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L’atomica coreana e il Trattato di non proliferazione

Di: Alessandro Galli

Nelle ultime settimane gli Stati Uniti, guidati dal Presidente Donald Trump, hanno manifestato la loro potenza militare inviando il gruppo navaleVinson nel Pacifico occidentale al largo della penisola coreana. Questa misura preventiva è la conseguenza dei ripetuti lanci di missili balistici (l’ultimo verificatosi il 5 aprile scorso) che indicano il continuo sviluppo della tecnologia nucleare da parte del dittatore nord-coreano Kim Jong-un.
Donald Trump aveva dichiarato, nei giorni precedenti il lancio, che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti unilateralmente in caso di un’ennesima violazione delle risoluzioni Onu da parte della Repubblica Popolare Democratica di Corea. L’ultima deliberazione a riguardo è la “Resolution 2321” del 30 novembre 2016 fatta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (organo che “
accerta l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o atto di aggressione e da raccomandazioni o decide quali misure debbano essere prese […] per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”, Articolo 39, Capitolo VII, Carta della Nazioni Unite).
Questa risoluzione denuncia, per la sesta volta in dieci anni, i test nucleari della Corea del Nord che si contrappongono agli sforzi multilaterali per sostenere un regime di non proliferazione nucleare, incidendo pesantemente sulla sicurezza e la pace internazionale
1. L’atto di Trump non è che un triste (azzardato e non calibrato) intervento che si inserisce in una problematica di lunga data che vede Pyongyang impegnata nella costruzione di testate nucleari mentre l’Onu tenta di bloccare questo tipo di minaccia.

Come è noto, l’orrore atomico inizia in Giappone nell’agosto del 1945 con il lancio di due ordigni nucleari da parte degli Stati Uniti. Dopo la devastazione di questo potente attacco, l’imperatore nipponico Hirohito si piega al volere delle democrazie. Il possesso delle armi atomiche diventa, durante gli anni della guerra fredda, un deterrente molto forte, che evita tutte le iniziative belliche rilevanti tra i due blocchi poiché l’invio reciproco delle testate sovietiche e americane garantirebbe una spaventosa “mutua distruzione”. In questo periodo gli arsenali atomici dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti crescono a dismisura finché si avverte l’esigenza prima di regolamentare e poi di cessare lo sviluppo della tecnologia militare per uso bellico. Nel marzo del 1970 questi sforzi portano alla stipulazione del Trattato di non proliferazione nucleare che ha la funzione di evitare lo sviluppo dell’uso bellico del nucleare e prevede la creazione di un’agenzia internazionale (Agenzia internazionale per l’energia atomica) per vigilare sull’adeguamento al trattato.

Nel 1985 la Corea del Nord ratifica il trattato e, con questo atto, dichiara di allinearsi ai suoi valori e alle sue regole, che implicavano l’abbandono di ogni velleità atomica. Purtroppo la storia che segue è un’altra. Il Paese recede dal Trattato di non proliferazione nucleare nel 2003 (cosa per altro lecita e prevista dall’art.10 comma 1 del tratto stesso2), dopo alcuni problemi negli ultimi anni Ottanta con la politica di potenza degli Stati Uniti nella penisola coreana.

Con il recesso di Pyongyang inizia il preoccupante susseguirsi di test che impediscono lo sviluppo pacifico delle relazioni internazionali con la Repubblica Democratica Popolare di Corea. A diritto la comunità internazionale teme la crescita dell’arsenale nucleare nordcoreano, anche perché la difficile relazione tra Tnp e Corea del Nord ritrae una pericolosa situazione politica dovuta al regime dittatoriale e personalistico di Kim Jong-un.

