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C’era una volta a Padova

C’era una volta una città in cui si tennero delle elezioni amministrative molto speciali.

Queste erano state anticipate perché una notte d’inverno, così si racconta, diciassette consiglieri comunali su trentadue si incontrarono davanti ad un notaio per far cader la giunta e spodestare il primo cittadino. La storia narra che fu proprio per mano dei fedelissimi dell’ex sindaco che la congiura di palazzo ebbe luogo: senza dir nulla a nessuno, o così almeno si racconta, questi confabularono fino a tarda notte per poi decidere, di punto in bianco, di non appoggiar più colui che meno di tre anni prima avevan sostenuto nella candidatura.

Cogliamo l’occasione fin da subito per avvisarvi che questa fiaba ha un finale aperto, che potrebbe esser anche un mezzo lieto fine, e che tutti i personaggi della storia son frutto dell’invenzione degli autori, che in un caldo pomeriggio d’estate non avevano nient’altro di meglio da fare se non quello di dilettarsi nella scrittura. Tutti i riferimenti sono dunque puramente casuali, e se il lettore ha intenzione di offendersi può benissimo non proseguire oltre.

I SETTE CAVALIERI


La nostra fiaba inizia in primavera, quando vennero indette nuove elezioni: sette candidati si presentarono con i propri programmi e le proprie liste. I nomi non hanno importanza, conta quello che rappresentavano per la città. Li descriveremo brevemente.

Fonte: pagina Facebook Maximus - Be Good, Be Great, Be Tonci
Fonte: pagina Facebook Maximus – Be Good, Be Great, Be Tonci

C’era l’ex sindaco, vestito spesso di verde, sempre sorridente, attento alla sua immagine ed anche un po’ saccente. Uomo carismatico e bravo a parole, si ripresentò con coraggio in comune a depositare il proprio programma, come un cavaliere senza macchia e senza paura. C’era un ricco imprenditore, un anziano signore appassionato di calcio, elegante, con la camicia sempre un poco sbottonata; abbronzato anche d’inverno, consapevole d’essere affascinante, che spesso si passava una mano tra la chioma folta. Difficilmente sorrideva, nemmeno il giorno in cui si presentò ai cittadini come alternativa al dispotismo dell’ex sindaco. Giocò d’astuzia l’imprenditore, circondandosi dei migliori esperti nel settore della comunicazione politica, ed investì, così dicono, moltissimi soldi nella campagna elettorale. Anche un professore universitario decise di candidarsi a primo cittadino: di bell’aspetto, amante del colore arancione, buono almeno in apparenza, si presentò accompagnato da un gruppo numeroso di lavoratori e di giovani ragazzi talentuosi: fu un’idea innovativa, quella di cercare di dar voce a tutti. Si presentarono in comune a depositar il programma anche alcuni personaggi secondari, candidati fantastici dalle doti impressionanti, di cui però vale la pena parlare. C’era un uomo sempre vestito di giallo, accompagnato dalla moglie, la sua più grande (ed unica) sostenitrice, anche lei vestita sempre color giallo. Il suo programma era alquanto interessante, ed il suo slogan ancor di più: desiderava infatti diventar primo cittadino per poter liberare gli abitanti da un qualcosa che, ci scusiamo con il lettore, ancor oggi noi non abbiamo compreso. Si narra che nella sua sede, oltre ad una quantità inenarrabile di volantini, manifesti, spille e foto del candidato, ci fosse anche un piccolo altarino dedicato al Papa. Si candidò anche un uomo coraggioso, piccolo ma interessante, che di professione era un ricco imprenditore: famoso per la sua voce nasale, investì nella campagna molti dei soldi che aveva, osando come probabilmente mai nella vita aveva fatto. Ci sentiamo in dovere di riconoscere almeno una qualità a questo candidato: l’ingenuità di aver creduto di poter davvero vincere è per noi degna di nota. C’era anche un uomo mansueto e pacato, tanto silenzioso che ancor oggi ci chiediamo come potesse rappresentare un partito in cui alzare la voce era al tempo all’ordine del giorno. La peculiarità di costui è che se non ci fosse stato la nostra fiaba sarebbe stata esattamente la stessa, tant’è che gli autori della storia, nella prima stesura, se ne dimenticarono. E per ultimo un piccolo uomo, un concentrato di fascismo difficile da tollerare, con un programma politico misero tanto quanto misere erano le idee da lui sostenute. Non ci dilungheremo a parlar male del tale.

