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Credits: Patrick Chappatte / The International Herald Tribune / 5/11/2005
Credits: Patrick Chappatte / The International Herald Tribune / 5/11/2005

Di privacy online e brioches cadute

Di: Jacopo Ziffer

Torni a casa sfinito dopo una giornata spesa dividendoti fra lavoro ed aula studio. Una di quelle giornate che sembra non voler finire mai. Hai ventisei anni e, nonostante l’impegno che continui a metterci, con ogni probabilità anche quest’anno non riuscirai a laurearti. Sei single, ma questa certo non è stata una tua scelta. Il tuo gatto anche stasera ha deciso che non sei degno delle sue attenzioni. Così – preso dal quotidiano sconforto –  ti trascini svogliatamente in cucina, apri quella imperitura fonte di gioia comunemente detta “frigorifero” e, con estremo stupore, vi rinvieni un gelato confezionato. Un gelato. Uno solo.

Le pupille si dilatano, il livello di dopamina si alza esponenzialmente, la salivazione è a livelli mai visti. Afferri il gelato, lo scarti e – come un moderno Sun Tzu – lo osservi da ogni angolazione studiando la strategia ottimale per evitare di sporcarti l’unica maglietta pulita che ti è rimasta.

Ti scivola dalle mani.
Lo vedi cadere.
É a terra.
Dieci giorni fa hai festeggiato l’anniversario dell’ultima volta che hai fatto le pulizie.

Ti guardi intorno circospetto; ti accerti che tutte le tende siano tirate di modo che il dirimpettaio non possa in alcun modo vederti; il gatto continua a farsi gli affari suoi. Tu sei Gollum, quel gelato è l’anello. Ti protendi verso di lui, lo afferri, divarichi le fauci e finalmente lo addenti: le fugaci quanto indispensabili gioie della vita.

La mattina dopo esci di casa per andare a fare colazione al bar sotto all’ufficio: “cappuccino e brioche, grazie”.

Sei la persona più maldestra che il globo terracqueo abbia mai concepito.
Pure la brioche ti è caduta.
Senti il peso degli sguardi altrui.
Attendono una tua mossa.
Prendi un fazzoletto dal bancone.
La raccogli.
Sconsolato la butti via.

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Credits: thedailydose.com / 16/08/11

Ora, se – per miracolo – state ancora leggendo questo articolo, vorrei concentrare la vostra attenzione su quella che, negli esempi appena proposti, costituisce la sottile linea di confine fra la soddisfazione delle papille gustative ed un forte senso di sconforto. Questa linea si chiama Privacy: ci basta entrare a casa e siamo liberi di fare quello che vogliamo in assoluta e totale libertà. Anche nel mondo di internet dovrebbe funzionare così: metto una password al mio account Facebook o alla mia casella di posta elettronica e posso scegliere cosa gli altri possono vedere e cosa no, ma questa, ad oggi, non è che una mera utopia.

Una recente notizia riportata da Reuters, rivela infatti che – stando a quanto dicono tre ex-dipendenti di Yahoo! – il gigante statunitense avrebbe sviluppato un software segreto che permetteva all’FBI di acquisire centinaia di migliaia di email dei suoi utenti.

Per quanto clamore possa scatenare una notizia simile, in seguito alle rivelazioni del 2013 di Edward Snowden, non si tratta di nulla che non potessimo già immaginare.

Se quindi da un lato non si mette nulla di nuovo sul tavolo, dall’altro si riaccende la discussione sul tema del diritto alla riservatezza.

Secondo Mark Zuckerberg – presidente ed amministratore delegato della piattaforma su cui tutti noi condividiamo le foto dei nostri pasti – la privacy non sarebbe più una regola sociale. Sì, lo stesso Zuckerberg che insieme a sua moglie, oltre ad una modestissima dimora a Palo Alto, ha acquistato anche i quattro immobili adiacenti al fine di tutelare la propria sfera privata.

Eric Schmidt invece, presidente del consiglio di amministrazione di Google, interrogato nel 2009 dalla CNBC su quelle che erano le violazioni della privacy effettuate dall’azienda di cui era a capo, dichiarava: “Se stai facendo qualcosa che non vuoi che gli altri sappiano, non dovresti farlo a priori.

