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venezia forma urbis.
Fonte: http://www.comune.venezia.it
venezia forma urbis. Fonte: http://www.comune.venezia.it

Il lato ribelle di Venezia (seconda parte)

Di: Giorgio Pirina

 

Nell’articolo precedente abbiamo iniziato il percorso che ci mostra i lati “ribelli” di Venezia, passando per Marghera, Santa Marta e Campo Santa Margherita. Con questo articolo, proseguiremo il nostro cammino parlando di altri luoghi e delineando la transizione economica di Venezia da un modello industriale ad uno turistico. Ovviamente, la nostra stella polare sarà ancora “Guida alla Venezia ribelle”.

La Giudecca

disegno Zero Calcare No Grandi Navi. Credits: http://www.globalproject.info
No Grandi Navi, disegno di Zero Calcare. Credits: http://www.globalproject.info

L’isola della Giudecca si affaccia sulla fondamenta de le zattere, dalla quale è separata dal canale della Giudecca. Questo specchio d’acqua rappresenta uno dei simboli dell’indipendenza di Venezia poiché, secondo la leggenda, qui i veneziani hanno costretto alla resa i franchi facendo arenare le loro imbarcazioni sui bassi fondali del canale. Questa leggenda si allaccia perfettamente ai fatti recenti, che pongono al centro dell’attenzione le manifestazioni del No Grandi Navi, un comitato che lotta contro la distruzione dell’ambiente lagunare dovuto al passaggio delle navi da crociera. Uno dei momenti più eclatanti è stato quando

“decine di persone, nel settembre 2014, si sono tuffate nel canale con salvagenti e braccioli e hanno unito le Zattere alla Giudecca attraverso una catena umana che ha tenuto in scacco per ore le forze dell’ordine e le stesse compagnie di crociera, costrette a ritardare arrivi e partenze delle tanto contestate grandi navi.”

Le azioni politiche e la mobilitazione dal basso di cittadini e militanti di varie associazioni (che insieme compongono il comitato No Grandi Navi), non devono essere considerate come mere proteste nei confronti delle compagnie croceristiche, bensì come opposizione ad un modello produttivo ed economico che sfrutta e depaupera sia l’ambiente urbano che quello lagunare. Lo scopo del comitato è, quindi, proporre un progetto di sviluppo alternativo e sostenibile che punti a salvaguardare sia il lavoro che la salute: ciò non deve essere inteso semplicemente come il negativo del modello economico attualmente in vigore, ma piuttosto come proposizione (mediante lo studio dettagliato dell’indotto delle navi da crociera, del turismo in generale e delle ripercussioni sull’ambiente) di altre possibilità di sviluppo. Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 è intervenuta anche l’Unesco a riguardo, affermando

Attivisti del comitato No Grandi Navi in Laguna mentre, a bordo di imbarcazioni a motore, ritardano l'uscita in mare della supernave MSC Divina, navigando in tondo lungo il canale della Giudecca, Venezia, 9 giugno 2013. ANSA/ANDREA MEROLA
Attivisti del comitato No Grandi Navi nel canale della Giudecca, Venezia, 9 giugno 2013. Credits: ANSA/ANDREA MEROLA

che, qualora non dovessero essere prese misure per contrastare l’impatto negativo sulla laguna e sulla città storica dovuto al turismo incontrollato, Venezia verrebbe estromessa dai siti patrimonio dell’umanità. Tra le varie richieste poste in essere dall’Unesco[1], le più importanti concernono lo sviluppo di un’economia turistica sostenibile, una limitazione della velocità del traffico acqueo e il divieto di accesso alla laguna delle grandi navi. Ciò che viene sottolineato, sia dal comitato No Grandi Navi che dagli esperti dell’Unesco, è la trasformazione, se non addirittura la distruzione, dell’ambiente urbano e lagunare dovuto all’incessante moto ondoso provocato dal passaggio dei giganti del mare e dalle centinaia di natanti.

