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7 punti fondamentali sull’inquinamento da PFAS in Veneto

 

Di: Alvise Miurin

 

Finalmente torniamo a occuparci di acqua e inquinamento. Stavolta però non abbiamo bisogno di spostarci e andare lontano: infatti affrontiamo un problema che riguarda il Veneto.

L’intento di quest’articolo è di fornire nella maniera più chiara e sintetica le informazioni rilevanti sull’inquinamento da PFAS. Una sorta di manuale che ogni cittadino dovrebbe conoscere per accrescere la propria consapevolezza dell’ambiente in cui vive.

1) Che cosa sono i PFAS?

PFAS sta per acido perfluoroottansolfonico : “è un composto chimico fluorurato di origine sintetica. Si tratta di un acido molto forte che, per ionizzazione, forma l’anione perfluoroottansolfonato, noto con la sigla PFOS.”

Questi composti hanno proprietà tensioattive e sono inquinanti organici persistenti. Sono utilizzati a livello industriale per i prodotti più disparati: dal cartone per la pizza, alle scarpe in goretex, alla padella anti-aderente, ai tessuti fino ai pesticidi. Insomma li possiamo trovare quasi ovunque.

Questi composti chimici rendono le superfici trattate impermeabili all’acqua, allo sporco e all’olio.  Sono inoltre impiegati come: ritardanti di fiamma in materassi, tappeti, divani, sedili delle auto, ma anche nella cera per pavimenti e nei detersivi. L’utilizzo più noto è probabilmente, come rivestimento antiaderente del pentolame (Teflon) e dei tessuti impermeabilizzanti e tessuti tecnici (Gore-tex, Scotchgard).

2) Dove e quando è stata scoperta l’emergenza?

Il problema è stato riscontrato nel 2013 nel vicentino, precisamente nella zona di Trissino grazie ad un’indagine condotta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e commissionata nel 2011 dal Ministero dell’Ambiente.

In seguito è stato condotto un bio-monitoraggio dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in collaborazione con la regione Veneto, su un campione di 507 abitanti, il quale ha stimato che 250.000 persone abbiano utilizzato per anni acqua potabile inquinata da Pfas, di cui 60.000 interessate da un livello maggiore di contaminazione.

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(Foto: Il giornale di Vicenza)

3) Quali sono le conseguenze per l’uomo?

Queste sostanze (PFAS) sono categorizzate a livello internazionale come “possibili cancerogene” (classe 2B), oltre ad essere riconosciute come interferenti endocrini dall’International Agency for Research on Cancer (IARC).

Definizione riduttiva visti gli effetti negativi che queste sostanze possono provocare nell’organismo alterando meccanismi che regolano la produzione di ormoni, soprattutto tiroidei e steroidi sessuali.

I PFAS rimangono nel sangue per anni e nell’ambiente per decenni. Queste sono alcune delle patologie che possono essere riconducibili all’inquinamento da PFAS: diabete, iperuricemia, ipercolesterolemia, aterosclerosi, ictus cerebrale, cardiopatie ischemiche, infertilità maschile e femminile, cancro ai reni e ai testicoli, colite ulcerosa e ipertensione della gravidanza. 

4) Come si assumono?

Queste sostanze si possono assumere attraverso l’acqua o ingerendo cibi inquinati.

In Veneto non tutte le abitazioni, soprattutto quelle in campagna, sono raggiunte dalla rete idrica e quindi alcune di esse fanno affidamento sui pozzi privati, più difficilmente analizzabili e monitorabili.

Per quanto riguarda il cibo è chiaro che se si fanno abbeverare gli animali da allevamento e se s’irrigano i campi con queste acque inquinate, queste sostanze saranno poi presenti in tutti quei prodotti come: volatili, bovini, pesci, uova, insalata, ortaggi e vini.

Ora sono attivi circa sessanta allevamenti nei pressi delle zone inquinate del vicentino

5) Di chi è la responsabilità?

