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Violenza di genere: chi sono i maltrattanti?

Di: Carlo Fiorotto

Che la violenza sulle donne sia un fenomeno endemico ormai lo sappiamo. Ma cosa succede nella testa di un uomo che questa violenza la pratica? Quali sono le lenti con cui guarda al mondo delle relazioni? Com’è costruito il maschile nella nostra società? E cosa si può fare? Ne abbiamo parlato con Caterina Peroni, ricercatrice femminista, attivista del Fuxia Block e coordinatrice di un gruppo d’ascolto al Cam di Ferrara.

Come sei arrivata a far parte di questo progetto? In che cosa consiste?

Io sono una ricercatrice, sociologa, femminista e mi sono sempre occupata di violenza di genere dal punto di vista delle donne e dei movimenti femministi. Durante un convegno a cui ho partecipato ho conosciuto Michele Poli, coordinatore del Cam (Centro di ascolto uomini maltrattanti) di Ferrara. A dire il vero era da un po’ che avevo l’interesse ad affrontare anche l’altra faccia della medaglia, l’altra parte della violenza, quella che riguarda il maschile, gli autori di quella violenza. Dopo aver parlato con Michele ed essermi fatta raccontare cosa facevano in questi centri, sono stata invitata a coordinare uno di questi gruppi d’ascolto. Cosa sono e cosa facciamo dunque. Be’ innanzitutto fa parte di una rete nazionale di centri, il primo nato a Firenze, in cui si organizzano dei gruppi d’ascolto dove aiutiamo uomini che si rendono conto o scoprono per un qualche motivo che i loro comportamenti e le loro azioni all’interno delle relazioni intime sono violenti a comprendere e affrontare gli elementi che li rendono tali. Di corollario ci sono poi tutta una serie di attività di formazione e di sensibilizzazione. E’ importante dire che sono centri che strutturano il loro intervento in un campo socio-politico pro femminista e che l’approccio deriva proprio dai Centri Antiviolenza storici: non si ha a che fare con una patologizzazione o una medicalizzazione della violenza, la si situa piuttosto in un contesto di costruzione di immaginari e di stereotipi di genere, e si va a decostruire il paradigma maschilista e patriarcale su cui le relazioni sono basate, per arrivare ovviamente a modificarlo. L’obiettivo non è solo che gli uomini smettano di essere violenti, ma che capiscano il perché.

Come arrivano gli uomini a frequentare questi centri?

Principalmente sono volontari. Persone che sono state allertate dalle loro compagne, da amici o parenti in seguito a determinati episodi di violenza che ciò che hanno fatto ha una ricorsività. Abbiamo anche degli uomini “in prova” dunque o in esecuzione alternativa della pena, che sostituiscono al carcere questo tipo di lavoro, o che han finito di scontare la pena ma a cui il tribunale ha consigliato di fare un passaggio ulteriore prima di tornare in società, visto che il carcere non serve e di certo non educa su queste tematiche. Essendo una novità in Italia i centri non sono ancora del tutto istituzionalizzati, dipende molto dalla sensibilità del giudice di turno o della persona coinvolta capire ed avvicinarsi a noi.

Credits to Centro d'Ascolto Uomini Maltrattanti Ferrara
Credits to Centro d’Ascolto Uomini Maltrattanti Ferrara

La categoria è “uomini maltrattanti”. Detta così sembra essere molto ampia: posso pensare a chi ti dà della puttana, allo schiaffo durante una litigata e a chi ti prende a botte. E’ effettivamente così o il range di soggetti che ci rientrano è più specifico e definito?