LA CAMPAGNA ELETTORALE


Della campagna elettorale non racconteremo tutto, preferiam narrarvi soltanto di alcune delle mirabolanti avventure dei nostri personaggi. L’imprenditore alla vigilia della deposizione del programma in comune ebbe un malore: per qualche giorno la città si fermò e tutti i candidati mostrarono il loro (finto) rammarico per l’accaduto. L’uomo però decise di portare avanti la sua candidatura comunque, sotto consiglio (e pressioni) di chi intorno a lui aveva già immaginato una poltrona in comune. Astuta fu la scelta di firmare la candidatura proprio nella sua stanza d’ospedale, circondato dai familiari e dai medici: queste cose, si sa, coinvolgono emotivamente l’elettore. Verrebbe naturale da chiedersi perché lo fece, viste le sue condizioni di salute: voci di corridoio narrano che gli venne addirittura proposto di ritirarsi per lasciare il posto ad un più prestante candidato. La questione venne poi risolta velocemente, perché l’imprenditore disse che avrebbe accettato, ma ad una sola condizione: non avrebbe più investito nemmeno un soldo, e vi possiamo garantire che eran davvero tanti. Chiaramente chi gli stava intorno preferì (a malincuore) accettar il convalescente candidato; ci siamo chiesti se, forse accecato dal potere, questi abbia peccato di superbia e presunzione. Sono supposizioni che però noi non possiamo fare, essendo questa solo una fiaba. Sarebbe bello raccontare anche di come l’uomo che osava osò così tanto da risultar ridicolo talvolta: la sua paura più grande era quella di non ricever abbastanza attenzioni, e forse di non esser preso sul serio. Per supplire al problema il candidato trovò una soluzione che potesse lasciar tutti a bocca aperta. Ce lo immaginiamo quando, alzandosi dal letto un mattino, pensò di osar per davvero: da quel giorno iniziarono a circolare per tutta la città autobus immensi (vuoti), con il suo bel faccione sorridente stampato per tutta la lunghezza del mezzo. L’uomo in giallo invece, sempre accompagnato dalla moglie, tappezzò la città di manifesti (anch’essi gialli): narra una leggenda che il candidato in persona scelse, tra i tanti che scattò il fotografo, soltanto il profilo che più sentiva suo. Se dovessimo descrivere tali manifesti a chi al tempo non c’era, vi diremmo di immaginarvi il primo piano di un viso pingue, ad una prima impressione non particolarmente brillante, molto convinto di se stesso. Non spenderemo troppe parole nel raccontarvi del piccolo uomo fascista: fonti certe però ci raccontarono che il candidato impostò al tempo, come foto di contatto sul suo telefono, un bel ritratto di Mussolini ed Hitler sorridenti. Questione di gusti, ribatteremmo noi. Del candidato mansueto non possiamo dirvi quasi nulla: la sua presenza, praticamente irrilevante, ci lasciò senza parole al tempo. Dell’ex sindaco potremmo invece dire molte cose: la sua scusa per tutto ciò che non aveva portato a termine nella precedente legislazione, fu la caduta prematura della sua amministrazione. Accusò tutti intorno a lui di aver organizzato una congiura e di aver architettato un piano diabolico alle sue spalle: era convinto di essere il solo in grado di governare la bella città, lui che in questa non ci aveva nemmeno mai vissuto. Il professore universitario forse esagerò un poco con l’arancione, ma la sua bella presenza e la semplicità con cui intraprese l’avventura della campagna elettorale lo resero, secondo il nostro modesto parere, l’unico tra i sette degno di ricevere il nostro voto. Forse perché condividevamo almeno in parte la sua idea di politica, fatta di persone che lascian da parte il partito in cui si riconoscono per convergere poi tutti, chi più chi meno, in un’ideale di amministrazione che vicina alla città lo era per davvero. O forse semplicemente perché tra i fantastici sette lui fu quello che giocò più pulito.

