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Aleida con suo padre Che Guevara e Fidel Castro. Credits to Austrian Archives
Aleida con suo padre Che Guevara e Fidel Castro. Credits to Austrian Archives

Aleida Guevara March: una lezione cubana

Di: Francesca Bellisai e Alessandro Galli, traduzione di Asia Eis Della Rosa

 

Ernesto Guevara de la Serna, meglio detto il “Che”, muore nel pomeriggio del 9 ottobre 1967 nel villaggio di Higueras mentre stava organizzando la liberazione della Bolivia. Con la sua scomparsa il “Che” diventa un simbolo dell’anti-imperialismo, dell’autodeterminazione dei popoli, dei diritti dei latinoamericani e degli ultimi in generale. Dopo cinquant’anni dalla sua morte il dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali di Padova, in collaborazione con l’Associazione Italia Cuba e Cubanordest, ha invitato al Teatro Ruzante Aleida Guevara March, la figlia del Che e della seconda moglie Aleida March anche lei giovane rivoluzionaria al tempo della dittatura cubana di Batista.

L’incontro ha suscitato molto interesse all’interno dell’accademia e la sala è gremita.che4
Aleida arriva al teatro Ruzante a piedi e subito si coglie il grande sorriso che porta con sé sopra una maglia con una fantasia colorata. Emana la classica allegria latina, o forse è solo un pregiudizio.

Aleida, medico all’ospedale pediatrico William Soler all’Havana, sale in cattedra con molta naturalezza e articola agevolmente il discorso in pubblico: forse buon sangue non mente. Il tono è adeguato in ogni fase del monologo e le frequenti battute richiamano delle risate spontanee. La conferenza dura un’ora abbondante, ma l’attenzione resta alta in sala per tutto il tempo come otterrebbe un buon oratore. Ma Aleida, nonostante sia membro del Partito Comunista Cubano, non si occupa solamente di politica: infatti è prima di tutto una pediatra specializzata in allergie infantili.

La professione di medico a Cuba è molto rinomata anche perché la sanità cubana è da molto tempo considerata un esempio a livello mondiale. All’indomani della rivoluzione moltissime risorse (forse per paura che i medici emigrassero negli Stati Uniti per curare i ricchi yankees) sono state destinate allo sviluppo del sistema sanitario, tant’è che Cuba è il Paese al mondo che conta più medici in proporzione al numero degli abitanti. Inoltre le facoltà di medicina, ventiquattro nell’isola, formano un gran numero di medici originari degli altri Paesi dell’America Latina essendo riconosciute come polo di eccellenza nella regione, oltre che completamente gratuite e finanziate dallo stato. Tutto ciò ha permesso di raggiungere dei risultati eccellenti come un tasso di mortalità infantile tra i più bassi al mondo (più basso degli Stati Uniti) e una speranza di vita simile a quella dei Paesi occidentali più sviluppati.

Quello che colpisce però non è solo lo sviluppo del settore sanitario ma anche le azioni e la presenza all’estero dei medici cubani. Infatti dal 1963 l’isola caraibica si impegna in missioni che apportano cure mediche in zone di guerra o in Paesi sprovvisti di servizi sanitari all’avanguardia. In nome della solidarietà internazionale si è creata una rete vastissima di cooperazione umanitaria operante a fine 2016 in 62 Paesi di cui la metà dell’africa sub-sahariana. Oltre ad essere motivo di orgoglio per l’isola, la vendita di servizi medici è anche una considerevole fonte di reddito stimata tra il 2011 e il 2015 intorno agli undici miliardi di dollari in media all’anno (per fare un esempio nel 2016 il settore turistico ha fatto guadagnare all’isola 2.8 miliardi di dollari).

Dai primi progetti ad oggi migliaia di persone sono state curate dai medici cubani. La stessa Aleida racconta di essere andata prima in Nicaragua a conseguire una laurea a doppio titolo poi in Cile,  all’inizio della sua carriera, e di quanto queste esperienze le abbiano insegnato ad essere un medico migliore, imparando a cavarsela da sola e ad ascoltare i pazienti e le popolazioni locali.

Aleida Guevara March. Credits to: www.ilpiccolo.gelocal.it
Aleida Guevara March. Credits to: www.ilpiccolo.gelocal.it

Aleida racconta di aver vissuto queste esperienze come un servizio reso alle comunità più svantaggiate e parla con orgoglio dei medici cubani per il lavoro fatto in Africa e in America Latina, i due continenti di appartenenza della popolazione cubana. Secondo lei non si può restare concentrati solo sul proprio Paese o continente ma, attraverso il lavoro, soprattutto volontario, bisogna restituire al mondo quello che abbiamo avuto la fortuna di avere, e formarsi una coscienza sociale attraverso la solidarietà, il sacrificio per la comunità e l’altruismo. Lo scopo è migliorarsi ogni giorno, senza pensare di sapere tutto solo perchè si ha una laurea o si è terminata la scuola.

“Soprattutto per gli universitari è molto importante: quando vi laureate non sapete tutto. Diventerete dei veri professionisti quando sarete utili alla comunità, quando sarete in grado di aiutare gli altri. Sarete dei bravi ingegneri, architetti, medici, quando sarete esseri umani. Soltanto in quel momento sarete in grado di essere persone complete”.

I giovani secondo Aleida devono mettere le loro capacità a disposizione della comunità perché con la loro energia, intelligenza e vitalità sono capaci di creare, di innovare, di trovare soluzioni dove gli adulti faticano. Aleida parla di dare l’esempio, di essere coinvolti se si vuole che la società cambi, della necessità di andare a fondo nelle cose, di studiare, di partecipare e di essere impegnati in prima persona. Solo così secondo lei, attraverso la competenza e la conoscenza, la gioventù può avere una forza positiva e propositiva, guadagnarsi il rispetto che merita e venire ascoltata.