La prima. Ti dico un paio di cose che posso aiutare a capire meglio. Il primo punto importante per la comprensione di questa categoria è che si descrive un comportamento. Il participio presente segnala che si sta parlando di azioni, non di una caratteristica essenziale dell’uomo in sé: non sono uomini cattivi, non sono uomini sbagliati, sono uomini che maltrattano, e che quindi possono smettere di farlo. Anche se può sembrarlo, questa non è affatto una cosa di secondo grado. Ci sono altri approcci, fra cui quelli citati prima che patologizzano, che parlano di violenza in termini quasi biologici, di essenza, che mirano al massimo a curare. Noi non curiamo nessuno, noi lavoriamo assieme agli uomini affinché modifichino il loro comportamento. Maltrattamenti, quali sono? Be’, qui ti tiro fuori tutta la mia letteratura femminista sulla violenza, perché è da lì che viene questo termine. La violenza di genere sta in un range molto ampio di azioni, tu prima fornivi qualche esempio. Il punto è che è violento tutto ciò che viene percepito come tale dalla persona che subisce. Sono le donne ad aver detto descritto come violenti dei comportamenti che fino a quel momento erano considerati assolutamente normali. Prova a pensare al diritto di famiglia che fino agli anni ‘70 prevedevano l’uxoricidio per adulterio: erano norme, previsioni giuridiche che registravano anche una percezione culturale molto diffusa per cui quegli atti erano assolutamente normali. Ed è stato il movimento di soggettivazione delle donne a segnare lo scarto e a denunciare quei comportamenti come violenti. La definizione di violenza è ancorata alla percezione delle soggettività che la subiscono, questo è il punto. Un’offesa che fai a me può essere percepita in modo completamente diverso da una donna che vive in un contesto lontano dal mio. Per darti allora qualche riferimento, si va dalla violenza psicologica a quella fisica, da quella economica a quella sessuale. Molto spesso poi si intrecciano fra di loro, coesistono su più livelli. L’insulto, l’isolamento, il controllo, l’umiliazione molto spesso sfociano in violenza fisica. E’ una delle  cose che ripetiamo più spesso agli uomini: la base è quello che la donna percepisce.

Vorrei ora approfondire un po’ di più allora il metodo d’approccio. Per quanto in qualche modo interconnesse, hai comunque davanti a te persone che han fatto cose diverse e che hanno avuto esperienze diverse. Le loro azioni possono essere percepite anche a scalare, un po’ come se ci fossero gradi di violenza diversi. Da dove parti? C’è un percorso standardizzato o cambia tutto da caso a caso?

E’ una domanda complicata perché la faccenda è complicata. Ti faccio una domanda, per la questione della gradualità che tiravi fuori. Secondo te è più grave uno schiaffo dato una volta e una volta sola durante un litigio, o il fatto che una donna faccia la casalinga, non abbia disponibilità economica e venga vessata ed umiliata continuamente dal marito, qualunque cosa faccia? Negli studi femministi si parla di una differenza, che io non condivido in pieno, però è utile per spiegare questa cosa: esistono rapporti conflittuali e rapporti di terrorismo. Torniamo sempre alla percezione: se una donna è terrorizzata anche solo da uno sguardo, perché l’uomo che lo lancia controlla la sua vita intera, sia dal punto di vista economico che della sua libertà, è chiaro che ci troviamo davanti ad una forma di violenza gravissima, anche se non sfocia in nulla di fisico. E’ una sorta di sequestro di persona. Questo per dirti che è difficile dare una gradualità netta e definita a queste cose: bisogna considerare il contesto, le possibilità che esso offre alla donna per emanciparsi ed autodeterminarsi all’interno della relazione. Ogni caso è a se stante quindi. Ma, nella mia esperienza, è al contempo tipico in qualche modo. Questo forse deriva anche dal fatto che nella stragrande maggioranza dei casi lavoriamo con episodi di violenza “media”, violenza psicologica, economica, fisica più spesso contro gli oggetti che contro il corpo della donna (del resto se quando litighi finisci con lo spaccare tutto è chiaro che crei un clima di vero e proprio terrore). Sono situazioni molto frequenti, sono esplosioni che derivano da condizioni di stress, di insicurezza, di debolezza da parte dell’uomo. Sono uomini molto fragili, incapaci di percepirsi, ascoltarsi, mettere a fuoco ed esprimere le proprie emozioni. C’è poi l’influenza dall’immaginario dell’uomo forte: la tensione che hanno verso questo modello, la performance che in qualche modo viene richiesta (il decidere sempre, il non sbagliare mai e tutti questi criteri che conosciamo bene) arriva spesso a farli scoppiare nel momento in cui non riescono più ad uniformarvisi con le loro azioni. E’ un po’ come se crollasse l’impalcatura che loro reggono con tanta fatica: è lì che esplode la violenza. Quello che noi facciamo innanzitutto è farli parlare, cosa a cui non sono per niente abituati, in modo che inizino a prendere contatto con se stessi. Facciamo tanto lavoro ed esercizi fisici, di respirazione, contatto con l’altro, dimostrazione d’affetto tramite il corpo, per cercare di eliminare l’idea che il rapporto con debba sempre essere gerarchico o di subordinazione. Allo stesso tempo facciamo anche lavoro più socio-politico: partendo dalla loro esperienza tentiamo di contestualizzarla all’interno dei messaggi che la nostra società continua a riprodurre, su come è costruito il maschile, il femminile etc.