A seguito delle indagini, di cui abbiamo parlato al punto due, la responsabilità viene attribuita quasi per intero ad un unico stabilimento, quello della Miteni.

Dal 2009 questa struttura è proprietà della multinazionale tedesca Weylchem del gruppo International Chemical Investors (Icig), è l’unica fabbrica che produce Pfas in Italia.

Quest’impianto è specializzato nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica.

La Miteni, però, esclude ogni responsabilità: “La presenza di Pfas non può essere dovuta alla falda dello stabilimento Miteni. Un’area così vasta va necessariamente riferita al sistema di scarichi consortili a cui sono collegate centinaia di aziende del territorio. Miteni non produce più Pfos e Pfoa dal 2011, e ancora prima i reflui delle lavorazioni erano inviati a sistemi di trattamento esterni. Pfos e Pfoa vengono usati tutt’oggi da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero presenti nella zona che li acquistano sul mercato estero, imprese che sono allacciate agli stessi scarichi consortili a cui è allacciata Miteni”.

Purtroppo non sono previsti limiti di legge, né a livello europeo né nazionale, per quanto riguarda la concentrazione dei PFAS.

Ci sono dei “valori obiettivo, indicati dall’ISS italiano, ben superiori rispetto a quelli fissati in altri Paesi.

Per quanto riguarda le acque, in Italia il valore è di 530 nanogrammi per litro (ng/l); negli Usa è di 70 ng/l; in Germania è di 100 ng/l.

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(Foto: Impianto Miteni, Repubblica)

6) Che precedenti ci sono?

Queste sostanze essendo abbastanza recenti possono essere definite come “microinquinanti emergenti” poiché derivanti da una tipologia d’industria chimica tipica degli ultimissimi decenni, motivo per il quale non sono monitorate e rilevate nelle indagini di laboratorio condotte di routine.

L’unico studio internazionale, finora, è stato finanziato dalla multinazionale DuPont, accusata negli Usa di aver sversato nel fiume Ohio grandi quantità di queste sostanze.

In seguito a una class action avviata nel 2001, la DuPont fu costretta a versare risarcimenti per 350 milioni di dollari e a finanziare il C8 Health Project (C8HP), studio indipendente sugli effetti sanitari dei Pfas, appurando le proprietà cancerogene e d’interferenti endocrini dei composti chimici.

7) Chi se ne sta occupando?

La situazione è ancora in evoluzione, e come riporta ilfattoalimentare, la regione Veneto prevede il rafforzamento e la messa a sistema di tutte le attività preventive e clinico-organizzative per la sorveglianza della popolazione, cominciando da quella più esposta; “offerta di valutazioni cliniche in esenzione dal ticket; avvio di studi sperimentali ad hoc; implementazione della valutazione tossicologica delle sostanze; rafforzamento della formazione degli operatori; sostegno al territorio per quanto riguarda la comunicazione con la popolazione.” Recentemente le tre autorità di bacino interessate dall’emergenza si sono riunite ed hanno stimato che serviranno almeno 180 milioni di euro per mettere in sicurezza la rete idrica. Gli interventi previsti per la bonifica delle acque sono i seguenti: sostituzione fonti di approvvigionamento ed interconnessione  degli acquedotti.

Per concludere, si parla molto della terra dei fuochi, ma questo genere di avvelenamento dell’ambiente non ha nulla da invidiare ai problemi che si sono riscontrati in Campania. I grandi media non hanno voluto soffermarsi troppo su questo problema, forse per non allarmare le masse, ma è fondamentale e primario, che ci venga comunicato quali sono le cause delle nostre malattie e dei nostri morti. Queste informazioni si propongono di essere utili al cittadino per poter difendere, consapevolmente, il suo territorio e tutelare la salute della collettività.

 

Qui di seguito il link del servizio delle IENE:

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/toffa-quando-l%E2%80%99acqua-diventa-veleno_653127.html

 

 

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