Fonte: pagina Facebook Maximus - Be Good, Be Great, Be Tonci
Fonte: pagina Facebook Maximus – Be Good, Be Great, Be Tonci

Di una cosa si discusse molto durante la campagna elettorale: la sicurezza della città. Pare infatti che essa fosse infestata di uomini cattivi,  briganti dalla pelle nera, che rubavano, violentavano, aggredivano, uccidevano e sporcavano. Se dovessimo essere sinceri vi diremmo che sì, la città talvolta parve anche a noi un poco pericolosa, ma non a tal punto. Il degrado, così lo si chiamava al tempo dei sette, a quanto pare si sarebbe dovuto combattere con rigidità, costanza, ronde notturne, chiusura delle frontiere e costruzione di muri. Gli autori di questa fiaba son molto critici al riguardo, soprattutto per il modo in cui la questione venne ingigantita e gonfiata con il solo scopo di far leva sull’elettorato, fomentando l’intolleranza e la paura. Di una cosa però fummo certi fin dall’inizio: le polemiche che vennero sollevate di continuo contribuirono a creare confusione e smarrimento: tutti incolparono tutti e nessuno lascio da parte simili sotterfugi. E voi ci direte che questa è politica; ma gli autori di questa fiaba faticano ancora a star al mondo, a credere che sia davvero questo l’unico modo per farla. Saremo sognatori, sicuramente lo siamo, ma credevamo e crediamo tutt’ora che si possa far meglio di così.

Ci stiamo forse dilungando troppo, ed il lettore a questo punto potrebbe aver perso l’interesse. 

Ma durante quelle settimane la città era in fermento; si giocò a chi la diceva più grossa, a chi stava più tra la gente, a chi stringeva più mani. Se ci foste stati, se aveste potuto camminare per le vie della bella città, avreste visto dovunque banchetti e volontari, più o meno invasati, intenti a convincervi a votare per il loro candidato. Tre dei sette fin da subito furono i favoriti: il professore universitario, l’ex sindaco ed il ricco imprenditore. Gli altri candidati cercarono in tutti i modi di conquistarsi una parte dell’elettorato, ma invano.

IL GIORNO DELLE ELEZIONI


Il tempo però, come fa sempre quando ci si diverte, volò, ed in un batter d’occhio arrivò il giorno delle elezioni. I candidati tutti si scattarono foto nei seggi, durante l’atto di inserire la scheda nell’urna. Le affluenze furon basse, a quanto pare quattro cittadini su dieci decisero che il futuro del loro luogo di residenza non era cosa che li riguardasse. Di questo gli autori della storia se ne dispiacquero molto, ci sembra importante dirlo. Non riuscirono a trovare risposta alla domanda che si fecero per giorni: perché i cittadini tutti non votarono? Non importa chi, cosa o quando, ma perché preferirono lasciar scegliere a qualcun altro il futuro della città? Cosa ci sarà mai di difficile, ancor oggi ce lo chiediamo, nel prendere una posizione ben definita per la città che amiamo?

L’ex sindaco, con la boriosità che sempre lo contraddistinse, fu sicuro fin dall’inizio del risultato positivo; dopotutto sempre si descrisse come il sindaco della città e non avrebbe saputo immaginarsi diversamente, se non seduto sul trono in comune. Il ricco imprenditore, sempre accompagnato dai suoi fedelissimi, per un momento quella notte ebbe paura d’aver perso tutto. Quando il controllo che quelli esercitavano su di lui per un brevissimo istante parve mancare, il candidato probabilmente pensò addirittura di abbandonar l’impresa e di scappare. Farfugliò qualcosa sulla sua sconfitta, data ormai per certa, e dichiarò con difficoltà il suo sostegno al professor universitario. Per una trentina di minuti infatti gli esiti parevano esser diversi da quelli pronosticati: l’ex sindaco era sì in vantaggio, e di abbastanza anche, ma l’imprenditore ed il professore pareva fossero quasi pari. Furono minuti di felicità, nella sede arancione di quest’ultimo: lavoratori, ragazzi, anziani, tutti cittadini consapevoli ed attivi in quel momento, si trovarono per festeggiare. Qualcuno racconta che si cantasse addirittura.

