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venezia forma urbis.
Fonte: http://www.comune.venezia.it
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Il lato ribelle di Venezia (terza parte)

Di: Giorgio Pirina

 

Proseguiamo con la serie di articoli su Il lato ribelle di Venezia basati sul libro Guida alla Venezia ribelle, soffermandoci sul sestiere di San Marco e scopriremo che, oltre il velo puramente turistico dal quale è coperto, esistono storie di ribellione e di quotidianità squisitamente veneziana.

“Eccoci finalmente nella piazza principale della città, così importante da essere l’unica a fregiarsi di questo appellativo. Poniamoci al centro: lo sguardo si perde lungo la prospettiva delle Procuratie vecchie e nuove, e sembra mancare l’equilibrio se si alzano gli occhi verso la punta del campanile, a quasi centro metri di altezza.”

Stiamo parlando di Piazza San Marco, tra le più belle magnificenti al mondo, oltre che patrimonio dell’Unesco. Contrariamente a quanto possa trasparire negli ultimi tempi, questa piazza ha rappresentato un punto centrale per le lotte dei veneziani a partire dai moti risorgimentali per arrivare fino al movimento No War dei primi anni ’90 del secolo scorso. Ha rappresentato anche un punto di riferimento per la quotidianità dei veneziani: ad esempio, il famoso detto “ndemo a beverse un’ombra” nasce esattamente qui, per l’esattezza all’ombra del campanile di San Marco, dove i cittadini, sia per una pausa dal lavoro sia per convivialità, si ritrovavano per bere un bicchierino di vino al riparo dal sole. Oggi San Marco è diventata meta di un turismo di massa che sta corrodendo queste usanze e sta facendo traslare i veneziani che abitano nei dintorni verso altre mete, libere (dove possibile) dall’afflusso incontrollato di turisti che visitano piazza, basilica e campanile e che, ahimè, si divertono a farsi le foto con i piccioni attorno e a sguazzare nell’acqua quando c’è alta marea.

Fonte: Daniele Manin proclama la Repubblica di Venezia, incisione, XIX secolo, Museo del Risorgimento, Venezia.
Fonte: Daniele Manin proclama la Repubblica di Venezia, incisione, XIX secolo, Museo del Risorgimento, Venezia.

Una delle principali mete (per chi se lo può permettere) di piazza San Marco è il Caffè Florian, uno dei locali più rinomati di Venezia e, oggi, frequentato da ricchi avventori. Ma, durante il 1848-’49, il Caffè Florian rappresentò uno dei punti di riferimento dei moti risorgimentali veneziani: durante le giornate rivoluzionarie questo locale ospitò personaggi del calibro di Ugo Foscolo, Stendhal, Jean-Jacques Rousseau e Antonio Canova, oltre a intellettuali che si riunivano per pianificare proteste in chiave antiaustriaca, come ad esempio lo sciopero del fumo contro l’introduzione della tassa sul tabacco. Il protagonista indiscusso del Risorgimento veneziano è Daniele Manin: talmente importante che lui è uno dei pochissimi personaggi storici a cui hanno dedicato un campo (infatti la maggior parte dei campi è dedicata a santi e sante). La sua figura divenne centrale in quanto, durante la dominazione austriaca, si pose alla guida della ribellione e, per 17 mesi, guidò il governo autonomo di Venezia: il 22 marzo del 1848 venne proclamata la Repubblica di Venezia e Manin, a furor di popolo, ne divenne il presidente. Tuttavia, i veneziani non riuscirono a resistere al colpo di coda austriaco e, poco tempo più tardi, dovranno cedere nuovamente all’impero.

Ma piazza San Marco ha anche rappresentato, durante il XX secolo, una delle mete principali delle manifestazioni operaie veneziane, almeno fino a quando le più importanti fabbriche avevano ancora le loro sedi principali nel centro storico. L’ultima importante protesta avvenne nel 1991, quando

“approda qui in corteo non autorizzato il movimento No War contro la guerra in Iraq. In prima fila i fantocci rappresentano i potenti della terra tra cui quello dell’allora presidente del Consiglio dei ministri, Giulio Andreotti, che viene bruciato al centro della piazza.”

