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Angelo_Poretti_Treluppoli

Anche se la Poretti costa 99 cent

di Ilaria Bianco

 

Sono le 21.45 dell’8 novembre 2016 ed io sorseggio una Poretti 3 Luppoli, perchè alla Carrefour che odio sotto casa mia hanno dei prezzi esagerati ma almeno la Poretti, rigorosamente 3 luppoli, costa 99 cent. E’ l’8 novembre, sono le 21.46 ma vi giuro, ve lo giuro con tutta me stessa, questo articolo (che poi articolo non è) non vuol parlare né di Trump né della Clinton, non vuol lanciare profezie né maledizioni sul mondo intero, nonostante mentre scrivo, su Google di tanto in tanto aggiorno i risultati di questo evento epocale di cui voi, voi pochissimi (eddai spero almeno pochi, non pochissimi lettori), ormai sapete già . Poco fa ero ad un incontro con l’ex Presidente dell’Uruguay Pepe Mujica, che con le persone ora citate dovrebbe farci un bel discorsetto: quante cose potrebbe loro insegnare. Eppure, questo articolo-non articolo, ormai si è capito, non vuol parlare neanche di Mujica, che ho amato e di cui consiglio vivamente  (sì, un po’ di pubblicità ci sta sempre) il suo libro “Una pecora nera al potere”. Non vuol parlare nemmeno di birre e di luppoli o di quale scegliere quando si esce per la prima volta con un nuovo tipo. Io avevo semplicemente freddo dopo il tragitto in bici e l’unica cosa che ho pensato è stata spendere questi 99 cent e salire su in casa e scrivere, ma non la tesi o uno degli articoli che ultimamente mi assegnano ad un corso che sto seguendo.

 

Pepe Mujica
Pepe Mujica

Salgo su, affronto il lungo e freddo corridoio che accoglie la mia camera e prendo il computer. Ho vari messaggi nella chat di Facebook e, su tutti, quello che leggo e alla quale mi sforzo subito di rispondere è quello di Lamine. Gli rispondo in francese, gli dico che non c’è bisogno, ma lui insiste. Ed effettivamente, se ci penso, mi rendo conto che, bisogno in sé o meno, se lui lo desidera che venisse pure. Vero, non sapete di cosa sto parlando, o meglio di chi, chi sia questo Lamine (che si legge “Lamin” senza pronunciare la “e” ma si scrive Lamine). Lamine è un ragazzo della Costa d’Avorio. La prima volta che lo conobbi era il più silenzioso, stava sempre sulle sue, in fondo io pensavo già di star interpretando il ruolo di una scocciatrice e lui sembrava darmi ragione. Ero entrata per la prima volta nello Zaccarelli, un centro per richiedenti asilo politico qui a Bologna, gestito dalla cooperativa “L’arca di Noè” con la quale, assieme all’associazione PrendiParte, abbiamo da circa un anno dato vita a questa collaborazione: io, con altri 4 o 5 ragazzi sarei andata una volta a settimana a svolgere come operatrice “delle attività” nel centro, con loro. Così generico da risultare a tratti orribile, come se pur di sentirci utili con i “migranti” avessimo bisogno di forzare la mano e cercare comunque di entrare a contatto con persone che “hanno bisogno di noi”, ma bisogno di cosa poi? Effettivamente non era questa la mia idea iniziale, ma sapevo già che andare lì una volta a settimana proponendo attività, avrebbe potuto avere lo stesso effetto di una mamma che profila ad ogni placca in gola del proprio figlio di 5 anni quell’orribile sciroppo coi puntini: se ti va bene, mamma, lo sputa sul muro quello sciroppo!

