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Cronaca di un volontario dal carcere

Di: Mattia Catarina

Purtroppo, in Italia, la questione carceraria” è un tema troppo spesso dimenticato, abbandonato a se stesso da istituzioni, opinione pubblica e società civile; il dibattito su tali temi risulta essere quasi assente e l’intenzione sembra quello di continuare in questa direzione. Per questo motivo abbiamo deciso di procedere all’intervista di un volontario che da parecchi anni coopera e fornisce supporto ai carcerati; il cui obiettivo consiste nel cercare di sfatare quei pregiudizi e luoghi comuni che ruotano attorno a questa classe di individui agli occhi vigili della società.

Saremo accompagnati in questo percorso dal Professor Angelo Benassa, docente di Ed. Fisica al Liceo Statale “Leonardo da Vinci”(Brescia), che da circa 20 anni promuove attività di volontariato all’interno del carcere di “Verziano”.

Professore, in cosa consiste l’attività, da lei coordinata, tra le mura di “Verziano”?

All’interno del carcere mi occupo della promozione di eventi sportivi legati al mondo del calcio; in particolare, il mio ruolo è quello di allenare la squadra di detenuti per prepararli ad affrontare diversi tornei.”

Per quale motivo ha deciso di legare attività sportiva e carcere all’interno di questo progetto di volontariato?

“In primo luogo ho scelto “il calcio” perché è l’attività sportiva più conosciuta e diffusa. In secondo luogo la pratica sportiva presuppone necessariamente il rispetto di determinate regole, funzionali alla riuscita del gioco stesso. In questo modo, attraverso il veicolo sportivo,  si cerca di riavvicinare e riabituare gradualmente l’individuo al rispetto di quelle norme del vivere quotidiano a cui non era stato capace di sottostare in precedenza. Inoltre c’è anche la possibilità, per i detenuti, di frequentare un corso UISP per arbitri attraverso il quale avranno poi modo di dirigere le diverse partite, elevandosi a garanti delle regole stesse; dal mio punto di vista un’inversione di ruoli molto interessante!”carcere benassa

Secondo lei, questo tipo di progetto risulta essere sufficiente alla reintegrazione ed al recupero del carcerato?

            “Ovviamente no. Non basta un torneo di calcio per redimere un detenuto.”

Quali sono, a suo parere, gli ulteriori fattori che contribuiscono alla sua riabilitazione?

I fattori sono indubbiamente molteplici, ma la riabilitazione dell’individuo non può prescindere dall’appoggio di due istituzioni fondamentali lungo il suo percorso: la famiglia e lo Stato.

Chiaramente, l’impossibilità ad avere contatti frequenti con l’esterno porta i detenuti  a perdere gradualmente contatto con la società civile, specialmente se costretti a scontare parecchi anni di carcere. Questo non fa altro che accentuare il processo di alienazione dalla realtà quotidiana e il capitale sociale, non alimentato, viene a mancare. È in questo contesto che il ruolo della famiglia assume rilevanza fondamentale. Molti carcerati mi hanno confessato che la consapevolezza di avere un appoggio sicuro al di fuori del carcere risulta essere, una spinta decisiva verso la redenzione, oltre che alleviare la permanenza forzata. È dall’altro lato inevitabile che al momento della scarcerazione, il detenuto si trovi catapultato in una dimensione ostile,  identificato come una persona pericolosa e senza riferimenti stabili.  Penso sia evidente come in questo passaggio l’aiuto ed il supporto della famiglia risulti essere molto più concreto. Funge da guida per quanto riguarda la sua reintroduzione all’interno della società civile e, allo stesso tempo, fornisce gli strumenti necessari al individuo (vitto e alloggio) per ricominciare una nuova vita.”

E per quanto riguarda il ruolo dello Stato?         

            “Teoricamente fondamentale praticamente assente.”

Sì spieghi meglio.

            “Intendo dire che l’appoggio dello Stato dovrebbe essere garantito, invece la realtà risulta essere ben diversa. Per quanto riguarda l’organizzazione interna (al carcere ndr), è ormai chiaro come progetti concreti finalizzati all’insegnamento di una professione, in ottica riabilitativa, abbiano notevoli effetti benefici sul detenuto. Sai perché non vengono applicati continuativamente su larga scala?

Perché il carcere, a livello politico,  economico e mediatico, è considerato “l’ultima ruota del carro”, e se c’è da fare un taglio per quanto riguarda la spesa pubblica, stai sicuro che il carcere è il primo settore colpito. Non dimenticare che il penitenziario è uno dei pochi ambiti dove l’investimento monetario non produce a sua volta ricchezza. Inoltre risulta essere una carta politica molto debole; quasi mai fa presa sull’elettorato e questo di certo non invoglia il politico di turno ad impegnarsi in un argomento così scivoloso. Ma la cosa più grave è il totale stato di abbandono nel quale versano i detenuti nel momento in cui riabbracciano la libertà.”

Cosa intende per “abbandono” ?

