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Operazioni di voto in un seggio elettorale a Roma, 24 febbraio 2013. ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Operazioni di voto in un seggio elettorale a Roma, 24 febbraio 2013. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il vuoto oltre gli slogan

Di: Riccardo Despali

3′ di lettura

 

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Ragazzo straniero attacca manifesto elettorale di Salvini

Il 4 Marzo si voterà per eleggere il nuovo parlamento italiano. A voto chiuso e scrutinio effettuato il Presidente della Repubblica, tenendo conto della volontà popolare e delle percentuali di consenso ottenute dai partiti, affiderà l’incarico di Presidente del Consiglio ad una personalità, la quale, a sua volta, dovrà nominare la squadra dei ministri di governo. Quasi tutti noi, cittadini ed elettori, abbiamo ben presente i punti fondamentali che i politici propongono nel loro programma, ripetuti più volte e imparati a memoria da questi stessi come le capitali in un’interrogazione di geografia. Questo mantra comunicativo sembra essere molto efficace a livello mnemonico, ma non altrettanto a livello contenutistico per chiarire l’idea di voto. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, la più brutta e sterile della storia secondo molti, svariati programmi televisivi e radiofonici brulicano di politici che decantano i loro punti per “cambiare l’Italia” come l’Ave Maria. Ci viene ormai naturale e in modo sorprendentemente facile accostare Matteo Salvini e “prima gli italiani”, Pietro Grasso e “prima il lavoro”, Silvio Berlusconi e “meno tasse”, Matteo Renzi e “investimenti e crescita”, Luigi Di Maio e “onestà e facce pulite in parlamento”.

 

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Uno dei tanti slogan del Partito Democratico

 

A primo impatto questi slogan sono efficaci e toccano strati variegati di popolazione con esigenze diverse. Ma onestamente, quanto più è facile ricordare queste filastrocche, tanto più è complicato entrare nel merito delle questioni e capire veramente come ciascuno di loro intenda affrontare i problemi della società contemporanea, al di là della pura retorica. Infatti, nell’epoca comunicativa dei social anche la classe politica si è adattata a costringere contenuti che andrebbero sviluppati con criticità e complessità in 180 caratteri. L’idea politica si è tradotta in slogan che deve rispettare gli standard dello stato su Facebook, affinché possa prendere più mi piace possibili. Il consenso quindi, prima di essere espresso in cabina elettorale, passa dalla jungla dei canali social e viene dato con un cenno di approvazione virtuale. Più è semplice, diretto e breve ciò che il politico (o aspirante tale) vuole comunicare al cittadino, più quest’ultimo sarà portato a piazzargli il suo mi piace post-ideologico. L’elettore investe figurativamente il candidato: “Hai il mio Like, vai e cambia le cose”.

 

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Operazione di voto

 

Molti si rifiutano di credere che questa sia politica. Eppure lo è, perché nel tempo è cambiata radicalmente la percezione e l’idea stessa di politica; ecco che se da una parte a livello nazionale appare sempre più vicina e a portata di mano, grazie ad internet, dall’altra risulta sempre più incomprensibile e lontana dalle reali esigenze quotidiane. Si è in gran parte perso il connotato ideologico caratterizzante della politica in se, lasciando molto spazio al solo lato amministrativo, che è l’unico che sembra interessare veramente alle persone, speranzose che i problemi vengano risolti per vivere meglio. In quest’ottica l’unica idea di politica istituzionale che conta ancora qualcosa e incide nella società è quella dei territori, del proprio comune o al massimo della propria regione. Il cittadino riesce quasi a toccarla con mano, a influenzarla se vuole e soprattutto a farsi ascoltare. A livello territoriale inoltre, gli slogan così come li conosciamo sono inesistenti o pallido riflesso di direttive nazionali che non trovano riscontri. Ad oggi sembra essere distante un cambio di rotta nell’idea che i cittadini si sono fatti della politica; quest’idea è, se vogliamo, amplificata e rafforzata ancor di più dalla campagna elettorale nei suoi modi riduttivi e ripetitivi. Non stupitevi quindi se il 4 Marzo, qualora andaste a votare, nel segreto della cabina elettorale, sentiste un enorme senso di vuoto.

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