la vostra compagna menta quando dice: “Ma a me piace lo stesso, sai?”.
Depressione. Attacchi di panico. Manie di persecuzione. Paure diffuse e multiformi.
Un bel calderone di merda nella vostra testa, ecco cos’avete.
E sapete perché?
Perché da ragazzi, dopo esservi fatti qualche viaggio da acidi ad Amsterdam, siete tornati in Italia pensando di essere esperti di sostanze psicotrope. Acido lisergico. Anestesolo. Miscugli e stronzate varie. Una volta, però mescolate troppo. E l’effetto, che di solito durava assai poco, non passa più.
Per cinque mesi.

Credits: Gipi, "La mia vita disegnata male", Coconino Press, 2008
Credits: Gipi, “La mia vita disegnata male”, Coconino Press, 2008

Siete fottuti nel cervello, bruciati, pazzi, disperati.
Poi la pazzia svanisce. Per sempre. Ma gli strascichi restano, indelebili.
E vi rendono una figura triste, che non sa parlare d’amore e di vita.
Ma a dir la verità, amore e vita non hanno mai fatto per voi: non si tratta solo di droga.
Siete morti da bambini, nella vostra casa al mare, quando l’uomo del buio è entrato dalla finestra della camera per stuprare vostra sorella. Da allora il vostro nome è intagliato su una lapide del cimitero degli amori passati, a sovrastare una fossa poco profonda.
Amore?
Sesso semmai, potete ricordarvi come avete scoperto la sessualità, bruta, superficiale, quella disattenta da ragazzini.
Poi dieci anni dopo il vostro uccello decide di smettere di funzionare, e vi tocca fare un po’ di conti con voi stessi.
Siccome non volete farvi mancare niente, vi diagnosticano pure un’epatite cronica.
Le cazzate si pagano, vi dicono. Voi pensate alla vostra follia, convinti di aver già scontato quello che c’era da scontare.
Avete trent’anni.
E forse avete già dato anche troppo.
Per il voi ventenne e hardcore, quello che si è pure fatto dieci giorni di carcere, che a diciott’anni si è tagliato il polso con una lametta, è decisamente deprecabile esservi spinti così avanti con l’età.
Torniamo alle vecchie passioni: dietro casa dei vostri genitori, in piedi sulle rotaie, ad aspettare che il treno vi baci.
Ovviamente vi spostate, all’ultimo.
Perché?

Credits: Gipi, "La mia vita disegnata male", Coconino Press, 2008
Credits: Gipi, “La mia vita disegnata male”, Coconino Press, 2008

Non posso rispondere io, in questo articolo. Uscite di casa e andate a comprare “La mia vita disegnata male” di Gipi.
Io quel perché ancora non ce l’ho (neanche le tendenze suicide se è per questo, tranquilli).
Non posso parlarvi di come si ristabilisce una simmetria che doni senso ai nostri casini, non posso parlarvi io di catarsi.
Posso però raccontarvi cosa succede dopo, se volete continuare a immaginarvi Gipi.
Se siete Gipi (anche detto Gian Alfonso Pacinotti, uno dei più geniali fumettisti viventi), nel 2008 pubblicherete un libro a fumetti con tutte queste cose dentro, e pure la risposta a quel perché. Sfonderete qualsiasi record di vendite per una graphic novel in Italia, oltre quarantamila copie. Farete tour promozionali in cui leggete davanti a pubblico commosso. Inizierete ad avere fama e anche un po’ di soldi. Vi intervistano persino alla tv. Non sarete più uno di quei fumettisti che prende duemila euro per due anni di lavoro (cioè, non siete più tutti gli altri fumettisti italiani). Potrete vivere, e vivere bene, con il fumetto (sembra una banalità, ma a poterselo permettere sono molti meno di quanti possiate immaginare). Siete dei grandi, ormai, cazzo.

“Dicevano che raccontavo storie di provincia, di adolescenti di provincia, di mezzi drogati di provincia, di mezzi delinquenti di provincia… Il fatto è che io lo facevo mentre ero un mezzo drogato di provincia, un mezzo delinquente di provincia; o almeno lo ero stato fino a pochissimo tempo prima di raccontare quelle storie. Per cui in realtà raccontavo gli affari miei e gli affari dei miei amici. È buffo, perché io per tanti anni, quando ero più giovane, cercavo il mio stile e so quanto la sofferenza più forte per un ragazzo che vuole fare un mestiere artistico sia proprio quella di trovare il proprio stile. Io non ho fatto differenza: ho passato tantissimi anni somigliando ad altri autori contro la mia volontà, scrivendo come altri contro la mia volontà, cioè in sostanza senza riuscire ad avere una voce mia.”

