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La mia prima volta

Di: Asia Della Rosa

Chiacchieriamo del più e del meno e dal finestrino della macchina leggo il cartello
“Bagnoli, città della speranza”.
E’ la mia prima volta.

Parcheggiamo la macchina, aspettiamo. Qualcuno di noi ha fatto un giro di telefonate, i ragazzi sanno che siamo arrivati. Funziona più o meno così: loro escono dal Centro di Prima Accoglienza (CPA) in cui risiedono, attraversano la strada, ci vengono incontro. Non possiamo stare lì davanti però, c’è il rischio che qualcuno del Centro ci veda. Ci spostiamo in un parcheggio distante un paio di chilometri.

bagnoli1Stiamo in cerchio, mani strette nelle tasche del cappotto. Fa freddo.
Un ragazzo ci racconta dell’incendio dell’altra sera. Ci guarda negli occhi, uno ad uno. Ha perso tutto: cellulare, effetti personali, la documentazione necessaria per fare ricorso in Tribunale. E non è l’unico. La notte tra il 26 ed il 27 ottobre una delle stanze ha preso fuoco, forse a causa di una stufa elettrica mal funzionante o di un caricabatterie che ha fatto cortocircuito. Gli undici richiedenti protezione internazionale che dormivano all’interno della camerata sono scappati dalle finestre, ferendosi mani e piedi ed inalando fumo. La struttura ha poi preso interamente fuoco, ed ora sono circa settanta i ragazzi che non hanno un posto dove dormire.

bagnoli 3Facciamo un gioco. Un giorno qualunque succede qualcosa: scoppia una guerra civile nel vostro paese, difendete un vostro parente che per ragioni politiche viene perseguitato; forse partecipate ad una manifestazione con il vostro piccolo partito di opposizione e qualcuno intorno a voi muore, un amico, una sorella. O siete costretti ad arruolarvi nell’esercito per combattere contro i ribelli, e voi in guerra non ci volete andare; oppure vi obbligano a sposare un uomo molto più vecchio di voi, o non vogliono farvi stare con una persona del vostro stesso sesso. Una di queste cose o anche più di una, un giorno qualunque di un anno qualunque, vi cambia la vita. Contingenze storiche e questioni politiche di cui non siete responsabili. E decidete di partire, di attraversare un paese e poi un altro ancora, forse un deserto, un mare, di nascondervi tra le ruote di un camion, di salire su un gommone senza sapere la destinazione di arrivo. E per fare questo, in cambio di un biglietto di sola andata, pagate in denaro, qualche volta vendete anche il vostro corpo, mettete a disposizione la vostra forza lavoro.
Lasciate tutto quello che avete, non c’è spazio per i ripensamenti.
Vedete? Voi al posto loro avreste fatto la stessa cosa.

Il ragazzo viene dalla Nigeria, la sua è una storia come quella di tanti altri richiedenti protezione internazionale.
In Italia da un anno e due mesi vive a Bagnoli, in mezzo al nulla.
Ha aspettato l’audizione con la Commissione Territoriale, ha raccontato la sua storia davanti al Presidente della Commissione, un funzionario, un rappresentante di un’ente territoriale ed un esp erto dell’UNHCR. La sua richiesta è stata negata, lo status di richiedente protezione internazionale non gli è stato riconosciuto.
La Commissione nel valutare si basa sul cosiddetto giudizio di credibilità, fondato su quattro criteri: coerenza interna, coerenza esterna, plausibilità, credibilità generale del dichiarante.

bagnoli2Arrivate in un altro paese, forse non sapete nemmeno dove siete, vi accolgono – o almeno così dicono – prendono le vostre impronte digitali, compilano moduli, vi spediscono in un centro e poi in un altro ancora. Non parlano la vostra lingua, non vi capiscono, non vi capite, e siete in tanti, tantissimi. Aspettate, avete un posto dove dormire e di questo siete grati, ma nulla di più. Stringete amicizia tra di voi, le storie sono diverse ma in qualche modo sempre le stesse. Aspettate ancora ed ancora. Nel paese in cui vi trovate venite emarginati, tenuti a distanza. E poi l’udienza con la Commissione Territoriale, e non sapete che la sua decisione vi cambierà, ancora una volta, la vita. Qualcuno avrebbe dovuto prepararvi ad affrontare il colloquio. Qualcuno avrebbe dovuto dirvi che non dovete assolutamente contraddirvi, che la vostra storia deve essere credibile, che non basta aver abbandonato tutto prima di partire per ottenere protezione internazionale. Esistono dei criteri che valutano la vostra performance, vi fanno domande insistenti, dovete ricordare cosa avete fatto, dove siete stati, per quanto tempo avete viaggiato. Se vi confondete, se la paura vi fa commuovere, se avete difficoltà a ricostruire la vostra storia, un decreto di espulsione sarà quello che vi meritate.

Siamo persone, non cani”, ci dice il ragazzo. 
Per questo crediamo in quello che stiamo facendo: perché non sono animali ma esseri umani. Ricevere un’accoglienza degna è un diritto di tutti.
Ci siamo organizzati, abbiamo trovato un posto dove tenere le nostre riunioni, abbiamo creato una pagina Facebook. Ci siamo dati un nome, Sconfinamenti Padova, e siamo prima di tutto uno spazio di confronto e cooperazione, in cui ciascuno si mette in gioco. Abbiamo cercato risposte alle nostre domande e stiamo ripensando ad un sistema di accoglienza diverso, che tenga in considerazione prima di tutto l’individuo in quanto essere umano.


Vi siete svegliati nel cuore della notte e la vostra stanza era piena di fumo e di fuoco. Un amico vi salva, vi chiama più volte e decidete di alzarvi dal letto e, ancora una volta, di scappare. Lo fate per la vostra famiglia che è lontana, chissà dove, che vi aspetta. Lo fate perché prima, in un’altra vita, in un altro paese, eravate persone normali, che vivevano una vita normale.
Questo però è solo un gioco per voi che state leggendo, o sbaglio?

Ci fermiamo a prendere un caffè in un bar di Bagnoli. La barista prepara un cappuccino e ci fa vedere emozionata che con la schiuma del latte ha disegnato un cigno; la televisione accanto a noi trasmette un video musicale ad alto volume. Risaliamo in macchina, silenziosi, lasciandoci alle spalle il cartello “Bagnoli, città della speranza”.
La mia prima volta è andata.
Ce ne saranno una seconda, una terza, una quarta.

Noi la speranza non l’abbiamo (ancora) persa.

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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