“Passeggiando per la città (Brescia ndr), mi è capitato più volte di incontrare ex detenuti con i quali avevo lavorato. Molti di loro si sentono soli ed abbandonati, sarebbero disposti ad infrangere di nuovo la legge se gli fosse garantito di ritornare a Verziano, luogo in cui avrebbero vitto e alloggio e sarebbero reintrodotti in un contesto sociale sicuro. Questi individui hanno estremamente bisogno di qualcuno che li supporti, che li reintroduca nel mondo del lavoro, che li tuteli e li difenda dallo stigma che gli viene attribuito di “cattivi” da parte dell’opinione pubblica. La quasi totale assenza di questi fattori porta l’individuo ad essere reintrodotto, in brevissimo tempo, in un mondo a lui ostile quasi “sconosciuto” senza nessuna tutela, dove l’unico modo che hanno per sopravvivere è accettare l’etichettamento ritagliatoli, mettendo in pratica l’unica cosa che sapevano fare nel periodo antecedente la galera, l’attività criminosa. Questo, dal mio punto di vista, evidenzia una clamorosa doppia sconfitta da parte dello Stato. In primo luogo viene a mancare il fine ultimo dell’istituzione carceraria moderna; il penitenziario finalizzato alla redenzione del condannato e ad una sua reintroduzione nella società. In secondo luogo il carcere, paradossalmente, produce più criminali di quanti non ne recuperi. Anche questo dovrebbe far riflettere.”recidiva

Un aspetto che spesso viene tralasciato quando si tratta l’argomento penitenziario è la condizione delle guardie carcerarie. Cosa ne pensa delle dinamiche che ruotano attorno a questa categoria?

“Domanda molto interessante. Effettivamente, per avere una visione d’insieme che rispecchi in maniera esaustiva questo argomento, non si può prescindere dall’analisi “dell’altra faccia della medaglia”. Le dinamiche presenti all’interno di questa categoria mi permetto di definirle molto pesanti. Bisogna considerare che la dose di tensione quotidiana alla quale i carcerieri sono sottoposti risulta essere elevata e costante. Essi sono i tutori dell’ordine all’interno dell’istituto carcerario, di conseguenza incarnano il “nemico naturale” dell’altra comunità presente (i detenuti ndr). Il loro lavoro necessità di un’attenzione e concentrazione continua, dovendo tenere conto che vivono la loro giornata fianco a fianco a individui che non gradiscono la loro presenza. Come detto in precedenza, stiamo parlando di un lavoro logorante sia dal punto di vista fisico che psicologico. Inoltre i turni di lavoro sicuramente non facilitano questo compito, in quanto ti portano ad un ulteriore allontanamento dalle abitudini della società e dalla famiglia.”

Da quello che dice sembra che la mansione della guardia carceraria presupponga delle abilità non indifferenti

             “Chiaramente sì. Un lavoro di tale portata non può essere soddisfatto solamente con la semplice applicazione di norme e regolamenti imparati all’Accademia. Stiamo parlando di un’attività dove abbiamo un’interazione continua tra individui, questo presupporrebbe una capacità pedagogica da parte dei carcerieri, che troppo spesso però risulta quasi completamente assente. L’inevitabile conseguenza è una carenza di preparazione delle guardie, sia sul piano fisico che psicologico, che altro non fa che contribuire all’aumento della tensione all’interno del penitenziario. È mia opinione che così come i detenuti vadano dallo psicologo, anche i secondini dovrebbero fare altrettanto, in modo tale da scaricare la tensione accumulata, riuscendo a prendere le decisioni migliori anche nelle situazioni più complicate.

Per quale motivo il tema carcere sembra essere un argomento che quasi nessuno ha intenzione di affrontare?

            “La materia è molto complessa. La sensazione che ho, da alcuni anni a questa parte, è che manchino progetti di sensibilizzazione seri nei confronti di questo ambito. La società nella quale viviamo presenta tratti inequivocabilmente individualistici. Il sentimento diffuso varia dal disinteresse all’indifferenza, a maggior ragione se stiamo parlando di temi così “scomodi” e lontani dalla quotidianità come i detenuti e il carcere. Per quale motivo, io individuo, devo preoccuparmi di essere solidale con persone che hanno infranto le regole necessarie del  mio vivere in società? Ecco, probabilmente la mancanza di solidarietà risulta essere quella condizione necessaria che porta una comunità a disinteressarsi di temi come questo.”

In che modo si potrebbero contrastare apatia e pregiudizi?

“Creando consapevolezza attraverso un’istruzione che faccia della solidarietà e dell’altruismo i suoi capisaldi.”

Quindi crede che la scuola possa avere un ruolo di primo piano in questo senso?

“Diciamo che ne sono fortemente convinto. Nel mio piccolo ho sempre cercato di avvicinare gli studenti a queste tematiche, così come altri professori e volontari che ho avuto il piacere di incontrare durante le mie attività. Il Liceo Leonardo di Brescia, nel quale insegno, si dimostra molto attento e sensibile a questi argomenti. Da una decina di anni porto gli studenti a fare diverse attività di volontariato in carcere.  Ad esempio corsa campestre, tornei di calcio e pallavolo, per tentare di creare un contatto con persone con un vissuto totalmente diverso dal loro e con una realtà inevitabilmente sconosciuta, cercando di far crollare tabù e pregiudizi.

 

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