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Credits: https://fitkatnutriann.wordpress.com
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Il valore della fragilità

Di: Jacopo Ziffer

Di tutti gli articoli che avrei mai immaginato di poter scrivere, non avrei mai considerato di poter parlare della mia vita, delle mie preoccupazioni e delle mie ansie, né tantomeno avrei pensato di voler scrivere in prima persona; scrivere in seconda o in terza è più facile: parlare degli altri è più facile che parlare di se stessi.

Poi però ho scelto di prendermi qualche giorno di pausa per tornare in quell’unico posto dove riesco a chiudere il mondo fuori restandomene solo con le mie paranoie post-adolescenziali.
Lì ogni angolo è intriso di ricordi, ogni folata di vento porta con sé un odore legato ad un’ esperienza, ogni déjà vu è legato allo spettro di una relazione passata.
É qui che mi accorgo di essere cambiato: come quando mia madre mi vede più magro dopo mesi di lontananza. É trovandomi saltuariamente davanti agli stessi indelebili ricordi che mi rendo conto di come la prospettiva che ne ho sia in continuo mutamento; sono andato avanti. Il passato è passato, resta uguale, immutabile; mutabile è la percezione che ho di questo: ero arrabbiato, ora sono indifferente. C’era malinconia, adesso speranza.

Così mi sono fermato e mi sono chiesto se sono più felice di quanto non lo fossi in quelle circostanze, se la vita sta finalmente prendendo la direzione che sto cercando di darle, se sto vivendo pienamente come facevo allora. Alla fine non è altro che un conflitto fra quello che sono e quello che vorrei essere: la sempiterna lotta delle le aspettative contro la realtà.

É solo con il sacrificio, con il quotidiano sforzo, con la passione e la dedizione che le prospettive si concretizzano; o quantomeno sono sempre stato abituato a vederla così.
In realtà è un’equazione molto più complessa: c’è la predisposizione all’attesa, il destino e tutta una serie di fattori incalcolabili, ma, più di tutto, il saper convivere con le proprie vulnerabilità.

Scendere a patti con le proprie insicurezze riuscendo ad accettarle è la cosa più difficile al mondo: mi sono sempre voluto mostrare forte, ho evitato di espormi, ho cercato di ingoiare i rospi senza darlo a vedere.
Pensavo fosse meglio così.

In realtà non è meglio, è solo più facile. Esattamente come è più facile scrivere in seconda e in terza persona.

Ogni volta che ho mostrato le mie debolezze mi sono sentito come il Re della fiaba che sfila per le strade della città con quello che crede essere il suo nuovo abito; però io non sono un Re, nessuno fingerà di non vedere, nessuno loderà la mia eleganza; sono nudo in mezzo alla strada e non si può fare a meno di notarlo.

E sì, a quel punto vengo sempre pervaso da un indomabile senso di inadeguatezza, frustrazione e impotenza. Sono alla mercé delle persone e degli eventi. Come se fossi legato ai binari e l’unica cosa che posso fare è pregare che il treno in arrivo sia un Frecciarossa che passa rapidamente.

Oppure, posso sperare che qualcuno venga a slegarmi. É proprio questo l’incommensurabile valore intrinseco che la debolezza porta con sé: quando sono bloccato, atterrito, riesco davvero a vedere coloro che mi circondano per quello che sono. Alcuni mi guardano con rancore perché a causa mia perderanno la coincidenza, altri mi passeranno accanto indifferenti.

Probabilmente nessuno si precipiterà in mio soccorso. Mi sentirò stupido e inutile. Ma ora, guardando al passato riesco a rendermi conto di come, in un modo o nell’altro, io sia sempre riuscito a rialzarmi.

Se invece anche uno solo arriverà, a quel punto sarò sicuro di non volermene separare: non sarà tutto ma è un buon punto di partenza.

Quindi sì, sono nudo e sto rischiando.

Ma va bene così.

 

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