“Ma le persone che vanno avanti, che sono d’esempio, si fanno seguire. È un compito difficile essere d’esempio, ma funziona molto di più rispetto al costringere le persone a pensare o agire come noi. Posso dirvi di mettervi nella posizione del loto per dieci minuti ogni mattina. Alcuni possono pensare che sia ridicola, potreste dire “ma questa cicciona cosa vuole?”; altri diranno “è la figlia del Che, magari ha ragione”. E altri ancora “è medico, forse sa di cosa parla”. Ma se io vi spiego che stando in posizione del loto almeno 5 minuti al giorno aiuta il flusso sanguigno cerebrale e questo prolungherà la vostra gioventù, sicuramente molti giovani lo faranno. La questione non è spingere la gente a fare qualcosa, la questione è convincere le persone della necessità di fare qualcosa. Pensateci”.

Essere giovani e impegnarsi nella società non vuol dire diventare noiosi e perdere l’entusiasmo e la gioia di vivere ma, al contrario, significa diventare esseri consapevoli, informati e propositivi che non pensano solo a se stessi ma anche agli altri.

“Ci concentriamo molto sulla questione economica, essere un professionista per vivere meglio. Ma non possiamo dimenticarci degli altri, non possiamo schiacciare le altre persone intorno a noi. Bisogna creare una società completa che va trasformata, iniziando dalle basi. Domanda semplice: chi dei ragazzi qui presenti conosce il nome della signora delle pulizie che pulisce l’università? Chi dei ragazzi qui presenti ha aiutato a pulire le aule dell’università?”

Davanti al silenzio un po’ imbarazzato dell’aula piena di studenti universitari Aleida continua:

“Come possiamo parlare di solidarietà e di cambiamento se noi stessi per primi non iniziamo a comportarci in modo solidale con gli altri? Stare accanto ai nostri compagni, a chi ha più difficoltà: non conta essere il migliore del corso, ma essere solidali con coloro che hanno più difficoltà affinché tutti possano superare l’anno”.

Aleida poi racconta del grande senso del dovere che suo padre chiedeva ai giovani per costruire la società, della necessità di essere irriverenti, di dichiarare guerra a tutti i tipi di formalismo e di credere nella solidarietà vera, di superare le ingiustizie, di proporre soluzioni e di andare alla radice dei problemi.

Credits to Especial
Credits to Especial

Nonostante il padre non sia stato presente fisicamente nella sua vita, Aleida ne parla con ammirazione e con affetto. Se questi siano i veri sentimenti di una bambina cresciuta con la madre o una finzione, un po’ romanzata, dell’idea romantica del rivoluzionario che lotta per gli altri, non è possibile saperlo. Molti aspetti del regime castrista sono bui e compromessi irrimediabilmente dalla trasfigurazione eroica della guerriglia. In questa zona di penombra tra verità storica e oscurantismo non possiamo che affidarci alle fonti prime e, in parte, alle sensazioni personali di ognuno di noi. È innegabile l’altruismo degli ideali del Che, come è innegabile il coinvolgimento politico-militare totale nella guerriglia cubana e boliviana in seguito. Possiamo immaginare che, dinanzi alla professione degli ideali di lotta e riscatto sociale, l’unione familiare fosse sacrificabile o comunque occupasse un ruolo secondario. In ogni caso, come ripete in molteplici interviste. Aleida ricorda il padre con molto affetto e comprende l’abbandono paterno:

“Ricordo l’ultima volta che ho visto mio padre, che accarezzava mio fratello più piccolo. In qualche modo quell’uomo si sarà chiesto molte volte: come ho fatto ad abbandonare la mia famiglia? Mio figlio potrà comprendere un giorno il motivo per cui l’ho abbandonato? Un vero rivoluzionario deve essere in grado di lasciar andare, di perseguire il proprio obiettivo e di andare avanti, anche se questo lo fa soffrire moltissimo. […] In ogni caso” continua Aleida “lui ci ha amato ed è stato presente nella nostra vita, anche se non fisicamente. […] Mia madre ci ha sempre raccontato di lui come un uomo buono […] e così abbiamo imparato ad amarlo e ad imparare da lui”.

L’affetto del padre (e della madre) hanno reso Aleida una “donna molto speciale” e di certo la sala gremita riflette di aver compreso l’unicità della persona e della sua vita. L’impressione che abbiamo avuto è quella di una donna forte, amante della vita e molto orgogliosa della sua storia e di quella del suo Paese.

Quello che abbiamo ascoltato era un discorso tutto politico, condito con valori di solidarietà, giustizia sociale ed equità che sembrano così distanti dagli italici politicanti impostati sul format dei talk show e farciti di accuse e insulti. Le parole di Aleida sono di tutt’altra forma, sono state propositive, allegre, moralizzanti e soprattutto fiduciose verso il futuro. Il discorso si chiude con una massima che dovremmo ricordare tutti, soprattutto noi giovani che il mondo lo vogliamo cambiare e che ci sentiamo un po’ cubani dentro:

Dobbiamo continuare a lottare, a creare una società fatta di uomini e donne tutti uguali. Soltanto noi abbiamo la capacità di risolvere i nostri problemi. Nessun altro ci può dire quello che dobbiamo dire o fare. Siamo persone indipendenti, liberi di vivere in questo pianeta. Ed io sono orgogliosa di essere cubana”.

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