In questa costellazione di ipocrisie, ciò che ne emerge è che, a dispetto delle varie dichiarazioni, il diritto alla riservatezza è importante per chiunque; tutti quelli che sostengono il contrario mentono. Lo stesso Schmidt, per un anno intero, ha proibito ai propri dipendenti di rilasciare qualsiasi dichiarazione al quotidiano di informazione tecnologica CNET dopo che questo aveva rilasciato sue informazioni personali. Ironico è come le suddette informazioni personali siano state rinvenute grazie ad una semplice ricerca effettuata proprio tramite i servizi Google.

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Credits: Donkey Hotey / Flickr

Ci sono poi quelli che sostengono di non essere interessati alla privacy “perché io non ho nulla da nascondere”. Un ragionamento di questo tipo, come fa notare Glen Greenwald in un famosissimo TED Talk, si basa sull’assunto semplicistico che vi sia una precisa distinzione fra le persone buone e quelle cattive: i terroristi da una parte, gli onesti cittadini dall’altra. Permettetemi di dire che la realtà è un pochino più sfumata di così. Se poi volessimo spingerci oltre, provate a chiedere a queste persone di inviarvi una foto che li ritrae nudi o di darvi la password del loro account Facebook. Ricordate: non hanno nulla da nascondere.

A onor del vero, una posizione di questo tipo offre importanti spunti sul fronte del bilanciamento fra diritto alla riservatezza e sicurezza nazionale: citando Benjamin Franklin però,“chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.”. Penso che nessuno possa razionalmente accettare di vivere in un Panopticon tecnologico.

Se a tutto ciò aggiungiamo anche che due commissioni indipendenti incaricate dalla Casa Bianca hanno dichiarato che la sorveglianza di massa non ha impedito neanche un attacco terroristico, ci rendiamo presto conto dell’assurdità di una posizione simile.

La privacy quindi, online conta esattamente come nella realtà materiale e, una società in cui le persone possono essere sorvegliate in qualsiasi momento, demolisce la libertà di pensiero e di espressione: è una società che genera obbedienza e conformismo. Rinunciare a tutto questo in nome di una ipotetica garanzia di incolumità sarebbe sbagliato.

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Credits: Molly Johanson

Di più, se è vero che i governi di tutto il mondo invadono illegittimamente la sfera privata di milioni di persone, sembra ridicolo che si possa rivendicare il proprio diritto ad essere lasciati soli quando siamo noi, in primis, disposti a fornire una miniera inesauribile di dati personali in cambio di un buono sconto su Amazon: nome, cognome, codice fiscale, numero di telefono ed email (che poi, se proprio dovete, perchè non vi create una casella email del tipo “nome.cognome@xxxx.com” anzichè continuare ad usare l’indirizzo “s0n0unR1beLLexxx@xxx.com” creato a quattordici anni quando inondavate tutti di trilli su msn?)

Di primo impatto potrebbe non sembrare un trade-off così svantaggioso, ma facciamo un esempio: probabilmente, molti di voi, come me, spendono intere giornate accoccolati alla coperta cercando una qualsiasi serie tv che, fino all’estate prossima, possa riempire il vuoto lasciato dalla fine dell’ultima stagione di Game of Thrones. E se vi dicessi che in futuro la vostra passione per il binge watching potrebbe contribuire ad inquadrarvi come individui sedentari facendo così aumentare il prezzo di una eventuale polizza assicurativa sanitaria? Sembrerà assurdo, ma non siamo poi così lontani da un simile scenario.

In conclusione, dobbiamo certamente tenere viva la discussione sul tema della sorveglianza di massa, ma, soprattutto, dobbiamo innanzitutto tornare a dare ai nostri dati personali la stessa importanza che davamo ai nostri Tamagotchi. Dobbiamo avere contezza di quelle che sono le nostre informazioni che facciamo circolare e soprattutto dobbiamo saperle gestire. Solo così potremo proteggere la nostra libertà di autodeterminazione online.

Solo così potremo mangiare quella dannata brioche.

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