Eppure coi ragazzi dello Zaccarelli, ragazzi pakistani o africani come li distinguo io per semplicità, richiedenti asilo politico che vanno dai 18 ai 35 anni circa, le cose non sono andate così. All’inizio le attività che volevamo proporre erano tante-tantissime, il mio intento era quello di distrarli semplicemente, senza nessuna ambizione, senza volermi ergere a professoressa o altro, in fondo i corsi di italiano li facevano già e da chi è sicuramente più competente di me. Eppure neanche i giochi di ruolo sugli stereotipi europei, nemmeno canzoni pakistane tradotte in italiano o De Andrè cantato nel francese di Brassens sono stati strumenti utilizzati per riempire un certo lasso di tempo che, ormai avevamo deciso, settimanalmente dovevamo riempire: si era iniziata a creare un’amicizia, forse a volte anche spropositata e tutto accadeva perché era semplice che accadesse, non perché “dovevamo” far sì che accadesse.

Lamine mi è subito entrato nel cuore. E non per il suo essere gentile e bello davvero e nemmeno per il fatto che con lui riesco ad avere quelle conversazioni in francese che non mi dispiacciono mai; Lamine ha una profondità incredibile che mi lascia senza parole, molto spesso. Dall’articolo che scrisse per un lavoro sviluppato insieme, in cui parlava della bella democratica città di Bologna e del suo sconvolgimento dopo aver constatato i tanti, troppi, senza tetto che quotidianamente popolano le strade ed i portici della stessa, fino al suo disegno di una donna africana che balla con vicino dei tamburi. Perché Lamine è un artista, fa disegni, ed è bravissimo. Varie volte ha disegnato, in iniziative di rivalorizzazione, su alcuni muri lungo dei ponti (come il ponte di Stalingrado) di passaggio quotidiano qui a Bologna, che a volte indicano un po’ il passaggio da una certa zona di livello A ad una certa zona di livello B. I suoi disegni, ad ogni modo, mi lasciavano senza parole. Poi, un giorno, l’ho portato in un circolo Arci che da poco, con le associazioni Link e Libera (il Presidio Universitario Libera Bologna, nella fattispecie), abbiamo aperto a Bologna. La sua donna di colore che balla con un tamburo in mano e due accanto è bellissima e colorata ed io ero lì quella mattina: fatto tutto in mattinata, con i 4 piccoli astucci dei colori primari che mi aveva richiesto.

Calais Jungle
Calais Jungle

Nel messaggio che sto leggendo mi dice che vorrebbe tornare a completare il disegno, ma per me il disegno è perfetto e bellissimo così com’è, nella semplicità e carenza di colori (per carenza di fondi!) con i quali è stato dipinto. Ma mentre penso e sto per scrivergli questo ci ripenso: mi fa piacere che a lui faccia piacere trascorrere il suo tempo di attesa, uscendo da quel limbo che purtroppo è un centro di accoglienza per richiedenti asilo, con noi. E, per di più, dedicandoci la sua arte. Di colpo torno a due anni fa circa e in realtà continuo a farlo da qualche giorno, anche perché sono in contatto con una Ong operativa a Calais da un po’ e in questo momento più che mai. Torno a quando per la prima volta sono stata a Calais e a quando, nella bellissima delusione riscontrata dopo i miei propositi iniziali, mi sono ritrovata dall’essere pronta ad offrire il “mio aiuto” in quel contesto, al sentirmi utile nella mia inutilità paradossalmente richiesta. Quello era il giorno di Pasqua e, da circa un paio di giorni i tanti- non ancora tantissimi come fino a qualche giorno fa,– migranti, erano stati spostati dal “campo alla buona” creato a ridosso dell’Eurotunnel a quella che, infelicemente, è stata ed  è più conosciuta come la Jungle. Di quel giorno, su tutte rispetto alle tante storie e voci ascoltate, mi rimane in testa quella di un ragazzo sudanese che, mentre trasportava una grande cisterna d’acqua dall’unica fonte nella Jungle presente in direzione della sua distante “dimora” mi è venuto incontro, col suo sorriso smagliante e coi suoi denti bianchissimi chiedendomi di ascoltarlo. Lui stava fuggendo dal Sudan per la sua omosessualità e, sempre col suo sorriso smagliante e col suo inglese migliore del mio, mi diceva che io sì che potevo capirlo. Io sì che potevo capirlo, io italiana, cittadina di una democrazia come la mia, in un Paese membro dell’UE portatore e difensore di quei diritti fondamentali in cui il vivere dignitosamente la propria vita e, di riflesso anche quindi, la propria sfera intima e sessuale rientrerebbe a piè pari. Ed io lo ascoltavo, col suo desiderio di giungere in Inghilterra e mi sentivo inerme. E Lamine e quel ragazzo mi son sembrati di colpo simili, non soltanto per i loro denti bianchi e la loro gentilezza, non soltanto perché quasi miei coetanei, non soltanto per il colore di pelle.

