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Marine Le Pen. All copyrights belong to their respective owners.
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La Francia si è messa in moto

Di: Isabella D’Addeo

Il clima che si respira intorno al panorama politico francese in queste ultime settimane appare particolarmente interessante.

La chiusura dei seggi al primo turno delle votazioni ha messo a fuoco la situazione in modo netto. Si parla di presidenziali più incerte da quando esiste l’elezione diretta del presidente (1965). La destra repubblicana e la sinistra socialista per la prima volta non sono presenti al ballottaggio. Ora buona parte dei francesi è pronta a sostenere due candidati che non appartengono a nessuna delle due forze politiche che hanno guidato il paese da 60 anni ad oggi.

Il 7 Maggio si giocheranno il tutto per tutto la candidata del Front National, Marine le Pen, ed Emmanuel Macron, leader del neo movimento En Marche, fondato appena 10 mesi fa.

Il ritornello di queste settimane sembra essere un grido contro i partiti del ‘Sistema’, tradizionalmente al governo dall’inizio della Quinta Repubblica. I due grandi gruppi perdenti scontano le colpe di un’amministrazione incapace di rispondere alle necessità di un ceto operaio stremato dalla crisi. Il divario percepito dalle periferie è fin troppo ampio, e la classe dirigente ne paga le conseguenze.

Il primo grande sconfitto sembra essere proprio François Hollande, presidente uscente, per nulla amato dal popolo francese. Eppure all’inizio della campagna elettorale una sua riconferma sembrava già aggiudicata. Il leader subisce le imprudenze di un governo che non ha saputo rappresentare la nazione, che ha abbandonato le battaglie di sinistra preferendo un approccio elitario che ha ampliato il gap tra direttivo ed elettorato.

Francois Hollande. All copyrights belong to their respective owners.
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Ecco spiegata l’ascesa di “nuovi” partiti. È evidente che la sinistra, storicamente legata alle battaglie delle classi lavoratrici, non attecchisce più sui suoi antichi seguaci se gli unici interessi che persegue riguardano l’alta economia piuttosto che il sostegno della classe media.

Duro colpo anche per Les Rèpublicains.

Il partito della destra gaullista, capitanato da François Fillon, a Novembre era già indicato come grande favorito con il 67% di preferenze alle primarie.

Durante la rassegna stampa post primo turno appare spento, provato. Una battaglia persa da «troppi ostacoli» – così liquida lui – una manovra che sembrerebbe architettata a tavolino da servizi segreti legati a personaggi dell’Eliseo.

Nonostante le sue dichiarazioni, l’unica circostanza che resta intricata è quella del suo giro di retribuzioni, chiamato dalla stampa francese “les affaires”, che l’ha coinvolto assieme alla moglie Penelope in una frode da 600 mila euro che ha risucchiato in un vortice tutta la destra gaullista.

Il tutto grazie al sapiente lavoro del Canard Enchainè, settimanale satirico francese, che il 25 Gennaio scorso ha smascherato un immenso giro di pagamenti pubblici percepito dalla moglie del leader. Madame Fillon avrebbe intascato 5.000 euro al mese in otto anni come assistente parlamentare. La svolta degli inquirenti avviene quando, al nome di Penelope, si aggiungono anche quelli dei due figli Marie e Charles, che, senza aver mai messo piede all’ Assemblée Nationale, avrebbero guadagnato 84.000 euro come collaboratori.

La via crucis di Fillon è finita solo domenica – all’uscita dei risultati – e il suo scarno 20% ha messo in luce tutte le incongruenze di una campagna elettorale macchiata indelebilmente da uno scandalo di una portata così elevata.

Fillon non accenna ad un suo futuro nella politica, riconosce di essere stato «la sconfitta di tutto il suo partito» promettendo di far luce su quanto è accaduto.  Ma forse sarà già troppo tardi.

Francois Fillon. All copyrights belong to their respective owners.
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La battuta di arresto lo costringe a schierarsi a favore del neo-candidato banchiere, pur di «mettere a tappeto l’estrema destra, dalla quale la Francia potrà ricavare soltanto ulteriore arretratezza economica.»  Resta da vedere se il suo partito rimarrà unito, anche a fronte di un’attuale maggioranza in parlamento.

Marine Le Pen coglie il frutto di un lungo percorso e arriva al suo massimo storico, pur senza sfondare.

Eppure dopo l’attentato degli Champs-Elisèes (20 Aprile) una sua vittoria sembrava essere l’unico ostinato finale. «Tous sauf que elle» è stato il grido lanciato contro l’egemonia del partito razzista.

La madame noir si è giocata il tutto per tutto. Ha dovuto reggere il confronto con papà Jean Marie, che nel 2002 fu completamente sbaragliato dal governo di coalizione Chirac. Durante i mesi di propaganda, la leader del Front Nazional ha cercato di confezionare un prodotto che potesse comprendere una fetta di elettorato più larga possibile. Il suo programma promette un aumento degli stipendi e una maggiore tutela dell’occupazione nazionale; tutte proposte che, seppur basilari e forse semplicistiche, hanno notevole presa sulle classi lavoratrici fino ad ora dimenticate dal governo.