Credits to change.org
Credits to change.org

Immaginario comune: tu, femminista da sempre, ti trovi di fronte a quello che almeno ad un pensiero immediato, dovrebbe essere il tuo “nemico”. A livello personale, umano, come è stato? Come l’hai vissuta?

Mi vengono da dirti due cose. Come ti raccontavo prima, io mi occupavo già da tempo di violenza di genere, ma sempre dalla prospettiva delle donne o dei movimenti femministi. A un certo punto l’esigenza di conoscere l’altro lato era fortissima. Fortissima ma assolutamente conflittuale: li vedevo sì come il nemico, come persone da correggere, cattivi. Sono arrivata con questo dentro, ed è stato shockante scoprire invece una sorta di banalità del male. Sono uomini normalissimi che potremmo conoscere tranquillamente nelle nostra vita. E mi sono resa conto che è questa normalità a produrre la violenza, la compatibilità con un sistema che produce soggettività di genere di questo tipo. Ho fatto un lavoro su di me molto intenso, di comprensione e riflessività. Ho fatto i conti con tutto quello che questo gruppo diceva di me, di come percepiva il mio modo di pensare, mi ha fatto rendere conto di quanto io stessa avessi introiettato una serie di atteggiamenti per legittimarmi in certi contesti, anche politici, di che posture assumessi per sentirmi autorevole. Mi ha fatto anche rendere conto ancora di più di quanto siamo circondati da queste logiche, di quanto le persone attorno a noi le abbiano fatte proprie. Ho capito veramente quanto la violenza sia una condizione generale con cui tutti facciamo i conti, in cui tutti viviamo, e che può scoppiare da un momento all’altro. E’ cambiata la percezione, lo sguardo sulle mie relazioni: dall’Università ai contesti politici, alle relazioni familiari, amicali, affettive, e mi sono resa conto di quanto il germe di questa violenza sia di fatto presente in ognuno di noi.

Volevo tornare un attimo su una questione che è già emersa. Alla fine il nesso fra violenza e presupposti o preconcetti mentali con cui siamo costruiti a livello sociale come individui, è forse il punto centrale della questione. Ci sono degli stereotipi più comuni, più basilari, che si fa più fatica a vedere e dunque a modificare?