Oggi mi chiedo dove sia quel ragazzo, mi chiedo cosa sia stato di lui dopo lo sgombero iniziato della Jungle, mi chiedo dove sia stato destinato e, mentre mi rattristo per Lamine che è ancora nel centro Zaccarelli in attesa di un fottutissimo appuntamento con la Commissione che dovrebbe dargli dei fantomatici documenti per normalizzare la sua situazione al di fuori del suo paese, mi rendo conto che non so quale delle due storie sia quella che mi ferisce di più, sebbene quest’ultimo mi scrive e so anche da dove. Mi dimentico di essere una laureanda in giurisprudenza e mi dimentico del significato di richiedente asilo politico, di legalità, mi dimentico di tutti questi termini che a volte si riducono ad un sovraccarico artificiale di significati tralasciando la cosa più importante di tutte: dobbiamo riuscire a ragionare come “specie” uomini in quanto tali e non come “paesi” divisi da confini, distanze, oceani o chilometri. Mi dimentico della rubrica sulle lotte ambientali (sto scrivendo una tesi su cose simili e dopo un po’ avevo bisogno di scrivere senza pensare) e mi dimentico anche del fatto che domani, a dirla tutta, sarebbe meglio scrivere un articolo, forse anche due, su Trump (ieri notte avevo scritto Hilary ok lo ammetto, ma anche io sono stata vittima dell’ultimo barlume di speranza coltivato nei confronti del genere umano). Ma sono sincera, mi ci vorrebbero molte più Poretti 3 luppoli per dimenticarmi realmente di questi termini e dei relativi significati. Ho scritto quello che mi piacerebbe dimenticare, ma so che le cose non vanno così, perché la politica non fa quello che dovrebbe fare, perché l’Unione Europea è un bel palazzo con un interno sfarzoso ma mantenuto malissimo, perché bla e perché bla bla.

Ah, il 4 dicembre si vota per il Referendum Costituzionale, ma questo non c’entra niente in questo articolo in cui in realtà non so se qualcuno ha capito quale sia il tema. Forse neanche io, ma ci tenevo comunque a ricordarlo. Mi domando verso che direzione stiamo andando, mi domando quando arriverà un nocchiere pronto a reindirizzare la nave in questo mare dalle acque troppo agitate ma mi rendo conto  che non possiamo delegare tutto a lui, che chissà pure se esiste.

Quesito referendum 4 dicembre 2016
Quesito referendum 4 dicembre 2016

 

Io comunque gli dico di sì a Lamine, che preferisco sapere dov’è almeno finché posso, perché l’idea che non sia più nel centro d’accoglienza mi piacerebbe molto, ma poi penso che potrei anche rischiare di trovarlo un giorno o l’altro in strada e questo mi fa male…perché in fondo è così che spesso va. E il ragazzo sudanese incontrato passeggiando nella Jungle? Sarà ancora in Francia?

Prendeteveli un po’ di momenti di riflessione, qualche ora per stare soli con voi stessi, per leggere, informarvi sul serio evitando di fermarvi alla superficie, perché il momento è critico, qui e altrove e non possiamo non rendercene conto, assumendo con consapevolezza certe posizioni. Magari anche per scrivere, anche un po’ a caso, come me di fronte a questo foglio bianco ormai pieno, pieno forse di idiozie o di spunti riflessione.

E se di quello che ho scritto non vi interessa un cavolo chiedo venia e in fondo vi comprendo anche. Però in quel caso, siate buoni, vi chiedo di credermi almeno su una cosa, fermandovi appunto alla superficie (anzi già al titolo, di questa pagina): non andate a fare la spesa alla Carrefour, costa cara!

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