«Oui, je suis le peuple!». Si autoproclama l’unica in grado di proteggere il popolo francese in un momento così delicato. Si rivolge a tutti i ‘patrioti sinceri’ che vogliono all’Eliseo una candidata anti-sistema. I risultati del suo partito rimangono strabilianti, siamo intorno ai 6-8 milioni, tuttavia pare non bastare. Radunare l’altra metà dei francesi per il prossimo turno significa riuscire a carpire i voti di chi ha preferito Jean-Luc Mélenchon, l’altro candidato anti-establishment di estrema sinistra a capo della “France Insoumise”, ma voci interne al partito parlano di una Marine stremata da una corsa partita troppo presto. Potrebbe finalmente significare un passo avanti verso la sconfitta dei populismi in Europa, ma, visti i tempi, meglio non giungere ad affrettate conclusioni.

Emmanuel Macron, invece, ha già compiuto un mezzo miracolo; a 39 anni, alla prima campagna elettorale della sua vita, contraddice tutti i pronostici e affronta il secondo ballottaggio.

Il giovane ex banchiere senza partito, politicamente collocabile nel centro sinistra – del resto lo stesso Matteo Renzi si è servito dello slogan ‘En Marche’ per ispirarsi al neo nato ‘In Cammino’ – è senza dubbio un segnale di rinnovamento rispetto alla storia dell’apparato politico francese osservato dall’inizio della Quinta Repubblica di De Gaulle a oggi. Un intero sistema politico è crollato.

Il candidato “sympa”, così definito dalle testate, si rivolge alla testa e non alla pancia dell’elettorato. Durante la conferenza stampa è l’unico a nominare per cinque volte il nome Europa – per rifondarla – afferma. Il suo progetto strizza l’occhio a Merkel e Commissione Europea, ma potrebbe non bastare per convincere il popolo francese.

Molti suoi detrattori lo definiscono un “prodotto di laboratorio”. Un ragazzino che ce l’ha fatta perché ha studiato nelle migliori scuole di Francia. Tuttavia sembrerebbe l’unico fiero di sventolare la bandiera a dodici stelle dorate, che cerca di guardare con speranza ad un futuro privo di frontiere, che allontana l’incubo di un nazionalismo che ha un sapore già sentito, e che per questo fa ancora più paura.

L’unico neo del giovane e carismatico banchiere resta quello di essere privo di un percorso storico alle spalle, una sorta di camaleonte politico, senza un apparato stabile su cui fare leva nel caso riesca a vincere la corsa all’Eliseo. Il neonato partitino di Macron, dunque, non avrà vita facile. Dovrà guadagnarsi la maggioranza all’Assemblea nazionale che per ora è garantita solo da una ferrata coalizione contro l’estrema destra, e non è detto resista anche al governo.

A conti fatti, La Francia sembra essersi rimessa in moto ed aver evitato il peggio.

Emmanuel Macron. All copyrights belong to their respective owners.
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Ma c’è ancora qualcosa che non convince. 

Stiamo assistendo ad un processo in cui le nuove formazioni, nate esclusivamente dalla rabbia contro la classe politica al potere, predominano rispetto agli schieramenti tradizionalmente presenti al governo. Questo capovolgimento potrebbe apparentemente offrire dei motivi per essere ottimisti.

Ma, se ci si sofferma sui motivi della loro ascesa, del perché ottengano consensi sempre più solidi, è facile notare che l’aumento di queste ondate sia solo una risposta al dissenso nei confronti di un establishment che è sempre più lontano da chi dovrebbe rappresentare.

Le forze un tempo invincibili della socialdemocrazia hanno risentito del crescente divario con gli elettori, mentre i populisti di destra raccolgono ovunque approvazione, impugnando l’arma della tutela degli interessi nazionali e la diffidenza nei confronti degli stranieri.

La nascita dell’Europa e l’avanzata della globalizzazione hanno aperto uno scenario sul mondo prima impensabile. Fino a vent’anni fa, gli ideali di uguaglianza e solidarietà sembravano intramontabili. Tuttavia, il progetto su cui i partiti progressisti in passato avevano costruito la loro forza sta rapidamente svanendo.

La politica si sta frammentando. Non abbiamo più coscienza di cosa voglia dire “partito unico” o “unica ideologia”. Siamo in un mondo in rapida trasformazione, indifferente alla tradizione, fortemente interconnesso ma fragile alla base.

L’odierna classe dirigente si ostina a non voler capire il motivo per cui molte persone si rifugiano nel nazionalismo. Ci si ferma alla rosea idea che questo sia solo un fenomeno marginale, confinato ad una parte di popolazione fanatica e poco istruita. Come risultato, molte persone che vivono in situazioni drammatiche hanno la sensazione che la sinistra abbia ben poco da dire e da offrirgli.

E ciò allontana sempre più quegli elettori tradizionalmente legati ad essa. Se la sinistra vuole riprendersi il ruolo di protagonista attivo nel panorama politico europeo, deve tirare fuori idee e convinzioni nuove, capaci di rispondere alle esigenze del mondo nel 21esimo secolo.

Il nodo da sciogliere risiede soprattuto nel comprendere il bisogno di una linea politica che abbracci un modus operandi di ampio respiro, che non lasci indietro né le classi più fragili né quella parte di Francia che ha fiducia nell’Europa senza frontiere e crede ancora nei valori di integrazione che hanno fatto grande La Rèpublique.
Purtroppo, però, sembrerebbe ancora non molto chiaro alla sinistra.

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