Voi quella voce l’avete trovata. E piace pure un sacco.
Tutto perfetto, no?
No.
Perché a ogni applauso che ricevete, a ogni copia che vendete, a ogni sorriso e complimento, qualcosa si apre dentro di voi.
Un buco.
Nel frattempo siete a Parigi, se vi va potete pure mangiare nei ristoranti di lusso, ma quella voce, la vostra voce, si affievolisce ogni giorno di più.
Non riuscite più a raccontare nulla.
Al posto della pancia avete una voragine in cui soffia un vento gelido.
Qualche tempo dopo vi ritrovate distrutti davanti al reparto di psichiatria: “Mi aiutate, per favore? Perché penso solo a levarmi dal mondo.”
Perché? Cos’è successo?
Semplice, vi siete murati in una campana dorata.

“[…] a quel punto il mio scollamento dalla mia vita precedente era assoluto. Il problema è che nella vita nuova secondo me non c’era un cazzo da raccontare. Quando “ti stacchi dalla terra” per un qualsiasi motivo è come se il reddito corrispondesse a una sorta di cecità indotta, per cui non vedi più niente, vedi le cose da una distanza che non ti fa partecipare quanto serve per poi poterle trasformare in racconto. Per me lo sguardo di uno che ha la villa a Capalbio e che parla dei giovani poveri non vale niente. Sono un po’ radicale su questo punto, non perché penso che sia un atteggiamento ipocrita, ma perché credo che proprio non possa riuscire a parlarne: è una roba da telepati, è come essere al di là di una parete, è voler dire cosa succede e quali sentimenti ci sono nell’altra stanza senza mai entrarci. Quindi mi sono ritrovato così: mi ero costruito un linguaggio su delle basi e quelle basi non c’erano più. Le nuove basi non sapevano di niente, cioè, erano ottime per andare magari alle feste e mangiare nei ristoranti di lusso se volevo, però non funzionavano con il racconto.”

Credits: Gipi, "La mia vita disegnata male", Coconino Press, 2008
Credits: Gipi, “La mia vita disegnata male”, Coconino Press, 2008

“[…] sono cresciuto con uno dei due genitori che mi amava solo quando ero bravo, che è una cosa molto diffusa. Se io ero bravo mia madre mi voleva bene. Cresci pensando che quello sia l’amore: quella cosa che ti arriva quando sei bravo. E quindi diventi bravo: io so sciare, so portare una barca a vela di quindici metri praticamente da solo, so suonare basso batteria chitarra tastiere, imparo le lingue senza studiarle… Tutto quello dove posso eccellere lo devo fare, perché ho imparato quello. Ho imparato che per essere amato devo essere bravo. […] Io faccio un bel libro, cioè sono stato bravo, mi arriva un applauso e questo applauso mi scalda il cuore. Problemino: quella forma d’amore lì ti fa un buco che ti genera uno strano brivido di gelo nel corpo. Quando prendi gli applausi, cioè quanto ricrei quel meccanismo nel quale sei cresciuto, questa forma di amore che ti arriva dall’esterno ti dà l’idea di tappare quel buco; però succede una cosa strana: in realtà il buco ti si allarga. Per cui dopo te ne servono di più di quegli applausi, di quell’apprezzamento.”

Così vi ritrovate prescritti un sacco di psicofarmaci. Non li prenderete mai, ma capite che è il momento di fare qualcosa. Lasciate Parigi, tornate a casa, riallacciate contatti coi vecchi amici, ricostruite le vecchie basi perdute. E un giorno, dopo tre anni e mezzo di nulla, vi sedete e disegnate. Ci riuscite di nuovo.
E da allora non vi fermerete più. Nel 2013 uscirà “Unastoria” e qualche giorno fa avete presentato in anteprima al Lucca Comics “La terra dei figli”.
Tutto è bene quel che finisce bene? E’ questa la lezione?
Nah.
Né io né voi siamo Gipi. Questa non è la nostra storia. E forse non c’è nemmeno qualcosa da imparare.
C’è però da pensare, da ricordare.
Banalmente, agli alti e bassi della vita.
Alla loro danza comune, al loro intreccio incasinato, eppure in qualche modo armonico.
Alle catarsi apparenti, che si rivelano condanne da scontare fino in fondo.
E’ la stessa simmetria degli elettrocardiogrammi: finché va su e giù vuol dire che sei vivo.
E’ la simmetria del pozzo: “Una volta Riccardo Mannelli, tanti anni fa, mi disse: io e te siamo al sicuro, perché tanto prima o poi ci arriva la botta nella testa. Tutte le volte si torna giù nel pozzo, e dal pozzo si ricomincia a lavorare.

 


Tutti gli spezzoni in cui Gipi si racconta in prima persona sono tratti da http://www.minimaetmoralia.it/wp/gipi/

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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