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In secondo luogo, questa relazione rivela uno squilibrio preoccupante all’interno del gruppo internazionale. Una disparità ripresa dall’articolo 9, comma 3 del Tnp3, il quale prevede l’esistenza di stati che possono sviluppare l’uso del nucleare bellico e detenere testate di questo tipo, basta che abbiano fabbricato e fatto esplodere un’arma nucleare prima del primo gennaio del 1967. Storia vuole che questi paesi siano anche i cinque membri permanenti al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti) cioè gli Stati più influenti dell’organizzazione. In questo tipo di contesto i paesi nucleari si posizionano sopra il gradino più alto del podio (e chiunque li sfidasse si troverebbe un nemico con armi assai superiori alle proprie) creando una situazione di disparità nelle relazioni internazionali. È a causa di questo privilegio dei cinque che India, Pakistan e Israele (insieme alla Corea del Nord) sono ancora fuori dal Tnp limitandone l’efficacia4. Inoltre questo divario aumenta l’attrito storico tra la Repubblica Democratica Popolare di Corea e Stati Uniti e crea il pretesto per uscire dagli obblighi del trattato.

Probabilmente la situazione internazionale trarrebbe giovamento da una completa eguaglianza tra i propri membri con l’annullamento della distinzione tra “paesi nucleari” e “paesi non-nucleari” come tra l’altro indicato nell’articolo 6 dello stesso Trattato di non proliferazione del nucleare5. I paesi firmatari del trattato hanno inserito in questo articolo l’obbligo di giungere ad un negoziato per general and complete disarmament under strict and effective international control6 in modo da eliminare la minaccia della forza nucleare e il suo uso. Questo desiderio è espresso ancora più fortemente dal parere della Corte internazionale di giustizia l’otto giugno 1996 che suggerisce agli Stati che non c’è solo l’obbligo a negoziare per un completo disarmo ma anche l’attuazione di questo scenario. In ogni caso l’articolo 6 non ha ancora dato il via a nessun tipo di azione in questo senso, perché, dove manca la volontà politica degli Stati a cooperare, i trattati sul disarmo restano carta morta.

La stessa inefficienza si ritrova anche nelle dinamiche interne nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che con la contrapposizione politica di Russia e Stati Uniti blocca l’azione dell’Organizzazione nel contesto della crisi siriana. Questo contrasto alimenta il conflitto tra Bashar al-Assad, sostenuto dal Presidente Putin e osteggiato dal corrispondente statunitense, i ribelli e Daesh, rendendo l’Onu (in questo caso) un organo senza forma, senza parlare della sostanza.

Note:

1 Expressing its gravest concern at the nuclear test by the Democratic People’s Republic of Korea (“the DPRK”) on September 9, 2016 in violation of resolutions 1718 (2006), 1874 (2009), 2087 (2013), 2094 (2013) and 2270 (2016), and at the challenge such a test constitutes to the Treaty on Non-Proliferation of Nuclear Weapons (“the NPT”) and to international efforts aimed at strengthening the global regime of non-proliferation of nuclear weapons, and the danger it poses to peace and stability in the region and beyond […]” (Risoluzione 2321, Consiglio di sicurezza, Nazioni Unite).

2 “Each Party shall in exercising its national sovereignty have the right to withdraw from the Treaty if it decides that extraordinary events, related to the subject matter of this Treaty, have jeopardized the supreme interests of its country” (Articolo 10, comma 1, Trattato di non proliferazione nucleare).

3For the purposes of this Treaty, a nuclear-weapon State is one which has manufactured and exploded a nuclear weapon or other nuclear explosive device prior to 1 January 1967” (Articolo 9, comma 3, Trattato di non proliferazione nucleare).

4 http://www.unipd.it/ilbo/content/trattato-di-non-proliferazione-il-ruolo-degli-stati-uniti

5 “Each of the Parties to the Treaty undertakes to pursue negotiations in good faith on effective measures relating to cessation of the nuclear arms race at an early date and to nuclear disarmament, and on a treaty on general and complete disarmament under strict and effective international control” (Articolo 6, Trattato di non proliferazione nucleare).

6 Articolo 6, Trattato di non proliferazione nucleare.

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