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venezia forma urbis.
Fonte: http://www.comune.venezia.it
venezia forma urbis. Fonte: http://www.comune.venezia.it

Il lato ribelle di Venezia (prima parte)

Di: Giorgio Pirina

Oggi si sente spesso dire che Venezia è diventata un museo a cielo aperto, poiché tutto ruota attorno al turista e l’autoctono ha perso i propri spazi. In parte questa affermazione è vera, però esistono una miriade di luoghi in cui è possibile vivere come i veneziani e che mostrano la storia popolare contemporanea. Questo sarà il primo di una serie di articoli in cui tenterò di mostrare il lato “ribelle” di Venezia, consapevole del rischio di non essere abbastanza esaustivo. Tuttavia, è pur sempre possibile indicare alcuni dei percorsi che, in epoca contemporanea, hanno rappresentato questo volto della città, sia in terraferma che nel centro storico. La mia stella polare sarà “Guida alla Venezia ribelle, edito da Voland, di cui adotterò il filo logico sia temporale che spaziale. Le due autrici, Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, hanno deciso di realizzare una guida non convenzionale di Venezia concentrandosi non tanto sui monumenti della città e sulla storia millenaria della Repubblica, quanto su quei luoghi che hanno rappresentato e dato forma alla Venezia di oggi. Ma non solo. La prospettiva dalla quale si pongono le due autrici conferisce risalto alla parte “popolare”, alle mobilitazioni di operai e studenti e agli spazi creati e vissuti da essi,

El svolo dea pantegana a Venezia sancisce l'inizio al carnevale, e rappresenta la versione popolare del "volo dell'angelo". Fonte: http://www.ilmessaggero.it
El svolo dea pantegana a Venezia sancisce l’inizio al carnevale, e rappresenta la versione popolare del “volo dell’angelo”.
Fonte: http://www.ilmessaggero.it

evidenziando l’intreccio con gli artisti che la città ha conosciuto, Diego Valeri e Emilio Vedova su tutti.

Venezia è una città unica al mondo: per come si sviluppa la vita quotidiana delle persone che vi abitano, per la struttura architettonica, per la forma, per la toponomastica, per il luogo in cui è costruita. Il viaggiatore che non l’ha mai vista di persona, che ne ha sentito solo parlare o che ha visto semplicemente delle immagini non riesce ad immaginare cosa significhi vivere e passeggiare per le calli di Venezia, attraversando le centinaia di ponti che fungono da arterie di passaggio per le persone che ogni giorno affollano la città. Venezia è ribelle alla radice:

“sfida il delicatissimo equilibrio tra terra e acqua, sorge su pali di legno piantati nella laguna, cresce ricca di edifici, chiese, palazzi e strade mettendo in discussione le leggi della fisica, sopravvive grazie ad un continuo ‘passo a due’ tra l’uomo e l’ambiente circostante. Potenza marittima, ha saputo e voluto confrontarsi con popoli vicini o lontani, spesso per accoglierli e farli sentire a casa propria, mescolando usanza, lingue, cibi.” (Barzaghi & Fiano, 2014).

Ma facciamo un passo indietro e andiamo tra il XIX e il XX secolo. “Guida alla Venezia ribelle” inizia il suo percorso da Santa Marta, una zona vicino piazzale Roma, precisamente da campo Sant’Andrea e da fondamenta della fabbrica dei tabacchi. Qui alla fine del 1700 nasce la Manifattura Tabacchi, la quale diede lavoro a circa 1500 operai e operaie, per la maggioranza donne, che si renderanno protagoniste nella lotta per l’emancipazione femminile e nelle lotte operaie in fabbrica e in città fino alla seconda metà del XX secolo. Inoltre, negli anni ’70 formano all’interno dello stabilimento il primo collettivo di donne per la tutela della salute e per la parità di trattamento.