Come ogni fiaba che si rispetti però, c’è un momento in cui le cose diventano difficili. Alle due di notte nei seggi tutte le schede vennero scrutinate: il risultato non fu quello sperato. L’ex sindaco, ancora una volta, con un sorriso moltissimi cittadini aveva conquistato, sempre gli stessi probabilmente, che ancora credevan nelle capacità dell’uomo. Anche l’imprenditore conquistò parecchi voti, aggiudicandosi il secondo posto. E se volessimo aggiungere qualcosa, potremmo dirvi quasi con sicurezza di aver scorto alle sue spalle, durante alcune interviste di quella sera, i suoi collaboratori tirar un sospiro di sollievo e sfregarsi le mani malignamente. Il professore universitario accettò di buon grado la sconfitta, contento comunque dell’ottimo risultato; rimandò ai giorni successivi le decisioni che gli spettavano ora che, conquistato il terzo posto, si trovava davanti ad una situazione scomoda, non avendo nessuno due candidati più votati vinto al primo turno. Venne dunque fissata la data della seconda votazione, circa due settimane dopo, senza tener conto di tutto quello che sarebbe potuto accadere nei giorni seguenti.

IL BALLOTTAGGIO


Schermata 2017-07-01 alle 13.21.00Furono giorni difficili per la città. Il professore si consultò con il numeroso gruppo di persone che condivideva con lui la sua idea di città: la scelta fu quasi unanime. Tra il rinunciare alle elezioni, almeno per quell’anno, per una mancata comunanza di ideali, interessi e programmi, ed invece la convinzione che comunque, nonostante le distanze, avesse senso procedere con un apparentamento pur di spodestare il cattivo della nostra fiaba, la maggioranza scelse la seconda opzione. Ora, la questione è controversa. Abbiamo però più volte ribadito che questa è solo una storia, ed è dunque tutto inventato e frutto dell’immaginazione degli autori. E abbiamo già avvisato il lettore che un po’ per ingenuità, un po’ perché eravamo giovani al tempo e lo siamo ancora adesso, le nostre idee sono solo, appunto, idee. E dunque crediamo valga la pena spiegarvi la nostra opinione in merito alla questione. Idealmente parlando, forse, avremmo preferito che il professore rinunciasse al governo congiunto, pur di difendere il proprio programma; proprio perché da sempre egli è stato libero da tutto, semplice portavoce di un sentimento condiviso da tanti, con l’ unico obiettivo di desiderare il meglio per la città.

Durante l’ultima settimana di campagna elettorale molte cose cambiarono: non solo slogan e brochure informative, ma anche alleanze e modi di comunicare. Il conflitto, che prima poteva sembrare una guerra fredda, divenne un vero e proprio scontro. Il professore e l’imprenditore divennero migliori amici, compagni di avventure e di giochi, fianco a fianco tra la gente nei numerosi eventi organizzati per tutta la città. Addirittura qualcuno notò che la cravatta dell’imprenditore, nei manifesti elettorali appesi dappertutto, da grigia che era prima divenne poi arancione. Fu forse questa una strategia politica messa in atto per ricordare all’elettore che votando l’imprenditore avrebbe dato voce anche al professore? Il nostro intento non è quello di convincere il lettore dell’esattezza delle nostre supposizioni: vi lasciamo dunque la libertà di esprimere la vostra opinione.

LA NOTTE DEL BALLOTTAGGIO


Le due settimane però volarono, ed in un’afosa giornata di giugno gli elettori vennero nuovamente chiamati alle urne. Vale la pena raccontar qualche aneddoto di quella famosa notte, in cui due (e mezzo) dei sette si sfidarono a duello nella conta dei voti. Nella sede dell’ex sindaco, una volta che questi seppe di aver perso, si farneticò su cose di poco conto. Voci di corridoio ci raccontarono al tempo che egli dichiarò, tutto d’un fiato, che avrebbe immediatamente dato il via lui stesso a delle indagini, affinché venissero verificati quanti soldi furono effettivamente investiti dal suo avversario nella campagna elettorale. A malincuore pronunciò tali parole: non ha vinto il ricco imprenditore, ma ha perso la città. Coloro che erano presenti raccontarono poi per anni ai figli della goliardia intrapresa quella notte: di quando un giovane ragazzo dalla pelle nera, passando in macchina davanti alla sede elettorale dell’ex sindaco, fece un cenno con la mano come a dire “ora ve ne andate tutti a casa”. E di come, arrabbiati e razzisti, molti dei presenti si avvicinarono al mezzo fermo al semaforo lanciando bestemmie e sputi contro l’auto. Una leggenda narra che alcuni piangessero persino per la sconfitta dell’ex sindaco, disperati e già pronti tutti a cambiar residenza.
Nella sede dell’imprenditore invece quella notte accorsero in molti: elettori, giornalisti e molti curiosi che passavano di lì per caso. I risultati furono fin da subito positivi: nell’aria si respirava la vittoria. Molti di coloro a cui era stato promesso un ruolo nell’amministrazione esultarono nemmeno troppo silenziosamente, pregustandosi la vittoria. Vennero intonati canti e cori, tirate fuori da chissà dove bandiere e trombette: la piazza era tutta una festa.

