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pappagallo

La giungla in una stanza

Di: Alessandro Galli

Ho trent’anni e non ho nessuno. Lo dico tranquillamente ormai. A riempire casa c’è solo il pappagallo Enkidu, lascito della mia precedente relazione, la mia collezione di sette orchidee sopra il termosifone del salotto ed io.
Ecco gli unici esseri viventi di questi settanta metri quadrati.
A volte, quando il vuoto delle stanze mi tormenta, libero Enkidu però sto ben attento a rinchiudere le orchidee nella gabbia del pappagallo. Non vorrei mai le mangiasse con il suo robusto becco giallo.
Mi ha sempre fatto sorridere questo scambio di ruoli. Ogni tanto vorrei entrare io nella gabbia ma la porta è troppo stretta e non ci passo.
Enkidu è l’unico che si relaziona con me, tantoché, nei momenti in cui vola libero nelle stanze, mi pare quasi di non essere più molto solo. Mettendola così, anche se sembra che quel piccolo animaletto mi sia di compagnia, in realtà fa parte di una piccola sfera di malessere, che è nulla per il mondo ma gigante per me.
Io tendenzialmente sono un tipo bloccato, ma da quando la mia ex mi ha lasciato ho cercato di cambiare la mia vita e togliermi da sotto gli occhi quello che di lei era rimasto.
Sono riuscito con quasi tutto, tranne Enkidu e le orchidee. Loro sono rimasti e mi causano dei salti nel passato allucinanti. Come se la mia mente, abituata ad un leggero ondeggiamento sul posto, di colpo scattasse di un paio di anni indietro.

E tutto cambia in modo tetro, innaturale, sbiadito.
Rivedo quei momenti, ascolto ancora quelle parole sussurrate all’orecchio o quelle altre urlate dai nostri visi rossi e crucciati, sento il calore della sua pelle e tra le dita i suoi capelli. Poi atterro nella fredda realtà, guardo la gabbietta, il termosifone e il mio corpo rabbrividisce. Mi hanno lasciato tutti, donna e amici; anche i genitori, ma quelli l’hanno fatto così tanto tempo fa che me lo scordo sempre più spesso.
Sono solo perché non faccio niente.
Di solito non prendo decisioni e aspetto che lo facciano gli altri. Con la mia compagna è finita dopo un bel po’ di anni, ormai era stremata. La stavo “tirando a fondo come un’ancora” così mi disse quando mi lasciò, proprio quando la stavo per stupire con un mazzo di fiori gialli. Mi lasciò a marzo. Non ho mai mosso un dito per riprenderla ma d’altro canto sarebbe stato innaturale che io l’avessi fatto.
Penso che le persone siano come le mie amate orchidee: fanno i fiori sempre di un colore.
Se fai i fiori gialli, li farai sempre. Se li fai rossi è inutile aspettarli gialli. E così via. D’accordo a volte ne esce uno screziato, un po’ si distingue dagli altri e sembra una novità. Ma è una finzione che ti frega. Non fai neanche in tempo ad abituarti che il fiore sbiadisce, si secca, muore e quello che verrà non avrà sorprese di sorta.

Io sono così, rosso sono e così rimango. Insomma non sono neanche fatto troppo male, ho un unico modo di vivere però: ho paura. Di tutto. Cioè non del buio o dell’uomo nero (anche se a volte rimpiango la mia infanzia) ma delle cose più disparate, che potrebbero trarre in inganno con la loro faccia comune. Ho paura di centinaia di cose e perciò non prendo posizione, non scelgo, non seguo un percorso logico comune, non condivido, non parlo molto, non do soddisfazioni (ma non le richiedo neanche), non concludo una cosa, neanche la più banale, senza averla ricontrollata decine di volte. A volte riapro il frigo per vedere se l’ho chiuso.
Poi mi prende il malessere, quello spettro nero che ha allontanato la mia compagnia di amici. La follia dei pettegolezzi, del posizionarsi pro qualcuno contro qualcun altro. La paura nera di infastidire gli altri con la mia presenza. La consapevolezza di essere indifferente agli altri e superfluo al momento. Non apportavo nulla di costruttivo. A dire il vero neanche di distruttivo, ma dal mio modo di vedere distruggere qualcosa è la prima mossa per costruire qualcos’altro e non potevo azzardarmi a farlo.
Insomma sono come un’isola sperduta sfuggita dal continente delle reti sociali.
Dei miei piccoli movimenti passati, quelle piccole screziature del mio essere restano soltanto delle splendide piante in gabbia ed un uccello tropicale chiuso in appartamento.
I resti miseri di una giungla, ormai dimenticata.

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