Diversi anni più tardi, nel 2004, alcuni militanti del Movimento No War decidono di compiere un’azione tanto simbolica quanto eclatante. In piazza San Marco, per l’esattezza in calle Vallaresso, si trova l’Harry’s Bar, un

Fonte: http://www.agorapisa.it
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ristorante di prestigio che in quei giorni preparava i pasti per il cinquantesimo vertice della Nato (che si teneva al Lido). Gli attivisti No War decidono allora di prenotare al ristorante, consumare e scappare via lasciando un biglietto sul tavolo con scritto: “Oggi paga la Nato”. Questa azione si inseriva in un contesto nel quale i “disobbedienti” decisero di avviare iniziative di autoriduzione contro la precarietà giovanile e contro il carovita che colpiva prevalentemente la fascia più povera della popolazione. Spostandoci di qualche decina di metri arriviamo a calle dei tredici martiri e, poco più in là, a campo San Moisè, un luogo simbolo per quanto riguarda la Memoria e la Resistenza veneziana. Qui infatti troviamo una lapide nel quale sono scritti i nomi dei 13 partigiani che, in seguito ad un attacco condotto contro l’ UPI (l’Ufficio Politico Investigativo, ovvero la polizia segreta fascista),  vennero fucilati dai fascisti. L’eco di questa rappresaglia giunge anche nel carcere, dove si trovava Ivone Chinello, soprannominatosi “checco” in memoria di Francesco Biancotto, il partigiano a cui in seguito venne dedicato il Convitto per gli orfani dei partigiani di cui abbiamo parlato nel primo articolo (inserire link). Checco Chinello, futuro membro del PCI e studioso della storia operaia di Marghera, racconterà efficacemente i giorni della rappresaglia e la capacità organizzativa della Resistenza veneziana.

 

Le isole dei matti 

Fonte: http://museomanicomio.servizimetropolitani.ve.it/
Fonte: http://museomanicomio.servizimetropolitani.ve.it/

 

Se ci affacciamo sulla laguna dal Sestiere di San Marco guardando a Sud, vedremo due isole: San Servolo e San Clemente. Sebbene oggi queste due isole ospitino Hotel lussuosi e strutture per convegni, in passato erano la sede per i manicomi maschile, femminile e minorile di Venezia. Delle pratiche che in essi venivano eseguite rimane viva la memoria grazie alla Fondazione Franco e Franca Basaglia, la quale ha allestito un museo nel quale sono mostrate mediante fotografie e didascalie le “cure” alle quali venivano sottoposti i degenti. Ma una prova documentale estremamente interessante su quanto avveniva ci proviene direttamente dai “matti”: dopo l’approvazione della c.d. Legge Basaglia nel 1978, i pazienti si sono organizzati in autogestione e hanno raccontato le loro esperienze mediante opere letterarie, poetiche e dipinti.

Aldo Vianello, un poeta veneziano, racconta in versi le condizioni in cui versavano i pazienti, magari rinchiusi lì dentro solo perché considerati ribelli.

 

Nel mio passato

Un giorno mi feci ribelle, fuggitivo

dalle mura dei sofferenti…

e fui in un rudere di barca

che la pioggia penetrava

nel marcio paviemento

ove era il mio letto;

nei pochi indumenti stracciati

i miei sonni erano desti

dal freddo e dalle pulci.

A luce di candela,

i versi non perfetti

mi specchiavano deluso e in pianto,

mentre mi veniva l’acqua ai piedi

e, scalzo, lottavo con essa.

I giorni, i mesi, due anni,

uguali e pazzi

da non promettere una vita migliore,

un bagliore di vera, umana luce.

References:

Barzaghi B., Fiano M. (2015). Guida alla Venezia ribelle. Roma: Voland

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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