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Dentro l’Area X

Di: Federico Giordani

Forse la “Trilogia dell’area X” di Jeff VanderMeer è una serie di romanzi di cui avete già sentito parlare. Negli ultimi anni il contenuto di questi libri ha trovato (o sta trovando) molti rivoli attraverso cui disperdersi, anche qui in Italia, dove è stato tradotto nel 2015.

Potreste aver letto il romanzo stesso, edito da Einaudi in un volume che raccoglie tutta la trilogia in questione.

Copertina dell’edizione Einaudi

Oppure potreste aver visto il trailer del film tratto dal primo volume, Annientamento, con Natalie Portman nella parte della Biologa, che dovrebbe uscire su Netflix il 12 marzo prossimo.

La versione cinematografica sembra prendersi alcune libertà rispetto all’originale. Anzi, sembra scivolare su alcuni espedienti narrativi abusatissimi, come il coniuge da salvare o le creature aliene e pericolose, quando invece nella storia tutte le vittime sono uccise dalle lotte intestine tra i membri della spedizione. Ma le immagini del trailer sono per ora le uniche in circolazione.

O ancora, se seguivate una rivista online chiamata Prismo che purtroppo ha chiuso i battenti l’anno scorso, portandosi dietro uno dei luoghi più interessanti e prolifici dell’Internet, avrete letto molti articoli in cui si cita o si parla esplicitamente dell’opera di VanderMeer. Come ad esempio questo pezzo sulla filosofia Object-Oriented Onthology di Gianluca Didino o quest’altro di Tommaso Guariento che indaga il costrutto narrativo della Zona attraverso letteratura, cinema e giochi survival horror.

Ma insomma, cos’è l’Area X? E di cosa parla il romanzo?

La struttura della storia è tutto sommato semplice. Un’agenzia del governo, la Southern Reach, invia delle spedizioni in una zona del sud degli Stati Uniti per indagare su cosa vi sia successo. Questa “Zona” presenta delle caratteristiche peculiari, è rinchiusa in un muro invisibile e l’accesso è possibile solo attraverso un portale. Da qui in poi si sviluppa il romanzo, che ruota attorno alle stranezze di questo ecosistema identico ma sottilmente diverso da quello terrestre.

“La luce in quel luogo era inesorabile, brillante eppure abbastanza distante da risultare quasi eterea. Donava una chiarezza insolita ai canneti, al fango e all’acqua che li rifletteva e li seguiva nei canali. Era la luce a darle la sensazione di scivolare perché la distraeva dai propri passi. Era la luce a ridarle costantemente la calma. La luce esplorava e metteva in discussione tutto […], poi si ritirava per permettere a ciò che toccava di esistere autonomamente.”

“Troppo spesso negli ultimi quattro giorni gli era parso di attraversare uno di quei diorami al museo di storia naturale che erano la sua passione: coinvolgenti, affascinanti, ma poco realistici, se non altro per lui. Anche se gli effetti non si erano ancora manifestati, il suo organismo veniva invaso, contaminato e riconfigurato.”

Accettazione, Jeff Vandermeer

Sembra necessario riportare almeno una parte delle riflessioni dell’articolo di Guariento per comprendere il successo del romanzo: successo dovuto anche all’uso spregiudicato del cliffhanger a fine capitolo, che lo fa assomigliare molto a una serie tv su carta, e che costringe a maratone molto simili.


L’Area X sembra l’allegoria di un ecosistema, e in parte lo è, con le automatiche riflessioni che sorgono sull’ecologia e su cosa siamo rispetto alla natura, e soprattutto quanto possiamo effettivamente farne parte e fonderci con essa. Essa è anche un luogo di proiezione, una macchia di Rorschach entro cui proiettare l’incertezza e lo sconcerto di fronte a luoghi e situazioni di cui non abbiamo termini di paragone, ed è soprattutto questa benzina che nutre i capitoli e le scene più simili all’horror. Proprio Guariento cita la scrittura di Lovecraft, basata sul “mescolare una precisione lessicale scientifica a uno sforzo immaginativo selvaggio e grandioso”. Siamo spiazzati di fronte a situazioni che sfuggono alla comprensione, tanto più sono forti gli strumenti che utilizziamo per avvicinarci ad essa e i loro completi fallimenti, di cui l’esempio ricorrente nel libro è la conoscenza scientifica. I membri della spedizione cercano di indagare la natura dell’Area X utilizzando ogni scienza umana, ma ogni tentativo è incapace di cogliere la profondità della mutazione che è avvenuta in quel luogo.

