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I ragazzi delle "teste di Modì".

Credits to: http://www.artribune.com
I ragazzi delle "teste di Modì". Credits to: http://www.artribune.com

Arte per teste di (Modì) c***o

Di: Alessandro Breda
Premessa: chi sta scrivendo non si vuole assolutamente assurgere a nuovo geniale critico dell’arte (Bloody Hell, non sarei mai all’altezza del duo Sgarby-Diprè) né si crede o si vuol far credere in alcun modo un artista.
Chi scrive è un ignorante qualsiasi, un villico ed incivile elemento del popolino che non è in grado di distinguere un’opera destrutturalista da un normale estintore e vede l’arte (o presunta tale) con gli occhi di chi non ne capisce un cazzo. Ma si fa delle domande.

Correva l’Anno Domini 1984.
Livorno, ah che magnifica cittadina.
Si cerca febbrilmente per i canali della città l’opera del Maestro Modigliani: alcune sculture di teste che il Sublime, secondo la leggenda, in un acceso ed improvviso impeto di follia artistica avrebbe gettato nel fiume nel lontano 1909.
Dunque qualche appassionato sognatore, pieno di sincera e febbrile passione per l’arte, decide di cominciare a dragare i fondali alla ricerca di quei leggendari volti.
Nonostante l’impegno e la dedizione, nulla appare dai fangosi canali livornesi.
Ma ecco che proprio quando ogni speranza sembra perduta, miracolo! Tre sculture vengono trovate tra il 24 Luglio e il 10 Agosto.
La comunità artistica grida all’evento, la giuoia è inarrestabile! Le tre sculture vengono autenticate da numerosi esperti, sono opere originali del Maestro!
Viene subito dato alle stampe un catalogo per illustrare al mondo la meraviglia che questo italico ritrovamento aveva permesso di rapire alla fangosa oscurità del Fosso Reale.
Peccato che dopo 40 giorni tre simpatici giovanotti si presentano come i veri autori di una delle tre teste, con tanto di documentazione fotografica.
Quale smacco all’ambiente accademico, tratto in inganno da tre bischeri con un Black&Decker.
Ma non finisce qui, perché si scopre che anche le altre due teste ritrovate sono opera di un gentiluomo del luogo, anch’egli volenteroso di rendere orgogliosi codesti cervelloni dell’arte e di creare immensa giuoia nel popolo italico intero.
Tre belle pietre, martello, scalpello e la voglia di prendere tutti un po’ per il culo. Questi gli ingredienti per creare le Teste di Modì. Uno degli eventi più divertenti della storia dell’arte, che pone però alcuni interrogativi.

Insomma, com’è possibile che sia accaduta una cosa del genere? Obiettivamente, nell’epoca del “eh ma lo potevo fare anche io”, nessuno pensa davvero di poterlo fare. Voglio dire: Manzoni ha defecato dentro un barattolo e ci ha fatto la merda d’artista. Se lo faccio io sono un deviato. Ma insomma, cosa rende la mia cacca e quella di Manzoni diverse?  Cosa rende lui superiore agli uomini? Perché in fondo l’artista è così: sta una spanna sopra noi comuni mortali incapaci di fare ciò che fa lui. Una specie di figura divina le cui azioni, uguali alle nostre, hanno però un valore

"Fontana", Duchamp (1917)
“Fontana”, Duchamp (1917)

intrinseco superiore: perché se noi scorreggiamo siamo maleducati, se lo fa  Dio allora inventa l’iprite.

Oramai sembra che ciò che realmente conta non sia più il prodotto, inteso come opera, ma il suo produttore: l’artista non è più tale perchè creatore d’arte, ma l’arte è tale perchè prodotta dall’artista.

