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"Evidence as to Man's Place in Nature", Thomas Henry Huxley  (1863)
"Evidence as to Man's Place in Nature", Thomas Henry Huxley (1863)

Cancellare la razza

Di: Max Saltori

Il 14 ottobre 2014 sul sito divulgativo Scienzainrete, veniva pubblicata una lettera rivolta alle massime cariche dello stato, con la proposta di abolire il termine “razza” dalla costituzione. La lettera era firmata da due antropologi italiani, Gianfranco Biondi (Università dell’Aquila) e Olga Rickards (Università Roma Tor Vergata) e si riferiva all’articolo tre del testo:

 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

 La lettera si concludeva con un appello volto alla rimozione del termine dalla costituzione (e di conseguenza da tutta la documentazione ufficiale) considerando la razza attualmente un termine inesatto, retaggio di un presupposto errato sulla diversità umana.
L’idea si ispirava ad una affermazione fatta dal presidente francese Hollande durante la campagna elettorale del 2012, ad oggi non ancora messa in pratica.
Com’era prevedibile, la proposta non ha avuto una gran risonanza sui media italiani, ma ha perlomeno aperto il dibattito negli ambienti accademici specialistici, con l’organizzazione di due convegni e l’adesione dell’Istituto Italiano di Antropologia (ISItA). Proprio a nome dell’ISItA, altri due antropologi, Giovanni Destro Bisol e Maria Enrica Danubio, hanno ampliato la discussione proponendo l’uso della parola “provenienza” al posto di “razza” in un articolo pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences.

Ora, ad un osservatore esterno la questione potrà sembrare puramente semantica: ha davvero importanza l’uso o meno di un termine obsoleto quando la maggior parte della popolazione non ne percepisce la differenza?

Il problema nasce principalmente dal fatto che la parola stessa (razza), fino dalla sua nascita, non ha mai avuto una consistenza semantica affidabile. Da Linneo nel XVIII secolo ad oggi, il numero è passato da un minimo di due razze ad un massimo di 63, ora come sinonimo di sottospecie, gruppo etnico o popolazione, assumendo significati diversi a seconda degli autori coinvolti.
Ovviamente non sarebbe giusto prendersela solo con gli studiosi dell’epoca per queste arbitrarie distinzioni.
Difatti, in un’epoca privata dell’ausilio della genetica, le caratteristiche fisiche umane erano le uniche qualità su cui ci si potesse affidare nella ricerca delle parentele tra le popolazioni o dell’origine stessa dell’uomo. Almeno fino al XX secolo.
Oggi, la genetica di popolazione ha ampiamente dimostrato come tutti e sette miliardi di esseri umani attualmente viventi facciano parte di una sola specie comparsa in Africa circa 200’000 anni fa, le cui differenze fisiche sono legate a gradienti geografici (ossia il luogo in cui tu ed i tuoi antenati siete vissuti). Conseguentemente, il termine ha subito un progressivo disuso nel corso del secolo, almeno nella letteratura specialistica.

Tutto risolto quindi? Non proprio.

Anche se l’uso del termine è in declino, ha ancora un certo fascino in alcuni ambiti di ricerca. Inoltre, razza sia come termine che come concetto è ancora ampiamente utilizzato nel linguaggio comune, con importanti conseguenze. In alcuni casi, il peso del bias razziale scavalca prepotentemente il limite delle scienze sociali e finisce per contaminare altri campi del sapere. Come la medicina.
Ad esempio, alcuni tipi di emoglobinopatie possono essere diagnosticate in modo incorretto perché interpretate come specifiche di un particolare gruppo: l’anemia falciforme viene spesso considerata una malattia tipica dei neri mentre la talassemia come una predisposizione più “mediterranea”.
Ancora, malattie come la fibrosi cistica non vengono spesso diagnosticate negli individui con discendenti africani in quanto ritenute tipiche dei bianchi. La convinzione si è conservata nel tempo ed è stata rinforzata da studi condotti per la maggior parte su popolazioni europee, portando a trascurare i casi nelle popolazioni dell’Africa.
Eppure in termini diagnostici, le presunte differenze razziali non hanno alcuna valenza.
La razza è e rimane un pessimo indicatore, ed è molto più utile a beneficio del paziente considerare la sua storia genealogica a partire dai suoi antenati recenti (“ancestry”).
E che senso ha la razza se poi persino i diretti interessati hanno difficoltà a identificarsi come gruppo etnico? Al momento, l’ufficio del censimento statunitense si trova a fare i conti con l’insufficiente accuratezza delle attuali categorizzazioni razziali necessarie a censire la popolazione americana. Anche se l’affiliazione etnica e culturale ha ancora un’importanza notevole negli U.S.A. buona parte della popolazione ha difficoltà a rispondere alla domanda legata alla propria razza, gruppo etnico o origine. Al momento si stanno testando nuove alternative per il prossimo censimento previsto per il 2020.

