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Ius soli, lavoro e integrazione: miti da sfatare

Di: Asia Eis Della Rosa

Giovedì 15 giugno. Leggo da tutte le parti di una bagarre in Senato; nella mia ignoranza, perdonatemi, faccio una ricerca su Google. La Treccani me ne spiega il significato: sostantivo femminile, proviene dal francese e significa “baruffa, subbuglio, tafferuglio”. C’è anche un video che gira in rete: alcuni parlamentari in Aula si strappano di mano dei cartelli, in verde la scritta “NO IUS SOLI”, “STOP INVASIONE”. A quanto pare la ministra dell’Istruzione ha dovuto addirittura ricorrere alle cure dell’infermeria. Confesso di essermi poi disinteressata alla questione molto in fretta: delle scenate paradossali di Palazzo Madama non me sono mai fatta nulla.

So però che la polemica, la bagarre appunto, è nata perché proprio in Senato giovedì è stato discusso (finalmente?) il disegno di legge sulla riforma del diritto di cittadinanza degli stranieri nati e cresciuti in Italia. Il ddl prevede la sostituzione dell’attuale ius sanguinis con una nuova forma di ius soli,  sotto molti punti di vista quantomeno originale: non più dunque acquisizione della cittadinanza per diritto di sangue (se uno dei tuoi genitori è italiano lo diventi anche tu) o secondo le altre modalità previste dalla legge del 5 febbraio 1992 numero 91, ma uno ius soli chiamato “temperato”.

Leggo qualcosa al riguardo e poi lascio perdere. Manovra politica del PD contro il Movimento 5 Stelle? Potrebbe essere, sì. Spintoni da parte di esponenti della Lega? Sicuramente.  E poi anche alcune proteste di CasaPound e Forza Nuova ed un manifesto ignorante appeso a Milano (ma poi avranno capito di cosa stiamo parlando?). Ribadisco, queste cose mi fanno venire l’orticaria.19451597_481603998853966_739274415_o

Il giorno dopo in biblioteca sto studiando diritto internazionale: ho dormito solo tre ore, sono stanca e fa caldo. Su Facebook un tizio che conosco bene pubblica un articolo, lo leggo. Se dovessi riassumerlo in poche parole, utilizzerei esattamente queste: vergognoso, superficiale, limitato, retrogrado, imbarazzante, un concentrato di disinformazione, retorica, ignoranza e luoghi comuni privi di fondamento.

Mi indigno, mi vergogno. Però poi mi viene voglia di rileggerlo ancora una decina di volte, quell’articolo lì. E mi torna in mente un libro che ho letto poco tempo fa, davvero molto interessante, chiamato Cose da non credere. Il senso comune alla prova dei numeri, che è stato scritto non da un giornalista qualunque, ma da Gianpiero Dalla Zuanna, docente di Demografia presso il Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, e Guglielmo Weber, anch’egli docente di Padova, insegnante di Econometria presso il Dipartimento di Economics and Management. Il libro, che si propone di sfatare i luoghi comuni più in voga negli ultimi anni in Italia, fa chiarezza anche sulla questione di cui parlano tanto i vecchi al bar: gli immigrati ci rubano il lavoro.  Sarà che sono stanca, o che fa caldo, ma lascio perdere diritto internazionale e mi viene tantissima voglia di dimostrare quanto sia falsa ed inconsistente questa affermazione. O almeno di provarci. Chissà che poi magari trovandovi al bar e sentendola pronunciare dall’Italiano medio di turno non vi venga voglia di dire la vostra.

Mi sembra importante però andare per ordine. Prima di tutto non è vero che gli immigrati danneggiano lo sviluppo economico. Un pensiero comune molto condiviso è che una presenza consistente di questi sul territorio possa innescare un circolo vizioso dannoso per l’economia italiana.  La faccio breve: qualcuno pensa che, avendo a disposizione una quantità praticamente illimitata di manodopera a basso costo (ovvero gli immigrati), gli imprenditori preferiscano insistere su attività che sono profittevoli nell’immediato e caratterizzate da un lavoro poco qualificato, piuttosto che investire in innovazione. Questa dell’immigrazione sarebbe dunque una delle cause scatenanti il ristagno di produttività che affligge lItalia ormai da un ventennio, e della sua perdita di terreno sui mercati mondiali, spiegano i due autori. E proprio questi ultimi dimostrano poi che non è affatto così: stando ai dati degli ultimi decenni sull’Italia (ma anche sugli altri paesi dell’Europa occidentale) è dimostrato esattamente il contrario. In alcune zone dell’Italia (soprattutto in Piemonte ed in Lombardia) la disponibilità di forza lavoro a buon mercato ha spinto gli stessi imprenditori ad investire in nuovi macchinari, attirando non solo stranieri ma lavoratori da tutta Italia. Che detta così può sembrare complicata, ma non lo è.

