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L’Erasmus nell’Europa delle disuguaglianze

Di: Alessandro Falconieri

 

L’Erasmus, sul piano teorico, ha rappresentato e credo rappresenti tuttora un’idea brillante. Infatti, va sicuramente riconosciuta agli ideatori di questo progetto la nobile intenzione di tessere una rete di studenti europei che confrontasse diversità culturali per costruire un’Europa “libera e unita” – avrebbe detto Altiero Spinelli – e non l’equivalente di meri trattati economici stipulati dal 1992 ad oggi. Nel 2000, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, dichiarò che “l’euro è un progetto politico”. Diciassette anni dopo potremmo aggiungere che l’Erasmus costituisce il surrogato culturale dell’affannosa costruzione di un’identità europea.

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Il filosofo e critico letterario Umberto Eco. Credit: http://litalieatoulouse.com/wp-content/uploads/2015/04/umberto-eco.jpg

Dettò ciò, questo programma di studio che ha ormai segnato un tratto fondamentale della nostra generazione presenta alcuni problemi, soprattutto in relazione al momento storico che stiamo vivendo. Lo scrittore e saggista Umberto Eco, in un intervista rilasciata a La Stampa nel 2012, affermò che “gli Stati Uniti hanno avuto bisogno della guerra civile per unirsi davvero. Spero che a noi bastino cultura e mercato”. Un’espressione inconfutabile quanto indefinita poiché l’Erasmus non può non dipendere dal contesto politico nel quale è nato e si sta trasformando. Infatti, cosa né è dell’Erasmus e cosa ne sarà dell’Erasmus se quel “mercato” di cui parla Eco è sinonimo delle politiche economiche neo-liberali prodotte dall’Unione Europea negli ultimi decenni? Che significato assume l’Erasmus nell’Europa dei populismi imperanti, sempre meno unita, solidale e internazionalista?

Se fino ad oggi più di tre milioni di studenti europei hanno goduto di questa opportunità, un lungo soggiorno all’estero non è ovviamente accessibile a chiunque. Infatti, nonostante l’Università si impegni ad elargire una borsa di studio proporzionata al costo della vita del Paese straniero, molto spesso questo sostegno economico non è sufficiente nemmeno a coprire il costo dell’alloggio. Nel mio caso, ad esempio, ricevo una borsa di studio di 290€ al mese per un Paese come l’Irlanda dove l’affitto mensile di un appartamento a misura di studente si aggira attorno ai 400€ (bollette escluse). Se a questa spesa aggiungiamo il vitto, i libri, le utenze, qualche viaggetto per visitare nuove città e una pinta di Guinness ogni tanto, è chiaro perché l’Erasmus non può poi rivelarsi un’esperienza così “popolare”.

Per fare un altro esempio legato alla mia esperienza, senza azzardare qui alcun discorso convintamente “classista” all’interno dell’Unione Europea, ricordo di aver incontrato nell’arco di un anno accademico solamente un solo ragazzo Erasmus proveniente dalla Grecia, mentre non si ha nessuna difficoltà a conoscere quotidianamente tedeschi, francesi, spagnoli, italiani ecc. Ovviamente questo è solo un piccolo dato e per di più non generalizzabile, ma credo possa almeno farci riflettere sul legame tra disponibilità economiche ed partecipazione al progetto Erasmus.

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Detto ciò, dobbiamo dircelo, l’Erasmus rappresenta un’esperienza davvero edificante, almeno a livello individuale. Si imparano nuove lingue, si chiacchiera con gente da tutte le parti del mondo – ovviamente gli stereotipi sono uno dei temi più gettonati per iniziare una conversazione – ci si imbatte in culture completamente diverse e, magari, si diventa anche più open-minded. Tuttavia, parlando più in generale e senza alcun tono disfattista, l’Erasmus sta fallendo nel realizzare la sua funzione politica? Ha davvero creato “la prima generazione di giovani europei” così come affermava Umberto Eco? Non sarò di sicuro io a dare una risposta definitiva a queste domande, essendo solo una tra le milioni di persone che hanno potuto studiare all’estero, però credo che anche l’Erasmus, concepito come un progetto lungimirante, sia ingabbiato in alcuni problemi strutturali dell’Unione Europea stessa. Le tensioni tra i diversi Paesi, la continua crescita di populismi e movimenti anti-élite e i vari appelli alla sovranità nazionale su moneta e confini sono indubbiamente il segno di un’Europa sempre meno internazionalista.
Eco nutriva grandi speranze in questo progetto, ne ha gonfiato (forse giustamente) la portata dall’alto della sua autorità intellettuale, ma in alcune interviste rilasciate a riguardo ha spesso allineato cultura e mercato su un piano di uguaglianza. Questa “identità europea” sottolineata ripetutamente da Eco sembra invece essere nel 2017 una mera unione economica marcata da un modello fortemente neo-liberista che ha moltiplicato le disuguaglianze di reddito e aumentato i livelli di disoccupazione in buona parte dei Paesi dell’UE. In altre parole, un’identità che di culturale ha ben poco e che ogni tanto emerge timidamente con messaggi conformistici della serie “Je suis Charlie” o con una bandiera francese come foto profilo quando, ad esempio, qualcosa che vorremmo non ci succedesse mai accade ad un Paese molto vicino al nostro.

Una cartina raffigurante le disuguaglianze di reddito nell’Unione Europea. Credit: http://i1.wp.com/www.left.it/wp-content/uploads/2016/05/disuguaglianze-Ue_Oxfam.jpg?resize=800%2C800

L’Erasmus, che dovrebbe essere il motore culturale per spingere le politiche europee verso un modello unitario e federalista, sembra essere incluso nel vortice di politiche economiche che hanno creato disuguaglianze sociali e che, di conseguenza, rendono questo programma non facilmente accessibile ad ogni soggetto. In un’Europa dove i due modelli concretamente possibili sono, da un lato, neo-liberismo sfrenato e, dall’altro, idee protezionistiche e sovraniste – l’esito del primo round delle presidenziali francesi ne è una buona esemplificazione – la cultura tramite cui si vorrebbe influenzare la politica o, anzi, costituirne le fondamenta, si rivela l’espressione di modelli politici non esattamente egualitari che determinano preliminarmente chi vi potrà accedere e chi no.

 

 

 

 

Fonti:

http://www.lastampa.it/2012/01/26/esteri/speciali/europa/commenti-e-interviste/eco-scommetto-sui-giovaninati-dalla-rivoluzione-erasmus-t0Xo4vuRQPNMIR69ROOxYJ/pagina.html

 

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