“Sistemai il microscopio sul tavolo traballante che la topografa, probabilmente, aveva considerato già troppo malridotto per dedicargli altre attenzioni. […] Ero convinta che le cellule, quando non le guardavo, subissero una trasformazione, che l’atto stesso di osservarle modificasse tutto. Sapevo che era da pazzi eppure lo pensavo. Era come se in quel momento tutta l’Area X stesse ridendo alle mie spalle: ogni filo d’erba, ogni insetto vagante, ogni goccio d’acqua.”

Annientamento, Jeff VanderMeer

Ogni oggetto all’interno dell’Area X sembra perfettamente naturale, e lunghissime descrizioni di fauna e flora sembrano proporre minuziosamente un documentario di elementi terrestri e assolutamente normali. Sembra che il problema sia questo in un certo senso, un eccesso di naturalità e di conseguenza una completa assenza dell’uomo, che si confronta con questa alterità incomprensibile, anche se perfettamente normale. Tant’è che la prima traccia che indispone i ricercatori è la completa assenza nei campioni prelevati di inquinanti o contaminanti, impossibile nella Terra in cui ogni luogo conserva l’impronta dell’Uomo.

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Copertine dell’edizione spagnola della trilogia

D’altra parte in questo luogo distopico che (spoiler) si espande e lentamente avvolge tutto il continente, sembra mancare una riconciliazione con la Natura. L’ambiente diventa un luogo da dominare o in cui confluire perdendo la propria identità, comunicando una sensazione un po’ artificiale di conflitto estremamente occidentale. Quando invece potrebbe essere pensata come un’istanza che invece fa parte di noi, e con cui dovremmo semplicemente vivere, come già fanno tutti gli altri esseri viventi, destino questo a cui noi esseri umani non vogliamo rassegnarci. Mentre invece potremmo prendere atto di questa appartenenza, magari con meno superbia e con una comprensione maggiormente introspettiva del legame che ci unisce al nostro ecosistema.
Ma per VanderMeer questa opzione sia insostenibile, c’è un dentro o un fuori, senza mezze misure. Potrebbe essere un appello questo a scegliere da che parte stare nelle politiche ecologiste di cui non si parla mai abbastanza. E in questo senso allora, una chiamata a prendere una netta posizione.

L’elemento che meno è stato colto scrivendo dell’Area X è forse il suo essere un riflesso, una proiezione, della mente di chi vi entra, che contagia poi tutto il mondo esterno. Enfatizzando quindi tutta la negatività, la desolazione e la sensazione di smarrimento dei protagonisti. Non a caso il clima e la vegetazione paludosa richiamano l’ambientazione della serie True Detective, in una Louisiana di periferia e palude, che continua a marcire in un’umanità ugualmente in decomposizione. Sceneggiata da Nic Pizzolato, che ha preso molto da Thomas Ligotti, ascritto quest’ultimo proprio insieme allo stesso VanderMeer nel New Weird, un genere che contamina fantasy, fantascienza e horror, e che ha proprio al centro quest’idea di anomalia, incomprensibile e insondabile dall’essere umano.
Ed è forse lo scopo della Trilogia dell’Area X, quello di mostrare cosa risiede nei personaggi che vi si inoltrano, che posti davanti a un luogo dalle leggi contraddittorie sono costretti a immaginare una spiegazione plausibile, un volto umano, in un luogo che invece non ha volto ed è incapace di intendere.

L’ambientazione di True Detective

(Se volete leggere l’opera in questione può essere utile sapere che potete acquistare l’edizione Einaudi con il 25% di sconto fino al 10 marzo, come anche tutti gli altri Tascabili Einaudi, e quindi per poco più di 10 euro.)

 

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