Sicuramente questi stereotipi sono così normalizzati da essere quasi invisibili se non ci focalizziamo sulla violenza come paradigma di relazione. Come accennavo prima, per il maschile è sicuramente il modello dell’uomo forte: mai chiedere nulla, mai mostrare la propria fragilità o le proprie emozioni, ritenersi il portatore della sopravvivenza e della continuità della famiglia, della società eccetera. Di contro, in modo speculare, le donne vengono pensate come un minus, un negativo dell’uomo: deboli, fragili, emotive, isteriche, che non riescono a capire, che pretendono sempre qualcosa. Quando ci raccontano delle loro relazioni dei loro litigi (perché è questa la banalità: il litigare sempre, l’insoddisfazione continua), ci dicono sempre di sentirsi incompresi, supponendo che la donna pretenda sempre qualcosa di più da loro, qualcosa che loro dovrebbero essere in grado di dare. C’è anche una serie di stereotipi sessuali molto pesante. Ricordo solo il caso della trasmissione di Rai1 in cui si mettevano a confronto le donne dell’Est con quelle italiane. Noi l’abbiamo portata al gruppo e l’abbiamo commentata assieme. A coordinare eravamo solo due donne (di solito due donne ed un uomo NDR), e guarda caso è stato un confronto super conflittuale. C’era una tensione fortissima, quasi tutti rifiutavano il nesso fra sessismo e razzismo che emergeva in modo netto da quella trasmissione, e i discorsi tendevano a sottolineare come un fondo di verità ci fosse: che le donne italiane pretendono sempre, non ti rivolgono mai la parola in un bar o in un locale, mentre le donne dell’Est sono molto disponibili, più accoglienti, si vestono in un certo modo  eccetera. Questo evidentemente porta ad una gerarchizzazione: dato che la donna italiana è fatta in un certo modo e dunque va trattata in un certo modo, le altre donne invece non aspettano altro che l’approccio sessuale, e dunque si dà il via ai vari casi di molestie che possono sfociare anche in violenza sessuale.

Per finire una nota positiva: ti va di raccontarci qualche soddisfazione che ti sei tolta? Non perché dovessi dimostrare qualcosa, ovviamente, ma per tutto quello che abbiamo detto, ottenere qualche risultato dev’essere stato bello.

Mi vengono in mente un paio di aneddoti. Il primo è stato dopo la pausa natalizia, a gennaio, quando abbiamo ricominciato e io finivo il mio primo anno di lavoro là dentro. Per ricominciare a tirare un po’ le fila, abbiamo chiesto se ci fossero pensieri o riflessioni elaborate durante le vacanze, e tre uomini han detto di essere molto contenti della nostra presenza, che eravamo riuscite a dar loro un altro sguardo e di far capire davvero una prospettiva femminile. Ci hanno ringraziate. E’ stato molto forte, mi sono commossa, non perché mi hanno ringraziata ovviamente, ma perché ho sentito che la nostra presenza gli ha permesso di cambiare un po’ prospettiva, di accogliere il punto di vista dell’altra. Il riuscire ad immedesimarsi e capire il punto di vista dell’altra è un altro dei grandi problemi. Un’altra invece ha a che fare con una cosa che fino ad ora non abbiamo nominato ma è molto importante, ovvero il tema del possesso. La violenza tante volte esplode quando, in fase di separazione, a rapporto ormai esaurito, gli uomini non riescono a mollare il colpo, non accettano l’abbandono. E anche quando la separazione è ormai data, continuano ad immaginarsi come i pater familias, come quelli che devono comunque gestire la vita della donna. E’ successo anche a un uomo del nostro gruppo. Gli abbiamo fatto capire che continuava a riprodurre una dinamica di possesso, e gli abbiamo detto esplicitamente che quella donna non era sua, che doveva lasciarla andare. Lui era come stordito, ha capito improvvisamente. Succede molto spesso, e lo trovo molto interessante, vuol dire che stai toccando delle corde che nessuno aveva mai nemmeno sfiorato. Lì abbiamo sentito tutti che c’era stato uno shift, che da quel momento in poi lui non sarebbe più tornato indietro, non sarebbe più stato lo stesso. Non so come dire, ho sentito che ci eravamo capiti. Ci sono ogni tanto dei momenti così, e ti rendi conto che stai davvero lavorando assieme a loro, che non li stai curando. Lavoriamo assieme, e ci mettiamo anima e corpo, tutti, per comprendere i problemi fino in fondo, e solo allora superarli. Ogni volta che ti trovi in queste situazioni lo senti, cazzo, che hai ottenuto qualcosa.

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