Ma sull’isola della Giudecca troviamo anche un altro simbolo della conversione all’economia turistica: l’ex Molino Stucky, ora hotel Hilton. La struttura, in stile neogotico, risale al XIX secolo, quando Giovanni Stucky decise di affidarne la realizzazione all’architetto tedesco Ernst Wullekompf. Il mulino era uno dei più grandi a livello europeo e col passare degli anni è arrivato a dare lavoro ad oltre mille operai, con una produzione massima di 2500 quintali di farina. Tuttavia, anch’esso è andato incontro allo stesso destino delle strutture industriali di cui abbiamo parlato nel primo articolo (la Manifattura tabacchi e il cotonificio), con una serie di mobilitazioni e di occupazioni da parte dei lavoratori per evitare la chiusura del mulino negli anni ’50:

“Lo sciopero dello Stucky – che non servì ad evitare la chiusura definitiva della fabbrica nel 1955 – è stato in realtà lo sciopero di un’intera città, sicuramente dell’intera Giudecca, e si è trasformato, con il tempo, in un episodio in qualche modo epico. Ha rappresentato la protesta del centro storico operario contro la de-industrializzazione e contro il trasferimento delle fabbriche a Marghera e, in fin dei conti, l’ultimo “grido di battaglia” di un’epoca destinata a finire.”

Manifestazione del 1954 contro la chiusura del Molino Stucky. Credits: Carlo Mantovani, http://www.albumdivenezia.it
Manifestazione del 1954 contro la chiusura del Molino Stucky. Credits: Carlo Mantovani, http://www.albumdivenezia.it

Presso fondamente de la rotonda, sempre sull’isola della Giudecca, troviamo l’Assemblea sociale per la casa (Asc), la quale pone al centro della sua azione la questione abitativa. Venezia, per via della sua vocazione prevalentemente turistica, ha conosciuto una impennata dei prezzi delle case sia per la vendita che per l’affitto, a causa della quale diverse categorie di persone (disoccupati, lavoratori precari, mamme sole, coppie con figli) si sono trovate nella condizione di dover occupare le case, o altrimenti andare a vivere nell’entroterra. Per questo motivo, nel corso degli anni si sono susseguite occupazioni di alloggi pubblici abbandonati. L’Asc si è mobilitata affinché le varie giunte comunali si impegnassero in un percorso di riqualificazione pubblica di queste zone abbandonate e ad implementare politiche residenziali consone alla situazione di precarietà in cui versano tuttora numerosi cittadini.

Proseguendo lungo la fondamenta in direzione Nord, arriviamo a campo Junghans. Qui troviamo l’ex istituto Palladio, edificio in stile liberty che un tempo ospitava la fabbrica di orologi e di strumenti di precisione Junghans. Esso ha rappresentato uno dei siti industriali più importanti del centro storico, il quale convogliava su di sé migliaia di operai da ogni parte del Veneto. Tuttavia, gli anni ’50 hanno lasciato il segno anche qui e, sebbene ci siano state numerose lotte da parte dei lavoratori e delle lavoratrici, la fabbrica chiuse i battenti con lo spostamento della produzione sulla terraferma. Nel corso degli anni, l’intera area Junghans è stata riqualificata per opera di importanti architetti contemporanei ed è diventata sede di una residenza universitaria, di un teatro, di moderne abitazioni, conoscendo dunque un cambio di destinazione d’uso in senso positivo:

“Consigliamo di perdervi nei dettagli, di camminare con il naso all’insù tra le case, di guardare le terrazze in acciaio e legno di Cino Zucchi, le “pareti luce” di Boris Podrecca, i ponti, anche questi in acciaio, di Luciano Parenti e ancora le scale interne di Giorgio Bellavitis. Fa capolino tra le linee geometriche l’alta ciminiera, unica sentinella rimasta del passato industriale dell’area.”

