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La Rabbia

Figli della stessa rabbia

Di: Carlo Fiorotto

Era il 1996 quando Einaudi pubblicava “Gioventù cannibale”, un’antologia di racconti pulp molto presto diventata un vero e proprio cult. A vent’anni di distanza sempre Einaudi pubblica “La rabbia”, e le premesse sembrano le stesse. Eppure tutto è diverso: otto storie a fumetti forgiate nelle fucine di Crack!, con Zerocalcare punta di diamante. Si parla della crisi, collettiva e personale, di una generazione “che non ha mai potuto giocare”, tagliata fuori dal mondo dei padri, abbandonata davanti ad una società in declino, corazzata di fronte alle menzogne, critica rispetto alle narrazioni ottimistiche che le vengono propinate ogni giorno. E soprattutto incazzata nera per tutto questo. Una recensione classica non avrebbe restituito la complessità e lo spirito di questo libro. Ho dunque deciso di intervistare Sonno, una dei protagonisti di questa antologia. Questa la nostra conversazione!

Barrito: Crack! è il più grande festival di fumetto completamente autogestito, una rete che unisce artisti e produttori indipendenti, un network che coi social non c’entra nulla. Tu ne fai parte dal 2015. Con la premessa che una voce individuale non può descrivere in modo esauriente un qualcosa di collettivo, ci racconti un po’ com’è?

Sonno: E’ folle. Totalmente. Sul sito del crack! ci sta scritto: Crack! è il festival autoprodotto e autoconvocato di fumetto e arte stampata e disegnata più importante del pianeta Terra. Questo per farti capire. E’ totalmente scoordinato, libero e stimolante. E se ci entri una volta, fidati, non ne esci. Un po’ perché finisci a non trovare più l’uscita, po’ perché proprio non vuoi più uscire. Un esempio: una volta sono rimasta ad aiutare quelli del crack! con la grafica di Fortopìa dalle 11 di mattina alle 6 di mattina. Non chiedermi perché l’ho fatto. Quante ore sono? Tutte davanti al computer: ho visto le stelline, per davvero, e Valerio Bindi alla 5 per terra morto di stanchezza. Però boh, si fanno queste cose ecco.

Credits to Sonno
Credits to Sonno

B: Dritto dritto fuori da crack! nasce questo libro, “La rabbia”. Gli stili son diversi, la libertà mi sembra abbastanza totale, il filo rosso si perde dietro il concetto che dà il titolo alla raccolta. Dentro ci stai anche tu. Cos’è e cos’è stato per te?

S: Un casino. Ho perso 6kg, sono andata in crisi esistenziale e più volte ho pensato di mollare tutto e scappare in Messico.
Infatti è quasi quello che ho fatto.
Non sono andata in Messico però ho scritto un fumetto per 9 mesi, poi ho preso, cancellato tutto e ricominciato da capo. Il fumetto che si trova nel libro l’ho scritto in un mese.

B: Un trauma insomma. E il fumetto cancellato, quello che non leggeremo mai? Com’era?

S: No, è una delle cose più pallose mai scritte, giuro.

B: Veniamo alla tua fetta di libro, dai. Parti subito con un’avvertenza: niente storia con una struttura logica. Il rischio sarebbe stato quello di parlare di una sola sfumatura della rabbia. Tu evidentemente ne volevi tirare fuori il più possibile. Come si è svolta questa ricerca (se così la si può chiamare), come hai iniziato ad affrontare questo tema?

S: E’ successo che ha 23 anni mi è crollato tutto addosso. Relazioni chiuse, litigi con amici, casini in famiglia, lavoro che non c’è (oltre che la fumettara faccio la grafica). Allora ho preso e sono andata a vivere a Barcellona. Dopo quattro mesi mi arriva la chiamata di mia madre “nonno se n’è andato, devi tornare per il funerale”. Tornata a Roma, per il funerale, nulla era cambiato. Stessi litigi, stessi casini, solo un funerale in più.
Non ero arrabbiata, ero davvero incazzata.
Con il mondo, con tutti.
Con l’ingiustizia cosmica.
Poi ho incontrato Valerio Bindi che mi ha chiesto “ti va di fare un fumetto sulla rabbia?”. E qui viene da pensare “wow perfetto”. Per fare il fumetto invece io quella rabbia lì l’ho dovuta guardare in faccia. Ed era troppa, così tanta che mi ha mandata nel pallone. Ci ho lavorato per nove mesi e poi ho cancellato tutto, come ti dicevo. L’ho affrontata, ne ho parlato. E poi ho visto questa rabbia anche negli altri. Mille motivi per cui spaccare tutto. Ma poi, dato che sono così tanti, alla fine non si fa nulla.
Non potevo parlarne in un solo modo, perché sono proprio le mille sfumature il problema. Sarebbe stato come mentire o parlare di un’altra cosa, magari più gestibile.

B: È giunto il momento del domandone: cos’è quel piccolo equilibrio di cui parli?

Credits to Sonno
Credits to Sonno

S: E’ quella situazione di stabilità causata da un surplus, in questo caso surplus di rabbia. Come quando tanti omini tutti insieme cercano di entrare dalla stessa porta e invece di passare si forma un tappo.
Nessuno entra e nessuno esce: è un equilibrio.

B: Da quello che m’hai appena scritto pare che ‘sta rabbia sia un po’ una cosa strana. Un po’ collettiva, perché dentro tutti noi, un po’ no perché troppo varia. Da quello che hai detto tu chiamare sta intervista “figli della stessa rabbia” suona assai sbagliato. E’ effettivamente così?

S: Nah, di primo impatto io ti direi che siamo figli della stessa rabbia, quantomeno “numericamente” parlando. Ma in realtà forse sì, alla fine è la stessa. Solo che per me non è una.

B: Qual è la sfaccettatura della rabbia che ti riguarda più da vicino?

S: Quella della violenza fisica. O meglio, che provoca violenza fisica: penso di non essere esattamente la persona più diplomatica e pacifista del mondo.

B: Alla fine dei giochi comunque sembra che a te personalmente la rabbia faccia quasi incazzare. È così?

S: Mi ci sono scontrata un po’ di volte con questa cosa. Sì penso mi faccia parecchio incazzare.

B: Direi ultima domanda, e visto che è un’intervista strana la faccio solo ora: chi è Sonno?

S: Sonno? Ovvio, è un cantate folk!

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