Il problema rimane lo stesso di un secolo fa. Queste categorizzazioni non presentano mai una tassonomia condivisa, e mostrano una conseguente crescita di difficoltà nei contesti multiculturali: un uomo o una donna neri, ma con un genitore bianco sono comunque ascrivibili alla categoria “black”? E ispanico, ha realmente a che fare con i tratti fisici o è più legato al background culturale?
Il risultato è stato un incremento nella coscienza sociale rispetto a questo problema, tanto che nel prossimo censimento la parola “razza” potrebbe sparire per essere rimpiazzata da “categoria”.

Quanto all’Italia

US Census 2010 form, extract of race section. Credits to: United States Census Bureau
US Census 2010 form, extract of race section. Credits to: United States Census Bureau

Partendo dal presupposto che non si possa paragonare un contesto multiculturale come quello americano al nostro (le stime Istat segnalano che solo un 8% circa della popolazione del nostro paese non è di origine italiana, malgrado quello che mia nonna pensa), e che il razzismo dilagante del nostro paese probabilmente non sarà arginato dalla correzione di un documento che quasi nessuno si è dato la pena di leggere, la proposta di Biondi e Rickards offre un interessante spunto di riflessione.
Ciononostante i problemi anche a livello giuridico sono ancora molti.
Nel dicembre del 2015, al meeting annuale dell’ISItA, alcuni costituzionalisti invitati avevano bollato la questione come nobile, ma legata più a ragioni di linguaggio che di rilevanza sociale. Aggiungevano, inoltre, che la presenza stessa del termine nella costituzione fosse utile a penalizzare il reato stesso di odio razziale.
E qui entra in gioco il problema principale legato alla vicenda, ossia che gli antropologi non sono giuristi. O meglio ancora: non tutti gli italiani sono antropologi (oserei dire neppure una percentuale rilevante), perciò è probabile che importi a pochi, al momento.
È però giusto ricordare che liberarci di un termine obsoleto, al di là degli aspetti pratici, potrebbe comunque avere un valore simbolico importante.
Il cambiamento proposto dalla Società Antropologica Italiana si accosta ad un processo iniziato nel dopoguerra che aveva come scopo la fine dei conflitti e delle discriminazioni (lo stesso principio su cui abbiamo costruito l’idea moderna di Europa). Inoltre, se ancora oggi la parola razza è presente nella costituzione è solo perché quando fu scritta, nel 1946, il termine aveva ancora un valore tecnico (nel 1950, un documento ufficiale dell’UNESCO definiva la razza come indicativo di una popolazione umana facente parte della specie Homo sapiens).
Sostituire il termine sulla costituzione ha perciò una forte connotazione sociale ed è un ulteriore passo verso un sistema più inclusivo.

Intanto, qualcosa si muove. Il 31 marzo dell’anno scorso, il tema della modifica della costituzione rispetto al problema della razza è stato riproposto attraverso un’iniziativa parlamentare di SEL. Attualmente la proposta deve ancora essere discussa alla camera, ma rappresenta da sola un precedente importante.
Di seguito è riportato l’articolo III della costituzione riveduto da Destro Bisol e Danubio e proposto al meeting annuale dell’ISItA dell’11 dicembre 2015:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di aspetto fisico e tradizioni culturali, di genere, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. La Repubblica non riconosce l’esistenza di presunte “razze umane” e combatte ogni forma di razzismo e xenofobia.”

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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