Credits: 1930, foto Giacomelli, da M.T. Sega, Manifattura Tabacchi, Il Poligrafo, 2008
Le “tabacchine”. Credits: 1930, foto Giacomelli, da M.T. Sega, Manifattura Tabacchi, Il Poligrafo, 2008

Santa Marta conosce uno sviluppo importante negli anni ’30 grazie alle industrie limitrofe e al potenziamento della stazione ferroviaria. Diventa una zona popolare con la creazione di palazzine per ospitare gli operai, la nascita del campo sportivo e della squadra di baseball. Negli anni a seguire fino alla fine degli anni ’70 questa zona rappresenta il punto di avvio di numerose campagne a favore della sensibilizzazione ambientale, per il diritto alla casa e iniziative come l’autoriduzione delle bollette. Inoltre, qui le femministe aprono uno dei primi consultori dando il via alle lotte per il diritto all’aborto.

Un altro luogo fulcro di numerose vertenze è il cotonificio, il quale diede lavoro a circa 1000 operai e operaie, anche qui perlopiù donne. A seguito dei primi cambi di proprietà e ai rischi di licenziamento, negli anni ‘40 i lavoratori e le lavoratrici avviano una stagione di lotte a favore del posto di lavoro, per il salario e per la riduzione dell’orario. Ma la geografia mondiale della produzione nel secondo dopoguerra muta e inizia la crisi per diverse fabbriche veneziane: negli anni ’70 il cotonificio chiude e al suo posto verrà aperta la sede universitaria dello IUAV.

Qui vicino, presso  la fondamenta dei cereri, c’è la sede della scuola materna Diego Valeri che, fino agli anni ’70, ospitava il convitto Francesco Biancotto, dal nome del partigiano fucilato in giovanissima età dal regime fascista. Nel post guerra questo istituto verrà utilizzato per offrire un’educazione agli orfani dei partigiani di diverse regioni e degli operai licenziati. Il sistema educativo rappresentò un’innovazione rispetto ai metodi tradizionali, in quanto toccava lo studio ma anche il tempo libero dei “biancotti” (così venivano chiamati gli studenti e le studentesse dell’istituto), iniziandoli ad attività teatrali, sportive e culturali di vario genere. Tuttavia, in un’epoca in cui il comunismo aumentava la sua influenza, la paura di una sua espansione portò il governo ad etichettare come sovversive diverse attività, tra cui quella dell’istituto Biancotti. Nei primi anni ’50 l’Ente gioventù italiana, proprietario dello stabile, ordinò lo sgombero e diversi educatori furono arrestati. Ma era anche un’epoca di forte solidarietà. Infatti, gli operai di Marghera bloccarono le loro attività e andarono ad offrire sostegno al Biancotti, mentre il poeta Diego Valeri inveì contro la polizia. Malgrado la resistenza, il convitto chiude negli anni ’70, e il comune in seguito vi istituì la scuola materna Diego Valeri.

Funerali del partigiano Turiddu in Campo santa Margherita. Fonte: http://nuovavenezia.gelocal.it
Funerali del partigiano Turiddu in Campo santa Margherita.
Fonte: http://nuovavenezia.gelocal.it

L’effervescenza politica e sociale ha come perno campo Santa Margherita dove, a partire dagli inizi del 1900 si tengono comizi, assemblee e le lotte dei lavoratori portuali (questo campo dista pochi minuti dalla Stazione marittima). In molti casi, i luoghi di ritrovo era osterie “rosse”, dove

“le monete di resto delle bicchierate, chiamate la ‘parte maledetta’ venivano utilizzate per le sottoscrizioni ai giornali e agli opuscoli socialisti.”

Inoltre, durante il biennio rosso e nei primi anni di regime fascista, campo Santa Margherita è uno dei luoghi dove la resistenza al fascismo è più forte, con lo scoppio di diversi scontri socialisti e squadristi. Nel corso degli anni, qui e nelle zone limitrofe (campo San Tomà, e calle del Capeler) diverse osterie e bacari diventeranno il ritrovo di cellule della Resistenza e, tra gli anni ’60 e’70, di collettivi studenteschi e dei gruppi della sinistra extra-parlamentare. Ad esempio, qui verrà fondato il primo “Circolo proletario veneziano”, antesignano dei futuri centri sociali.