La figura dell’orologiaio ha preso il totale sopravvento sull’orologio, e ad oggi si è persa la capacita di guardare in cerca della bellezza, cercando invece di scorgere una firma che permetta di giustificare la propria emozione. Lo dimostra l’evoluzione che l’arte ha e sta avendo. Perchè la ricerca di quei canoni di bellezza “classici” è finita, sono

canoni inflazionati. L’arte era prima di tutto, in origine, un’arte materiale, fatta di un lavoro dell’artista su una materia: “Questo blocco di marmo contiene già la forma della statua”, diceva Michelangelo. Il compito dell’artista era di tirarla fuori, di rendere godibile quella bellezza nascosta al pubblico. Un mediatore tra il Bello e il Popolo.

Ma ecco che fanno la loro comparsa sul palco dell’arte due strani personaggi, con idee e concezioni dell’arte diverse da tutti: Marcel Duchamp ed Andy Warhol.

Cosa fa Duchamp? Niente di particolarmente strano, effettivamente, a parte travestirsi da donna e prendere un orinatorio, titolarlo “Fontana” e dire che quella è arte.

Prendere un orinatoio e dire che quella è arte.

Ma se quella è arte, allora sicuramente l’artigiano che l’ha costruito dev’essere un artista! “Il blocco di ceramica contiene già l’orinatoio” direbbe Michelangelo. E invece no, perchè quell’orinatoio è un oggetto comune, un oggetto da nulla. Ma l’artista ci mette sopra le mani, lo tocca appena, lo guarda di sfuggita, lo sceglie: e quello diventa arte.

Ma allora l’arte dov’è? Non è già nell’orinatoio, perchè altrimenti questo dovrebbe essere Arte anche prima. Non è nell’artigiano, perchè questo non è un artista. L’Arte sta nell’Artista. Artista che non è più mediatore, ma vera e propria opera d’arte: Man Ray non fotografa le opere di Duchamp, fotografa Duchamp.

"Zuppa Campbell", Andy Warhol
“Zuppa Campbell”, Andy Warhol

E poi? Poi arriva un certo Andy Warhol. Non solo l’artista sceglie UN oggetto e ne fa Arte, no: l’arte si produce in serie. E quest’arte raffigura la società, con i suoi consumi e i suoi idoli. “Vi piace Marylin Monroe? Bene! Allora Marylin è arte”. “Vi piace la Zuppa Campbell? Bene! La zuppa Campbell è arte”.

Purtroppo, però, quando tutto è arte significa che non lo è più niente. L’Artista ha scelto troppe cose, ha voluto accontentare tutti (o non accontentarli) e ha riempito d’arte il mondo. Lo ha fatto così tanto che di conseguenza non esiste più un limite che separa ciò che è speciale da ciò che non lo è. Il pubblico è sazio, ma così sazio da essere schifato. Vuole di più, ma vuole qualcosa di diverso.

E allora come si fa?
Allora, se i “contenitori” dell’arte non vanno più bene, se quei contenitori smorzano l’emozione… Togliamoli.
Rendiamo l’Artista l’opera da dare in pasto alle Iene.

Marina Abramovic durante una sua famosa performance
Marina Abramovic durante una sua famosa performance

Prendiamo Marina Abramovic e lasciamo che il pubblico banchetti con le sue carni, si cibi del contenitore. Affinchè rimanga solo l’arte pura, così forte da accecarci.
Ma quando la Abramovic decide di farsi del male, di rimanere distesa su blocchi di ghiaccio, di darsi fuoco o farsi tagliare, qualcuno del pubblico corre da lei e la protegge dagli altri e da sé.
Inconsciamente essi diventano parte integrante di quella rappresentazione, a tal punto che l’artista si toglie dalla

scena, diventa solo un oggetto: il vero pezzo forte è lo spettatore stesso.
E quindi?
Quindi tutto torna.
Inizialmente infatti l’artista funge da intermediario tra l’arte e il pubblico, rendendo esplicito ciò che solo lui vede
Poi quell’arte che godeva di vita propria diviene strumento dell’artista, che si permette di decidere cos’è arte e cosa no.
Ma non si ferma, perchè decide di accontentare il pubblico dando loro l’arte che essi vogliono, a tal punto da dare loro il suo corpo.
Per poi farli svegliare, e far si che si accorgano che ora l’Arte sono loro stessi.

Non è forse questa la performance artistica più a lungo termine di sempre?

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