Oltre a questi elementi di archeologia industriale, dall’isola della Giudecca sono emerse anche iniziative dal basso con lo scopo di far risorgere usanze tradizionali che, nella seconda metà del 1900, stavano conoscendo un profondo declino. È il caso, ad esempio, della voga veneta, che fino agli anni ’60 aveva contribuito a creare un indotto

mediante la nascita di numerosi cantieri navali per la costruzione delle barche in legno. Con la meccanizzazione dei trasporti e la diffusione dei barchini a motore, tali cantieri e il mestiere di mastro d’ascia conoscono un declino, fino a quando, nel 1975, un gruppo di veneziani rivolge un appello alla comunità nel tentativo di far riprendere l’usanza della barca a remi. È così che nasce la Vogalonga, conosciuta anche come Regata di San Martino, la quale prevede di navigare a remi tra i canali di Venezia e “riappropriarsi” del tempo della laguna. Questa iniziativa ha avuto un successo tale da diventare oggetto di interesse per centinaia di turisti da tutti il mondo, portando così alla riapertura di numerosi cantieri per la realizzazione di barche tradizionali. Anche qui, dunque, siamo di fronte ad una mobilitazione dal basso per la riappropriazione degli spazi e delle tradizioni.

Sacca Fisola 

Sacca Fisola è un’isola artificiale che si è formata nel dopoguerra in seguito all’accumulo di fanghi e detriti trascinati dalla corrente lagunare. A partire dagli anni ’60, quest’isola conosce uno sviluppo urbano con la costruzione di numerose unità abitative per i cittadini meno abbienti e diversi impianti sportivi pubblici. Risulta dunque essere di

murales Gabbiano di Danilo Bergamo. Credits: http://www.paolopennisi.it
murales Gabbiano di Danilo Bergamo. Credits: http://www.paolopennisi.it

realizzazione recente rispetto alla storia millenaria di Venezia e l’aspetto che assume, tuttavia, non ricalca quello del centro storico. Nel tentativo di abbellire l’architettura di questo quartiere, diversi artisti e la fondazione veneziana Bevilacqua La Masa nei primi anni ’80 promuovono un concorso con lo scopo di realizzare diversi dipinti sulle pareti degli edifici ed effettuare esperimenti artistici per rendere più gioviale l’atmosfera. Come scrivono le due autrici di “Guida alla Venezia ribelle”:

“Sacca Fisola è stata ed è un’isola “rossa” e battagliera che ha affrontato numerose lotte, come quelle contro l’inceneritore (chiuso nel 1984 e in seguito demolito) e a sostegno del diritto a sistemazioni abitative salubri e dignitose.”

Per concludere questo articolo, non c’è modo migliore che riportare una canzone popolare veneziana di lotta, composta nel 1973: Giudeca, di Alberto D’amico.

Giudèca nostra abandonata/ Vint’ani de lote e sfrutamento/

 e adesso xe rivà ‘l momento/ de dirghe basta e de cambiar./

Le scuole co le pantegane/ le case sensa gabineto/

e quando ti te buti in leto/ ti sogni sempre de lavorar./

E chi lavora se consuma/ da Erion a’a Junghans, ai Cantieri,/

la pua te fa i oci neri/ se ti te meti a sioperar./

E i fioj se ciàpan l’epatite/ In meso al pantan de’a Giudeca./

Cipriani se ciava la bisteca/ e da’e case ne vol sfratar./

‘E contesse ga fato el doposcuoa/ co ‘a cipria e coi ciocolatini/

el Pro-Giudèca dei paroni/ i giudechini el ga imbrogià./

Done, studenti e operai,/ gavemo ocupà el doposcuoa;/

che vegna el prefetto co ‘a pua/ no se movemo, restamo qua!

[1] Il report completo è disponibile al seguente link http://whc.unesco.org/fr/sessions/40COM/.

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