 

Marghera

La fisionomia di Venezia muta profondamente quando viene fondato, negli anni ’30, il polo industriale di Marghera e il ponte che collegherà il centro storico con la terra ferma. Questa trasformazione lascerà il segno per gli anni a venire, sia dal punto di vista dell’economia che da quello della ribellione. Attorno a questo polo si espande la municipalità di Marghera,

“testimone di lotte memorabili e storiche rivendicazioni […] lotte per i diritti degli operai, per l’accoglienza dei nuovi cittadini immigrati, che qui vivono in numero massiccio, per la salute, l’ambiente, per la buona cittadinanza.”

Ma uno degli effetti dell’ambiente industriale è la nascita, oltre dei più importanti movimenti politici della sinistra extra-parlamentare, di gruppi e movimenti artistici e intellettuali, che si ritrovano nei locali di via Fratelli Bandiera. Qui troviamo la sede del centro sociale Rivolta, nato negli anni ’80 portando avanti attività politiche e di lotta in favore dei diritti ambientali e contro l’inquinamento industriale dovuto al petrolchimico. Nei primi anni del 2000, in seguito a diversi tentativi di sgombero da parte del comune, le parti raggiungono un accordo e la sede viene data in gestione alla cooperativa Officina Sociale. Tra le attività che il centro sociale continua a portare avanti, una delle più importanti è l’organizzazione di spettacoli musicali, ai quali aderiscono gruppi come la Banda Bassotti, gli Assalti Frontali e i Marlene Kuntz.

Ma il polo industriale ex Breda Fincantieri è stato centrale anche per la lotta contro il regime fascista. Qui, infatti, nel 1944 venne indetto uno sciopero di oltre una settimana che coinvolse circa 20 mila lavoratori, che verrà sedato con la deportazione e l’arresto di alcuni di essi.

Consiglio di fabbrica petrolchimico di Porto Marghera. Fonte: http://www.paolodorigo.it
Consiglio di fabbrica petrolchimico di Porto Marghera.
Fonte: http://www.paolodorigo.it

Le azioni di lotta proseguiranno anche nella seconda metà del secolo, con il petrolchimico che rappresenta uno dei fulcri principali con proteste non solo contro i padroni, ma anche contro il PCI e i sindacati troppo attendisti:

“Il petrolchimico è il simbolo delle lotte operaie e sindacali, in particolare i murales nel capannone in cui si riuniscono i lavoratori per le loro assemblee raccontano ancora oggi il fermento politico che si respirava in questo luogo, di cui è stato protagonista anche Antonio Negri […] Marghera è stata e rimane laboratorio e fucina di mutamenti sociali, un luogo in fermento segnato da tutti i passaggi storici ed epocali dell’ultimo secolo.”

La transizione da un modello economico incentrato sulla fabbrica ad un turismo incontrollato ha avuto effetti tangibili sulla laguna e sulla vita dei cittadini, facendo emergere una tensione tra modernità e tradizione. È interessante notare come una delle conseguenze della transizione tra i modelli economici suddetti sia stato lo spopolamento della città, passando dagli oltre 100 mila abitanti del post guerra ai circa 50 mila odierni. Parallelamente, in particolar modo dagli anni ’70, il numero di visitatori ha conosciuto un incremento senza pari, raggiungendo oggi le 24 milioni di unità annuali. Se da un lato l’aumento smisurato del turismo ha favorito la circolazione della ricchezza, dall’altro ha implicato ed implica un maggiore impatto ambientale (sia urbano che naturale) e un aumento di negozi di bigiotteria e di souvenir di bassa qualità a discapito dell’artigianato locale. Ma di questo parleremo nei prossimi articoli, con un occhio di riguardo alle recenti battaglie portate avanti da diversi comitati, in particolare il No Grandi Navi.

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