Fonte: pagina Facebook Padova Shitposting
Fonte: pagina Facebook Padova Shitposting

Del finale già vi abbiamo anticipato qualcosa, e non possiamo dire con certezza che si tratti di un lieto fine. Di una cosa siamo sicuri però: quella notte accade l’impossibile, perché l’ex sindaco venne finalmente spodestato, anche se per farlo fu necessario l’impegno non di uno, ma di due candidati sindaci. Ci siamo infatti dilettati nel far confronti, prendendo d’esempio una particolare zona della città in cui al primo turno vinse dappertutto l’ex sindaco, e al secondo invece l’imprenditore. Rimanemmo stupiti e lo siamo tutt’ora, perché al tempo ancora ci emozionavamo nel notare che  l’apparentamento del professore e dell’imprenditore fu l’unica vera spiegazione del perché quest’ultimo abbia vinto quella volta. Ci dilettammo in qualche rapido calcolo, e ci rendemmo conto che già al primo turno si poteva immaginare il risultato: sommando infatti i voti dei due la percentuale era già più alta di quella dell’ex sindaco. E questo non accadde solo una volta, ma praticamente in tutti i seggi di quella zona della città. Soltanto un numero esiguo di questi non seguì la regola: in quel caso, a nostro parere, contribuirono alla vittoria dell’ex sindaco i voti confluiti dal candidato coraggioso, che decise anche quella volta di osare apparentandosi con l’altro cavaliere. E questa è la dimostrazione che laddove vi è una comunione di programmi e sforzi, la sinistra vince. Anche in una città come quella in cui si è svolta la nostra fiaba, che più di una volta negli ultimi anni si era orientata nella direzione opposta.

Fonte: pagina Facebook Padova Shitposting
Fonte: pagina Facebook Padova Shitposting

Verrebbe da chiedersi ora cosa sia diventata la città, una volta vinta la destra. Il tanto temuto degrado avrà invaso le piazze e le vie del centro? Gli immigrati di cui tanto si era parlato durante la campagna elettorale, avranno loro conquistato la città accampandosi in ogni dove? Ed i centri sociali, temuti da tutti, si saranno appropriati di tutti gli spazi comuni gettando la città in un caos di  manifestazioni, polemiche, agguati e scontri? Purtroppo non ci è dato sapere come le cose poi effettivamente andarono in città quando a governare fu poi effettivamente l’imprenditore.

Ci sembra importante a questo punto, in conclusione, fare alcune riflessioni di carattere personale. Purtroppo non abbiamo certezze ma solo domande, a cui ciascuno di noi può rispondere come meglio crede. Ci interrogammo al tempo, e ancora adesso lo facciamo, se quelle elezioni possano considerarsi una vittoria. Saranno stati in grado i due, tanto diversi nel modo di essere e di fare, di governare la bella città con attenzione ed onestà? Il mettersi d’accordo a tutti i costi per perseguire il fine ultimo, quello di governare, avrà permesso ai due di regalare alla città un futuro migliore? E ancora, lasciare da parte il proprio progetto politico pur di ottenere una carica amministrativa nell’immediato ne sarà poi valsa davvero la pena?

Queste però sono solo supposizioni, su cui noi autori eterni sognatori ci divertiamo a discutere nelle sere d’estate chiedendoci come sarebbe stato se invece le cose fossero andate diversamente. E poi, vale la pena ribadirlo in conclusione, la nostra è solo una fiaba inventata, scritta durante un pomeriggio caldo d’estate in cui al posto di studiare decidemmo di fantasticare.

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