Credits to Mauro Biani
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Dato per assunto tutto questo, torniamo al punto cruciale: gli immigrati non rubano il lavoro proprio a nessuno. Anzi, le ricerche ci dimostrano che spesso e volentieri fanno lavori che gli italiani possono permettersi di non fare. La questione è semplice: ci sono molti immigrati (che poi, sarebbe da specificare cosa significa molti, ma quello è un altro discorso), la produzione è bassa e la popolazione invecchia. Significativo è in questo caso comparare l’Italia con altri paesi: in Germania ad esempio la produzione economica è decisamente più attiva che nel nostro paese, eppure la cosiddetta “dinamica geografica” è pressoché la medesima. La questione è complessa e probabilmente non sarei in grado di darne una spiegazione esaustiva: forse basterebbe semplicemente non ricercare le cause della bassa produttività italiana nell’immigrazione. A tal proposito vi consiglio di leggere Ricchi per sempre? Una storia economica dItalia, di Pierluigi Ciocca. Ritornando al punto di partenza, verrebbe da chiedersi se però l’effettiva presenza di immigrati nel nostro paese non possa comunque incidere negativamente sul mercato del lavoro.

Vi riporto un esempio significativo numerico, tratto direttamente dal libro, che rende bene l’idea. Nel quinquennio 2004-2008 gli occupati dipendenti esordienti nel settore privato del Veneto con meno di trentanni sono stati 65 mila ogni anno. Di questi 65 mila, 43 mila sono stati occupati da giovani italiani e 22 mila da giovani stranieri. Venticinque anni prima, negli anni 1979-1983, nel Veneto sono nati ogni anno 43 mila bambini, praticamente tutti di nazionalità italiana. [] Le 21 mila mancate nascite sono state sostituite, venticinque anni dopo, dallingresso nel mercato del lavoro di altrettanti giovani stranieri.In Veneto dunque, se non avessimo avuto questo esodo di proporzioni bibliche (citazione imbarazzante dell’articolo che mi ha fatto tanto arrabbiare), i giovani lavoratori italiani non sarebbero stati sufficienti a ricoprire tutti i posti di lavoro vacanti. Nessun posto rubato agli italiani quindi. Dalla Zuanna e Weber sono molto chiari al riguardo: nei prossimi anni, in Italia, senza immigrazioni, ogni quattro persone che compiranno sessantacinque anni ci saranno solo tre persone che ne compiranno venti, e di questi solo uno è disposto a fare loperaio.

Un’altra questione che mi preme affrontare, sempre presente nel pessimo articolo che ho avuto la sfortuna di leggere (quando invece avrei dovuto solo studiare), è la seguente: gli immigrati non si integrano nella nostra società ma anzi, contribuiscono a farci allontanare da quella che consideriamo la cultura dei nostri avi, che abbiamo condiviso per tanti anni e che invece ora è messa in pericolo. Secondo questa teoria, nemmeno i bambini nati in Italia da genitori stranieri hanno la possibilità di integrarsi: a quanto pare, mancando un contesto culturale di riferimento, frutto di anni di evoluzione che solo chi è italiano può comprendere fino in fondo, essi sono destinati a vivere come estranei in un paese che non sentono il loro. Difficilmente ho avuto modo di confrontarmi con una teoria tanto sbagliata, sotto tutti i punti di vista. Prima di tutto perché bambini ed adolescenti, sia italiani che stranieri, se cresciuti in uno stesso contesto finiscono poi sempre per condividere gli stessi valori; questo significa che giocano agli stessi giochi, vogliono fare gli stessi lavori e sono praticamente assimilabili tra loro. Ci credo, sono bambini. Una frase mi ha colpito del libro già citato prima: migrazione è selezione: chi viene in Italia quasi per definizione– è desideroso di entrare a pieno titolo nel suo nuovo ambiente, perché in questo paese, che rapidamente impara a sentire come suo, vuole giocare le sue chances di successo.

Credits to Mauro Biani
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Allora forse la soluzione sta proprio lì, a portata di mano, e non dico che possa risolvere tutta la questione, ma potrebbe essere un passo avanti. Piuttosto che discutere sull’acquisizione o no della cittadinanza italiana, avrebbe senso chiedersi se non è il caso di riformare le nostre politiche scolastiche, per permettere a chi nasce in Italia, vuole essere italiano e si sente italiano, di non essere messo all’angolo. Diamo la possibilità ai bambini, italiani e non, di studiare aiutandoli nei compiti a casa laddove manca un sostegno; investiamo nelle borse di studio che possano spingere i più “meritevoli” a seguire i propri studi. Ed il mio vuole essere un discorso generale, che vale per tutti, italiani e non.

Includiamo chi si sente italiano, perché lo è a tutti gli effetti nel momento in cui chiede di ottenerne la cittadinanza, consapevole che questo significherebbe avere gli stessi diritti ma anche gli stessi doveri di tutti nel nostro paese. Non concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati in un paese di accoglienza pone le basi per l’emarginazione e fomenta l’intolleranza.

In conclusione ho avuto modo di interrogarmi molto in questi giorni sulla mia posizione riguardo lo ius soli o lo ius sanguinis, finché non mi sono ricordata di una cosa. In quarta elementare ci hanno dato un compito per casa: dovevamo inventare uno stemma che potesse rappresentare la nostra famiglia, come se fosse una nobile casata. Io ho disegnato una rosa e vari arzigogoli intorno, incorniciata da una frase, in spagnolo essendo io italo-argentina: “somos todos ciudadanos de el mundo”. Che tradotta significa “siamo tutti cittadini del mondo”.

Ci credo ancora.

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