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Credits: http://www.nationalgeographic.it
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Addio ai ghiacciai (e non solo a loro)

Di: Giulia Ioselli

Quell’inverno le nevicate  erano state abbondanti. Avevo circa 10 anni e da grande volevo fare la pittrice.
Mentre sciavo spensieratamente lungo le piste di Foppolo, facendo lo slalom fra i maestri di sci e le comitive di slittinisti vestiti da Babbo Natale, non avevo idea di quello che sarebbe successo pochi minuti dopo. Termino la mia discesa e mi metto in coda per prendere lo skilift (sciovia per gli addetti ai lavori). Un bambino della scuola sci incontra qualche difficoltà. Sta bloccando tutta la fila e il maestro lo strattona  con un brusco: “Giancarloooo desdet foo!”. Come si può intuire dal suono soave, si tratta di un’ elegante esortazione a darsi una mossa. Arriva finalmente il mio turno. Conosco bene quella pista in cui sono caduta più volte anche io, ricevendo numerose esortazioni. Lungo il tracciato ci sono delle zone con dei cumuli di neve, quindi occorre fare molta attenzione. Il bambino davanti a me (che non è Giancarlo) però non lo sa. Dopo pochi minuti, lo skilift gli scivola dalle mani e lui, che avrà massimo 5 anni, cade rovinosamente per terra. Sfortuna nella sfortuna, è caduto in uno dei punti peggiori e credo che si sia fatto male. Ho pochi secondi per decidere cosa fare. Se resto aggrappata alla sciovia, gli andrò addosso e lo trascinerò per qualche metro. Leggo il terrore nei suoi occhi. Probabilmente da grande vuole fare l’esploratore, ha tanti progetti. E invece morirà qui, in Val Brembana, a Foppolo.

No, non deve finire così.

“Stai a destra e abbassati!” gli dico spostandomi il più possibile a sinistra e mollando lo skilift. Mentre con qualche difficoltà raggiungo la fine del tracciato mi rendo conto che il bambino non solo non si è spostato a destra, ma non si è nemmeno abbassato. Poveretto, verrà colpito in pieno. In effetti succede proprio così e nell’arco di pochi secondi scoppia a piangere. Meno male che ha il casco, dai. Dietro di me un ragazzo se la ride di gusto mentre la mamma del bambino, più avanti, non si accorge di nulla. Una maestra di sci ci raggiunge e lo aiuta a rimettersi in piedi. “Su su, passa tutto. Adesso ti porto a fondovalle” gli dice mentre lui singhiozza disperato. Adesso quel bambino avrà 18 anni, chissà se è effettivamente diventato un esploratore. Certo è che di nevicate come quella, nel nord Italia, non ne abbiamo più viste. Lo scorso gennaio però aveva nevicato parecchio in Puglia e in Sicilia.

Strano, vero?

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Le alpi italiane, trovandosi in una posizione più riparata,  non vengono raggiunte dalle correnti di nord est. Quando nevica al nord, le cause vanno ricercate nelle perturbazioni atlantiche o mediterranee. Inoltre l’aumento delle temperature di questi ultimi anni non favorisce di certo le nevicate. Infatti i venti caldi, come lo Scirocco, trasformano la neve in pioggia. Invece le regioni meridionali ricevono afflussi d’aria continentale provenienti dalla Russia. Ecco perché ormai è più facile che nevichi a Lecce piuttosto che a Bergamo, per la gioia di Giancarlo e del bambino che voleva fare l’esploratore.

Un fenomeno abbastanza simile avviene negli Stati Uniti.
Buffalo, una delle città più nevose al mondo, riceve tutta l’umidità che i venti dell’Artico sottraggono al lago Ontario. Ma questi cambiamenti climatici così radicali possono anche causare gravi problemi in ecosistemi più delicati. Durante l’estate 2016 in Siberia c’è stata un’ epidemia di antrace, probabilmente causata dallo scongelamento di alcune carcasse. Un bambino di 12 anni è morto e 72 pastori nomadi sono stati contagiati a Salekhard, una città nella tundra famosa per gli allevamenti di renne. Si tratta di un’infezione batterica, endemica negli erbivori. L’uomo può ammalarsi per contatto diretto con animali infetti, ingestione o inalazione delle spore batteriche.

Era dal 1941 che non si registrava un’epidemia di antrace in Siberia.

E purtroppo questa non è l’unica conseguenza del surriscaldamento globale nella tundra. Negli anni Cinquanta sono stati fatti numerosi tentativi per costruire una ferrovia nel nord degli Urali, senza successo. Ora lo scioglimento dei  ghiacci facilita il commercio e il trasporto via mare. Tuttavia, anche il fenomeno dei sinkhole è favorito dall’ innalzamento delle temperature. Letteralmente “sinkhole” significa “buco sprofondato”: si tratta di un vero e proprio collasso del terreno. Si può verificare su conche montane, piuttosto che lungo pianure costiere, alluvionali o in presenza di falde acquifere estese. In Italia le zone più a rischio sono Lazio e Toscana.

Quali sono le cause di questo fenomeno?

La  presenza di acque sotterranee, l’assottigliamento dello strato vegetale che favorisce la coesione del terreno e la presenza di gas nel sottosuolo. In Siberia, lo scioglimento del permafrost sta liberando metano in ambiente ed è proprio per questo che gli scienziati sono molto preoccupati. Spostandoci molto più a sud, la situazione non migliora: a El Salvador c’è una regione enorme in cui si coltiva canna da zucchero. Un quinto della popolazione di quell’area è ormai affetta da malattie renali croniche a causa della forte disidratazione. Queste persone sono costrette a lavorare tutto il giorno nei campi, ma le temperature con cui devono fare i conti sono decisamente più alte di quelle di 20 anni fa. I più fortunati riescono a sottoporsi alla dialisi, ma si tratta di una terapia molto costosa. Inoltre le temperature sempre più alte favoriranno l’espansione di un clima tropicale anche in zone “temperate” , creando così le condizioni ideali per la proliferazione delle zanzare, portatrici di  patologie come dengue o malaria.

In futuro queste malattie potrebbero diffondersi anche in Costa Azzurra o in Pianura Padana, per esempio. Secondo Alessandra della Torre, docente di parassitologia alla Sapienza, le zanzare anopheles sono tuttora presenti anche in Italia, in zone tirreniche o al centro sud. Inoltre la zanzara tigre può trasmettere la dengue. Anche in Madagascar è attualmente in corso una vera e propria epidemia di peste a causa delle pessime condizioni sanitarie in cui la popolazione è costretta a vivere.

Credits: http://www.nationalgeographic.it
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Inquinamento atmosferico, diffusione di patologie ed effetto serra sono fenomeni fortemente collegati fra loro. Per questo è importante che tutte le nazioni collaborino fra loro condividendo informazioni e finanziando la ricerca scientifica. Non esistono paesi a “rischio zero”. Quando si verifica un’epidemia, oltre a prendersi cura dei pazienti, è importante intervenire a livello ambientale per limitare la diffusione dei patogeni. Diventa fondamentale bonificare le zone con acque stagnanti e monitorare con attenzione le fognature.

Le manutenzioni negli impianti di trattamento di acqua e aria vanno eseguite con regolarità, secondo criteri uniformi per tutti i paesi del mondo. D’altronde i batteri sono in grado di sviluppare una forte resistenza agli antibiotici, e se devono cambiare paese non fanno troppo gli schizzinosi.

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